Diana Bracco

Diana Bracco

A PROVA DI FUTURO

Nella sala riunioni di via Cino Del Duca, casa-bottega dell’imprenditrice milanese e sede e dell’omonima fondazione che presiede, fanno bella mostra di sé una copia della Costituzione, “L’arte della guerra” di Sun Tzu e un vistoso corno portafortuna, omaggio dell’era Expo, «l’impresa più difficile della mia vita». Mentre una coppia di schnauzer nani ci scodinzola intorno, discorriamo della candidatura di Milano a ospitare l’Agenzia europea per la sicurezza del farmaco, così come delle iniziative per i novant’anni del gruppo industriale di famiglia. Ma anche del passato di Milano.

di Paolo Crespi

Nel momento in cui esce questa intervista non è dato ancora sapere come andrà a finire la gara internazionale, ma vista l’attualità del tema non possiamo che partire da qui: che speranze ha Milano (e l’Italia) di portare a casa l’Ema, l’Agenzia europea del farmaco, persa da Londra in seguito alla Brexit?
Sui criteri oggettivi Milano è molto forte: disponibilità di una sede, il Pirellone, trovarsi al centro di un distretto specifico, la presenza delle università, la qualità dell’offerta culturale e turistica… Ma non possiamo dimenticare che in ballo ci sono 27 voti: uno stato, un voto. E per vincere bisogna conquistarne 14. Come rappresentanti del mondo nell’economia nella “cabina di regia” delle istituzioni abbiamo fatto la nostra parte fornendo un dossier e creando agganci ad hoc per il nostro governo. Ora tocca alla politica: c’è da consolidare un asse del Mediterraneo, dove noi in teoria siamo forti. Ma esiste anche un asse contrapposto dei Paesi dell’allargamento, guidato dalla Germania, che ha candidato Bonn… La decisione finale, con ogni probabilità, verrà presa a fine novembre, dopo le elezioni tedesche. Io in ogni caso sono e resto un’inguaribile ottimista.

Che prospettive nascono da questa candidatura?
Enormi, anche per le sinergie che si verrebbero a creare con l’Efsa, l’Agenzia europea dell’agroalimentare che ha sede a Parma: un po’ sul modello di quello che hanno gli Stati Uniti con la “Food and Drug Administration”, che governa entrambi i settori. La gente deve sapere che questa vittoria porterebbe all’Italia nel lungo periodo motivi di sviluppo che non si esauriscono con l’insediamento a Milano di un’agenzia. Nascerebbe un nodo importantissimo di una rete della conoscenza europea e mondiale, con l’arrivo di legali, tecnici, professori… Un obiettivo bellissimo che richiede capacità di mediazione e una forte coesione nazionale.

Un imprenditore deve saper dialogare con tutti…
E io lo faccio, però non riesco a condividere l’andazzo del far polemica e denigrare strumentalmente. È stato così per Expo, un successo per tutti, ma gravato fino all’ultimo da un’incredibile campagna di avversione, lo è oggi per l’Ema. Io sono per l’interazione trasparente e credo si debba essere sempre obiettivi, riconoscendo anche l’idea dell’altro, se è buona. Ecco perché, partendo da queste premesse, non faccio e non farò mai politica: sarei negatissima.

A proposito di vicende intricate: risale a un anno fa la condanna del Tribunale di Milano in seguito a un processo per evasione fiscale, già sanata con il fisco. Vicenda chiusa?
Tutt’altro, è solo il primo grado di giudizio: prima o poi ci sarà il nostro appello e vedremo cosa accadrà. Ma io non faccio il giudice, e come ho detto nemmeno il politico.

Lei è stata presidente di Expo 2015 e commissario del Padiglione Italia. Cosa vede nel dopo Expo?
Molte cose buone e utili. Intanto le infrastrutture, a disposizione della città, con i nuovi tratti di metropolitana di cui soffriamo un po’ i cantieri, ma che sono un grande mezzo per unire le diverse parti della metropoli. E poi il milione di metri quadrati dell’area di Rho di cui metà destinati a verde pubblico. Via via arriveranno il Tecnopolo, l’Università di Milano, il Campus, l’Ospedale Galeazzi e forse una parte dell’Accademia della Scala. Più le aziende: le multinazionali sparse nell’hinterland e le startup che sorgeranno in grado di interagire con la comunità scientifica. Il progetto di Arexpo è molto convincente, ad agosto 2018 partiranno le gare di aggiudicazione del business plan e ragionevolmente tutto il sistema potrebbe essere a regime nel 2020, che non è poi lontano. Se dovessimo conquistare anche l’Ema sarebbe davvero un en plein

Diana Bracco_Club Milano

Cambiamo scenario. Lei è stata ragazza a Milano alla fine degli anni Cinquanta. Che cosa ricorda di quei tempi e come è cambiato il suo rapporto con la città?
Il mio rapporto con Milano è stato splendido fin dai tempi del liceo, il classico Parini, di cui ero fiera e dove mi piacevano molto le materie classiche, mentre avevo qualche problemino con la matematica, poi risolto facendo “chimica pura” a Pavia (qui all’epoca c’era solo la sua versione “industriale”), sulle orme dei miei genitori. Ricordo un’estate dei miei sedici anni: rientrando dopo una vacanza mi resi conto di quanto in realtà amassi vivere qui. E di Milano sono sempre stata innamoratissima, ho cercato sempre di seguirne la vita culturale, fin troppo ricca per me che da un certo punto in poi mi sono concentrata sulla musica. A Pavia, prima di entrare nell’azienda di famiglia, ho goduto di alcuni anni di grande liberà, studentessa “fuori sede” ma con obbligo di ritorno la sera: i miei erano severissimi…

