Umberto Angelini

Umberto Angelini. Foto di Matteo Cherubino

UN LUOGO DI SCOPERTA

Per lui il teatro è un lusso carnale da tramandare ai posteri, ma soprattutto un luogo di scoperta di sé e del mondo. Da gennaio curatore artistico del Triennale Teatro dell’Arte, Umberto Angelini promette di costruire, grazie all’apertura a una programmazione internazionale, un rapporto con una comunità di senso che per troppo tempo la città non ha frequentato.

di Marilena Roncarà – foto di Matteo Cherubino

«Non vogliamo rincorrere le novità, non siamo un prodotto, ci interessa dare al pubblico milanese la possibilità di vedere degli artisti straordinari e internazionali che non sono ancora passati in città». Ecco uno dei capisaldi del programma di Umberto Angelini, marchigiano ma milanese da una vita, 49 anni a maggio e attuale sovrintendente e Direttore Artistico della Fondazione Teatro Grande di Brescia. Da gennaio è anche curatore artistico del Triennale Teatro dell’Arte.

Come hai accolto questa nuova avventura al Teatro dell’Arte?
Il progetto che abbiamo in testa è immaginare la nascita del primo Centro Culturale Europeo in Italia, uno spazio aperto alla visione internazionale che manca in città.

Tra le varie sfide c’è anche quella di riportare al Teatro dell’Arte il suo pubblico…
L’obiettivo è “disturbarlo” un po’ il pubblico: questo teatro, che nasce per l’innovazione e la ricerca, non vuole essere solo un luogo intelligente dove trascorrere il tempo libero, ma un posto che possa “spostarti la sedia più in là rispetto a quella dove stai sempre seduto”, per ampliare i confini dello sguardo. Il nostro obiettivo è creare un patto di senso con il pubblico che viene a vedere qualcosa che abitualmente non vede.

Vale a dire?
Per questo esordio, da gennaio a luglio, abbiamo selezionato 12 spettacoli tutti in lingua originale, dall’arabo al farsi, con sovratitoli in italiano. È una sfida, ma è il nostro compito.

Parli sempre di un “noi”, c’è un comitato artistico?
Sono quattro professionisti: Valeria Cantoni per la progettazione culturale, Massimo Torregiani per la musica e l’arte contemporanea, la regista Alina Marazzi per il cinema e il curatore indipendente Davide Giannella per la relazione tra immagine e arte. Con loro stiamo realizzando per settembre una programmazione multidisciplinare che si intersechi con quella teatrale. Credo che anche il pubblico oggi abbia l’esigenza di sconfinare tra le arti.

Com’è cambiato il pubblico?
L’avvento di internet ha spiazzato la fruizione teatrale: oggi ci troviamo di fronte un pubblico di teenager che fanno fatica a pensare che si debba pagare per la cultura, perché scaricano film gratis, ascoltano musica gratis… Quindi decidere di andare in un teatro, pagare per una fruizione culturale che abitualmente è free, sperando che la proposta culturale sia soddisfacente è un passaggio non banale.

Perché, secondo te, abbiamo ancora bisogno di teatro?
Il teatro ha davvero la capacità di aprire delle chiavi di lettura del presente, è un luogo autentico di scoperta di se stessi, ma anche del proprio modo di stare al mondo.

Tu sei marchigiano ma vivi a Milano dall’87, perché l’hai scelta?
Ho scelto Milano fin dall’inizio, ci sono venuto per la prima volta a 14 anni perché ascoltavo musica punk e quindi ho conosciuto posti come il Plastic che erano punti di riferimento della mia scena musicale d’elezione, come per fortuna lo era anche la Scala. Ho fatto l’università qui, ma devo dire che Milano ha avuto tanti alti e bassi e c’è stato un momento che mi sono chiesto se avesse senso restare, perché mi avevano fatto delle proposte all’estero. Ora sono contento di essere rimasto. Negli ultimi anni Milano sta ritrovando la propria identità, come forse nei periodi più gloriosi. Dopo l’Expo c’è stato uno sviluppo urbanistico bello, anche se era una cosa che tutti temevamo: adesso abitiamo una città con un’attrattiva internazionale vera, con un fiorire di attività.

Quale zona della città preferisci?
Ce ne sono molte. Una che mi piace da sempre è zona Isola, perché anche nella sua attuale trasformazione urbanistica è riuscita a conservare il suo caratteristico aspetto popolare, pur innestandosi in un meccanismo di contemporaneità. Ecco mi sembra che in questa zona l’osmosi tra il vecchio e il nuovo sia avvenuta nel modo migliore possibile.

Cosa ti auguri per il futuro?
Mi auguro che arrivi una generazione di 18enni e 20enni che mi faccia davvero dire: «Wow, ora tocca a voi!», perché comunque fanno delle cose che mi spiazzano e che io non riesco a fare. Ecco vorrei che questa sensazione che avverto in singoli momenti potesse acquisire una massa critica così forte da poter affermare: «È nata una nuova generazione». Questo mi piacerebbe. E questo può avvenire adesso che c’è una grande voglia di fare, un’intersezione di mondi, un incrocio di lingue, teste, abitudini e disabitudini che può portare solo bene. E non era scontato.

Umberto Angelini, foto di Matteo Cherubino

Umberto Angelini, foto di Matteo Cherubino

 

TUTTI A TEATRO
Tra gli appuntamenti di giugno da segnare in agenda c’è Todo lo que está a mi lado (8-18 giugno) del drammaturgo e artista visivo argentino Fernando Rubio una performance con sette letti, sette piccole isole di intimità, ognuno dei quali accoglie un’attrice e uno spettatore. A chiudere la stagione (22-25 giugno) è Romeo Castellucci con la Societas e il suo Ethica. Natura e origine della mente che si rifà al pensiero del filosofo olandese Spinoza.

 

Articolo pubblicato su Club Milano 38, maggio – giugno 2017. Clicca qui per scaricare il magazine.

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