Silvio Soldini

Silvio Soldini

Un incontro fortuito, quello con Enrico, l’osteopata cieco che cinque anni fa gli curò un comune mal di schiena, ha fatto trovare l’ispirazione a Silvio Soldini per Il colore nascosto delle cose, film con Valeria Golino e Adriano Giannini fuori concorso all’ultima mostra del cinema di Venezia. Vincitore di numerosi premi, tra cui ben nove David di Donatello e cinque Nastri d’Argento per il rocambolesco Pane e Tulipani, scopre il cinema a 21 anni quando lascia la facoltà di Scienze Politiche e parte per New York. Il suo ritorno, due anni dopo, sarà pieno di storie tutt’altro che straordinarie, in cui Milano è una delle protagoniste.

di Alessia Delisi – foto di Matteo Cherubino

Il suo ultimo film, Il colore nascosto delle cose, racconta l’incontro tra un’osteopata non vedente, interpretata da Valeria Golino, e Adriano Giannini, che fa invece il pubblicitario. Come è nata l’idea?

Cinque anni fa ho incontrato per la prima volta una persona cieca, un osteopata, a causa di un mal di schiena. Il fatto di farmi curare da lui mi intrigava e, conoscendolo, sono rimasto ancora più affascinato e incuriosito da questo mondo di cui non sapevo niente, perché quello che lui mi raccontava erano cose che non sospettavo nemmeno, come che aveva imparato a sciare a 54 anni e che faceva regate in barca a vela. Ma mi parlava anche dei film che aveva visto e commentava i miei. Insomma, mi sono trovato in una situazione che neppure pensavo esistesse e questo per ignoranza mia. Da quel momento ho iniziato a pensare di fare un film che entrasse un pochino nel mondo dei ciechi: ne è nato il documentario Per altri occhi in cui Enrico, l’osteopata, è uno dei dieci protagonisti, mentre gli altri mi sono sono stati presentati da lui, oppure li abbiamo trovati io e Giorgio Garini, con cui nel 2013 ho fatto il film. Successivamente ho realizzato un altro documentario, più breve, intitolato Un albero indiano, che mi era stato commissionato da CBM, una onlus che si occupa del problema della cecità nel mondo. Protagonista qui è Felice Tagliaferri, lo scultore cieco già presente in Per altri occhi, cui CBM aveva chiesto di fare un workshop di due settimane in India per dei ragazzi disabili. Stare a contatto con lui, vedere come gestiva gli spazi, come riconosceva le cose e faceva esperienza di una realtà diversa dalla propria è stato molto importante. Così a un certo punto mi sono detto: perché al cinema non ho mai visto personaggi simili? Perché nei film i ciechi sono schiacciati dal dramma della loro situazione, mentre io ho conosciuto persone con una voglia di vivere e una curiosità superiori a quelle di molti vedenti che conosco e persino di me stesso? È stata questa la molla che mi ha spinto a fare il film.

Cosa ha imparato dai ciechi?

Innanzitutto ho fatto piazza pulita di una serie di stereotipi sulla cecità che avevo immagazzinato in modo poco cosciente. In secondo luogo ad avermi colpito, oltre alla grande vitalità e curiosità, è la capacità di superare le difficoltà. Ho come l’impressione che tutti loro mi abbiano insegnato a prendere un po’ di distacco, dando una dimensione diversa ai problemi che ci assillano quotidianamente. Un’altra cosa che mi ha colpito è la capacità di ascolto: le persone cieche ascoltano in un modo molto più profondo, più attento. Questa capacità, che poi è uno dei motivi per cui ne Il colore nascosto delle cose lui rimane così affascinato da lei, l’ho sperimentata io stesso quando, lavorando alla scrittura del film, ho chiesto a cinque di loro – donne prevalentemente – di darmi una consulenza. Ricordo che la prima volta che lessi loro il soggetto fu un’esperienza molto intensa perché c’era una concentrazione che non avevo mai sentito prima e che si capiva anche da quanto erano precise e puntuali le domande. Era come se riuscissero a vedere il film scorrere davanti agli occhi. Credo che questa sia una dote che noi non abbiamo, perché la vista purtroppo è il primo senso che usiamo per giudicare gli altri.

Cosa l’affascina invece dell’universo femminile che nei suoi film è presente in modo così forte?

Nel 1985 con Giulia in ottobre, un mediometraggio che ho realizzato con Carla Chiarelli, mi sono accorto che attraverso i personaggi femminili riuscivo a raccontare qualcosa di me meglio che attraverso quelli maschili. Ricordo che all’inizio mi sembrava strano dirigere un’attrice donna, poi lentamente invece mi sono sentito molto a casa. È come se riuscissi a guardare la società da un altro punto di vista, a fare dei ragionamenti diversi anche. Forse ho una sensibilità che mi porta a raccontare storie in cui le donne sono importanti: ne Il colore nascosto delle cose, per esempio, il protagonista è Teo, ma il personaggio forte è lei, perché è a partire dall’incontro con Emma che Teo cambia.

Un tema che ricorre nei suoi film è quello della normalità: raccontare vite che non hanno niente di straordinario, ma nelle quali, proprio per questo, ciascuno di noi può immedesimarsi. Perché?