Dove abitavate?
Dapprima nel condominio Casa della Fontana di via Vittorio Veneto, poi in una bella casa in via dei Cappuccini, di fianco a Villa Invernizzi, celebre per i suoi fenicotteri rosa e i pavoni, che di notte facevano un chiasso spaventoso. Qui ho avuto una camera tutta mia, mentre prima dovevo condividerla con le mie due sorelle. Milano era anche lo stabilimento Bracco di via Fucini, poi trasferito per esigenze di crescita in via Folli, a Lambrate. Diventando grandi e internazionali non potevamo continuare a stare lì: un’area di 70mila metri quadrati era più adeguata alla volontà di mio padre Fulvio di realizzare un’entità completa, dalla ricerca alla produzione. Lo sa che siamo stati i primi, nel ’75, ad avere un depuratore delle acque? Da sposata, con mio marito Roberto De Silva, che oggi non c’è più, siamo stati a lungo in via Senato, infine qui, a Palazzo Visconti.

Le case, la fabbrica… e i luoghi clou di Milano?
Storicamente San Babila (ma intendiamoci, mai stata una “sanbabilina”), la Darsena, anche quella nuova, e la recente area di Porta Nuova, che apprezzo molto. Sono poi legata alla zona di via Boccaccio, alle soglie del quartiere napoleonico, dove c’era un tempo la farmacia di mio padre, l’area intorno al Castello, che per fortuna hanno ripedonalizzato, e naturalmente Lambrate, che diventa ogni giorno più gradevole, grazie anche ai nuovi insediamenti di Rubattino: la città cresce… Se penso alla convivialità, oltre alla Scala che adoro – e dove il 3 luglio hanno festeggiato il mio compleanno con l’orchestra diretta da Pereira che suonava il “Tanti auguri” –, metto in cima alla lista il vecchio Toulà, dove ho trascorso serate bellissime, e Alfio, il ristorante che frequentavo con i miei genitori: con i nipotini ci isolavano sempre al secondo piano.

I nipotini sono cresciuti. Uno di loro, Fulvio, figlio di sua sorella Adriana, oltre a portare il nome di vostro padre è l’erede designato. Com’è che voi Bracco infrangete la “regola” che alla terza generazione le famiglie mandano in malora quanto creato dalla prima e consolidato dalla seconda?
Per noi non vale, infatti con Fulvio, che ha lavorato sodo prima di guidare la divisione Bracco Imaging, siamo già alla quarta generazione e il Gruppo vive un momento molto felice, grazie anche ai vent’anni di sviluppo della ricerca sui mezzi di contrasto nella diagnostica per immagini, attualmente la piattaforma più forte nel mondo su questo tema, con una presenza negli Stati Uniti, il mercato più avanzato, che ci inorgoglisce. Certo, il rapporto con Milano è stato ed è ancora determinante. Non dimentico mai che mio nonno e mio padre sono arrivati qui senza nulla, da esuli, e hanno avuto l’opportunità di costruire qualcosa basandosi solo sulla forza dell’idea. Oggi che la città vive un momento critico, soprattutto nelle sue periferie, è il momento di restituire qualcosa.

Si riferisce a una nuova mission della Fondazione?
Sì, fino a poco tempo fa ci occupavamo solo di cultura, ora ci sembra giusto dedicarci alla crescita dei quartieri, specie dove più significativa è l’incidenza degli immigrati, che devono poter trovare la strada di una migliore integrazione con il tessuto urbano e produttivo. Per questo è nato il progetto di una “sartoria sociale” nel territorio di Baranzate, il comune italiano dove convivono il più alto numero di etnie, ben ottanta. Lì supportiamo economicamente il lavoro di Don Paolo, un sacerdote molto in gamba: l’esperimento sta funzionando, al punto che vorremmo far sfilare le donne africane che vi partecipano con i bellissimi capi di abbigliamento che loro stesse realizzano. Ne stiamo parlando in questi giorni con la Camera della Moda. E possibilmente vorremmo replicare il progetto a Lambrate, dove è già attivo un intervento psicopedagogico nelle scuole, di cui come Fondazione sosteniamo i costi.

Scienza, cultura, sociale. La prossima mossa?
Il 29 settembre, in occasione del 90° anniversario del nostro Gruppo fondato da mio nonno Elio, si inaugura a Palazzo Reale la mostra Dentro Caravaggio, un viaggio straordinario nel processo creativo dell’artista svelato dalle immagini radiografiche delle sue opere.

Innovazione e ricerca sono la chiave di volta per Diana Bracco?
Assolutamente sì. Certo, per passare dall’idea alla disponibilità del prodotto sul mercato bisogna passare attraverso il deserto dello sviluppo, che significa soldi, moltissimi soldi. Ma noi siamo sempre stati avventurosi e io forse lo sono più dei miei giovani manager. La mia qualità migliore? La tenacia, mentre il maggior difetto che mi riconosco sul lavoro è probabilmente un eccesso di orgoglio, che non va bene.

Ad agosto, di fronte a Nizza, è stata soccorsa a bordo dell’“If Only”, lo yacht di famiglia, poco prima che colasse a picco. Cosa rappresenta per lei questa perdita?
Con questa barca storica divorata dalle fiamme è andato a fondo un pezzo della mia vita privata, ma io e i miei ospiti siamo stati fortunati: nessuno si è fatto male e mi restano i bei ricordi, intatti anche quelli.

Intervista pubblicata su Club Milano 40, settembre – ottobre 2017. Clicca qui per scaricare il magazine.

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