Lino Patruno

Lino Patruno per jazzmi

Ieri sera ha aperto Jazzmi con una speciale serata allo Spirit de Milan, insieme ai Chicago Stompers. Abbiamo intervistato Lino Patruno qualche giorno prima per farci raccontare della sua carriera funambolica. Aspettando di leggere la versione integrale sul numero di novembre e dicembre, ecco qualche estratto.

di Simone Sacco

Considerato uno dei padri del jazz italiano, Lino Patruno ha messo in scena le provocazioni surreali de I Gufi (assieme ai compagni Nanni Svampa, Roberto Brivio e Gianni Magni), venduto milioni di copie scrivendo la sigla di Portobello: «Enzo Tortora mi volle perché si fidava di me. Non come ora che è necessaria la raccomandazione» e si è goduto la vita senza mai perdere una imprescindibile vis polemica. Patruno è una italianità bella d’altri tempi che non le manda a dire… nemmeno al telefono durante la nostra intervista.

Mi sembra doveroso partire dal povero Nanni Svampa venuto a mancare il 26 agosto scorso…
Una perdita enorme. Quella con Nanni non è stata una collaborazione artistica, ma un’amicizia durata sessant’anni. Da un po’ c’eravamo persi di vista perché il mio trasferimento a Roma ha complicato le cose; però, finché ho vissuto a Milano, Nanni ed io eravamo belli affiatati.

Dove abitava, Patruno?
In una villetta liberty dalle parti di piazza Amendola. Non sa quanto mi è dispiaciuto andarmene…

Avrebbero ancora senso I Gufi nel 2017?
No, perché il cabaret – e nella fattispecie quel nostro cabaret “alla milanese” – è morto in coincidenza con l’ascesa della TV commerciale. E poi si è aggiunta anche la Rai a fare piazza pulita.

Come trova i locali milanesi di oggi?
Non mi ci faccia pensare! In passato c’erano luoghi storici come il Santa Tecla o il Capolinea, ora solo discoteche e rumore. Meno male che qualcuno ha ideato il festival JazzMi. Almeno lì potrò far conoscere la grandezza di Joe Venuti e Eddie Lang, nomi che al giorno d’oggi sono stati malauguratamente rimossi. Con me ci saranno il cantante Clive Riche e i Chicago Stompers. Bravi ragazzi che hanno scoperto la verità.

La verità?
Sì, quella che si porta appresso la buona musica. E mi creda, il jazz tradizionale degli anni Venti è davvero la musica migliore del mondo. Dopo hanno fatto solo disastri: penso al rock, al jazz elettrico… Dagli anni Sessanta in poi i musicisti hanno puntato tutto sull’emotività tralasciando la bravura, la grazia, l’eleganza. (Sospira, NdR).

In realtà molti “rockettari” tipo Sting, i Chicago o gli Steely Dan hanno un enorme debito di riconoscenza verso il jazz. Ne sono assolutamente rispettosi…
Ok, ma che restino nella loro area. Tempo fa ho sentito un disco di McCartney, Kisses on the Bottom, dove si confrontava con alcuni standard anni Trenta: imbarazzante! Mi spiace per Paul, ma quello non è davvero il suo campo. Esattamente come io sarei a disagio a cantare le canzoni dei Beatles.

In Kind Of Blue suonò pure un certo John Coltrane che lei ha conosciuto di persona…
Un vero signore, John. Venne a Milano all’inizio degli anni Sessanta ed io – che all’epoca lavoravo per la Ricordi – lo portai in giro per tre giorni tra alberghi, ristoranti e sale da concerto. Coltrane e Thelonious Monk erano i migliori.

E Davis?
Miles no: fu davvero maleducato nei miei confronti. Una persona sgradevole come poche. Certo, poi uno ascolta i suoi dischi e lo perdona.

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