Hervé Barmasse

Hervé Barmasse

IL POSTO ADATTO A ME

Alpinista tra i migliori al mondo, a maggio ha scalato il suo primo ottomila senza ossigeno e nel tempo record di tredici ore. Messner l’ha battezzato suo erede, ma nonostante questo mantiene l’umiltà che gli hanno insegnato la montagna, la famiglia e i momenti zero. Lo abbiamo incontrato al Cine Mountain Festival a Valtournenche, dove vive insieme alla compagna.

di Carolina Saporiti

Siamo abituati a pensare agli uomini di montagna come a persone riservate, silenziose. Non è sempre così e non lo è di certo Hervé, uno dei più forti alpinisti. Cresciuto ai piedi del Cervino, da ragazzino sognava una carriera da sciatore, interrotta però da un brutto incidente. È suo papà, guida alpina di terza generazione che, per risollevarlo, un’alba di ottobre lo porta a scalare per la prima volta quella cima. Diventa alpinista, rifiutando l’ossigeno e preferendo le ascensioni in stile tradizionale. Dopo anni di esperienza in Patagonia, Tibet e altri posti lontani capisce che l’avventura più bella può essere anche sulle montagne di casa. A maggio ha scalato il suo primo ottomila, che gli ha dato lo spunto per il titolo della sua serata durante il Cine Mountain Festival.

“Da zero a ottomila”: l’alpinismo è davvero una scala verso la gioia?
Non è il salire di più che mi rende più felice. Quando sono in montagna e mi trovo in zone che per me sono di comfort e per altri di rischio, mi sento in pace con me stesso. È per questo che penso che la montagna sia adatta a me, nonostante i momenti zero e nonostante alcuni amici persi, io qui mi sento sempre in pace.

Uno sciatore freeride mi ha detto che bisogna avere paura, se non la si ha è più facile perdere il controllo. Sei d’accordo?
Sì, la paura è fondamentale, è un termometro che ti dice fin dove puoi spingerti e dove forse è meglio che torni indietro. Quando si affronta un pericolo oggettivo, ci si assume un rischio e la paura serve a ragionare, a decidere le scelte da fare.

Quando ci sono stati momenti zero nella tua vita, parlando di montagna, perché hai deciso di non fermarti?
La domanda che ti poni in quei momenti è semplice: «Sono pronto a smettere?». Se la risposta è no vai avanti. Il giorno che la risposta sarà sì, probabilmente inizierò a vivere la montagna in maniera differente. Questa domanda me la sono posta anche recentemente quando è morto il mio amico Ueli Stek, tanto più che io e la mia compagna stiamo per avere la nostra prima bambina… L’importante è che se decidi di andare avanti, ne sei convinto.

Dopo uno di questi momenti, a risollevarti è stato un’altra volta tuo papà, con cui hai aperto una nuova via sul Cervino. Vi guardate con grandissima stima e orgoglio…
La vita e la montagna mi hanno avvicinato a lui. Nel 2010, in un momento difficile, sono andato a cercare la persona meno adatta per aprire una nuova via, perché lui allora aveva già sessant’anni. Il motivo di certe scelte lo capisci solo a posteriori: in quella salita mi ha sempre seguito. Non avevo bisogno di uno forte, ma di una persona speciale che si legasse al mio fianco…

In una recente intervista su “Marie Claire” Messner parla della rinuncia come di un valore. È la montagna a insegnare la bellezza dell’impossibile?
La montagna dà l’idea dell’impossibile perché ci sono delle cose che effettivamente non ti senti di fare e, attraverso la sua grandezza, ti fa rendere conto della tua dimensione. La montagna, la natura e il mondo ci ospitano. Noi pensiamo di poter governare le cose, anche il cambiamento climatico, mentre la montagna ci rimette al nostro posto… Anche perché se non la rispetti può farti male e dunque bisogna affrontarla da ospiti e non da conquistatori.

Hai detto che oggi un alpinista dovrebbe chiedersi: «Quale montagna voglio per le future generazioni?». Tu come la vuoi lasciare?
Selvaggia, severa, aspra e soprattutto pulita.

La montagna sta vivendo un’epoca d’oro. Come mai secondo te? Ed è un bene?
Il ritorno alla montagna è un bene perché per sopravvivere ha bisogno di persone che la vivano, però servono non solo i turisti ma anche persone che vi restino tutto l’anno, prendendosene cura. L’errore che si è fatto negli anni passati è stato puntare tutto sul turismo con una certa speculazione economica dell’edilizia che ha portato all’innalzamento dei prezzi delle case e che ha fatto scappare i montanari.

Come dovrebbe avvicinarsi alla montagna per la prima volta un ragazzo?
Gli consiglierei di divertirsi rispettando quello che ha attorno. La montagna, come tutte le cose nella vita, deve essere faticosa, ma ti deve anche regalare emozioni positive.

Meglio da soli o in compagnia?
A me piace uscire da solo, ma per arrampicare in solitaria bisogna sentirselo e non sempre lo si può fare. Stare da soli in montagna vuol dire anche uscire senza telefono e andare a camminare su un sentiero conosciuto o sconosciuto. Lo consiglio alle persone perché prendersi un attimo per stare da soli è importante per conoscersi di più.

Intervista pubblicata su Club Milano 40, settembre – ottobre 2017. Clicca qui per scaricare il magazine.

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