Non sono portato a immaginare storie straordinarie. Mi piace invece partire da personaggi vicini per creare un clima di intimità tra loro e le persone che andranno a vedere il film. Dopodiché possono anche accadere cose straordinarie: la protagonista di Pane e tulipani per esempio viene dimenticata in un autogrill per poi arrivare a Venezia e scoprire un mondo che non conosce… è un po’ surreale, non le pare? Forse tutto nasce dalla convinzione che nella quotidianità esistono delle storie e che, se si è bravi, si possono raccontare le tante cose che avvengono durante le nostre giornate.

silvio soldini

Silvio Soldini – foto di Matteo Cherubino

A 21 anni ha abbandonato la facoltà di Scienze Politiche per frequentare un corso di cinema a New York. È stato allora che si è scoperto regista?

Il merito fu di mio padre che, vedendomi andare un po’ alla deriva, a un certo punto mi propose di cercarmi un corso di cinema. Purtroppo alla fine degli anni Settanta in Italia scuole non ce n’erano, fatta eccezione per il Centro Sperimentale di Cinematografia, che però all’epoca era chiuso. Così sono finito a studiare cinema a New York, dove ho visto un’incredibile quantità di film, una media di un titolo al giorno per due anni e tutti proiettati sullo schermo. Ho scoperto il nuovo cinema tedesco, la Nouvelle Vague francese, la New Wave americana, Jarmusch, Poe, Bresson, Ozu, Bergman… registi che sono diventati un po’ dei maestri una volta tornato in Italia, anche se quello che che mi ha sempre affascinato di più è Antonioni.

Come è cambiato negli anni il suo modo di fare cinema?

Tra i miei film ce ne sono alcuni che mi hanno aperto nuove possibilità: uno di questi è sicuramente Pane e tulipani, perché erano già due o tre anni che volevo provare a fare qualcosa di più simile a una commedia. All’inizio non ero abituato, ricordo che stavo girando una scena di inseguimento tra Giuseppe Battiston e Licia Maglietta e mi veniva talmente da ridere che dovevo tapparmi la bocca e allontanarmi, perché avevo paura che poi si sentisse nella presa diretta del suono. Pane e tulipani mi ha insegnato che anche facendo ridere si può far riflettere, ma in generale ogni film mi ha lasciato qualcosa, voglia di approfondire un discorso stilistico ad esempio, oppure un lavoro con gli attori. Se guardo indietro il mio percorso, ognuno dei dieci lungometraggi che ho realizzato mi ha fatto capire in che modo fare il successivo, o da che parte andare per trovare l’ispirazione, perché se c’è una cosa che non sopporto è ripetermi.

Come vede il cinema italiano attuale?

Non lo vedo tanto bene, un po’ perché ci sono sempre meno soldi per fare i film e un po’ perché non mi sembra che la gente sia così interessata al cinema italiano in generale. C’è da dire che il numero di spettatori sta calando vertiginosamente e questo anche a causa delle serie televisive. La cosa mi intristisce perché un conto è starsene a casa a guardare la tv e un conto è andare al cinema, dove ci sono altre persone e soprattutto c’è una ritualità che deriva dal teatro. I cinema nelle città poi sono notevolmente diminuiti, per cui è sempre più difficile vedere film italiani, perché nei multiplex la maggior parte dei titoli sono americani oppure sono film di intrattenimento. Ecco, mentre una decina di anni fa sembrava che la gente stesse tornando ad avere voglia di cinema italiano, adesso mi sembra che siamo caduti nella situazione opposta.

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Silvio Soldini fuori dall’Istituto dei ciechi – foto di Matteo Cherubino

Le hanno mai chiesto di lavorare per la televisione?

No e devo dire che finché riesco a non farlo sono più contento, anche perché quando si lavora per la televisione si ha ancora meno tempo a disposizione di quello che si ha per il cinema. Quindi perché complicarsi la vita?

Milano ha fatto da cornice a diversi suoi film, come L’aria serena dell’ovest del 1989 e “Cosa voglio di più” del 2010: cosa rappresenta per lei la sua città?

Più che da cornice direi da personaggio! [ride, NdR]. Milano è la città in cui ho iniziato a fare cinema, perché quando sono tornato da New York ho girato qui i miei primi cortometraggi e mediometraggi in 16 mm. Da Paesaggio con figure a L’aria serena dell’ovest e Un’anima divisa in due, è stata quindi la scenografia di tutta la prima parte del mio cinema. Poi, con quest’ultimo film, da un lato la storia mi ha portato altrove, dall’altro credo che ci fosse un’esigenza più profonda di cercare altri scenari. Per Le acrobate infatti ho scelto Treviso e Taranto, mentre Pane e tulipani mi pareva giusto girarlo a Venezia, per via del suo carattere fiabesco. Sono tornato a Milano dopo 18 anni con Cosa voglio di più perché nel frattempo la città era cambiata e mi sembrava che ci fossero luoghi nuovi da raccontare.

Vuole dirmi di cosa parlerà il suo prossimo film?

Neanche per idea! [ride, NdR]. L’unica cosa che posso dirle è che mi piacerebbe realizzare un altro film tratto da un romanzo, come ho fatto nel 2002 per Brucio nel vento che è un adattamento da Ieri di Agota Kristof. La cosa che mi piace di questo procedimento è che vieni portato in un mondo diverso da quello che riusciresti a costruire tu. Certo, quando leggi una storia che non è tua deve scattare la voglia di raccontarla per immagini.

Crede nel caso?

Credo che quando avvengano delle cose non le si possa trattare dicendo semplicemente «è un caso», perché è po’ come svilirle. È un tema che mi ha sempre affascinato molto e che è presente soprattutto nei miei primi film. Come se il caso offrisse ai personaggi un’opportunità che da soli non erano capaci di cogliere.

Articolo pubblicato su Club Milano 41, novembre – dicembre 2017. Clicca qui per scaricare il magazine.

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