Beatrice Trussardi

Beatrice Trussardi. Dettaglio. Foto di Matteo Cherubino

IL GIUSTO MOMENTO

Impegnata da anni nella promozione e divulgazione dell’arte contemporanea con progetti unici, a volte anche criticati, è la primogenita della famiglia Trussardi. Con la sua bellezza discreta e il suo ruolo di Presidente della Fondazione Nicola Trussardi dal 1999, Beatrice rappresenta la città di Milano come poche altre donne. Seguendo le orme del padre, negli anni ha trasformato la Fondazione in un museo nomade e in un’istituzione dell’arte contemporanea. Come ha fatto? Con i fatti e le persone giuste

di Nadia Afragola – foto di Matteo Cherubino

 

Come si definirebbe?
Una divulgatrice di cultura.

Perché ha deciso di dedicare la sua vita all’arte e alla cultura?
È un privilegio che mi è stato concesso, ho trovato la mia strada. L’arte è qualcosa che mi motiva da dentro, in cui credo fermamente. Ci sono persone che passano una vita intera cercando la loro strada. Questo non vuol dire che una mattina mi sia svegliata con il sapere infuso. Il mio percorso è iniziato da bambina, ho studiato all’estero e poi, una serie di accadimenti hanno fatto il resto. Grazie a un professore di Brera, giovane ma talentuoso ho scoperto la storia dell’arte, il disegno, la pittura. Mi ha avvicinato alle arti visive, figurative e i suoi insegnamenti non hanno solo attecchito, ma anche forgiato la donna che poi sono diventata. Ho portato avanti i miei studi universitari all’estero, negli Stati Uniti, sapendo di non voler essere un’artista ma la figura che gestisce il business che fuoriesce dagli artisti. Ho scelto l’America perché in quegli anni l’Italia non era attrezzata con percorsi di studi adeguati, contrariamente a quanto accade oggi. Poi sono arrivati gli anni del mio insediamento in Fondazione Trussardi e subito dopo con l’arrivo del curatore e direttore artistico Massimiliano Gioni abbiamo cercato e per fortuna trovato una via unica, ma differente da ciò che c’era già, in grado di esplorare e divulgare l’arte contemporanea a Milano.

Perché è ancora cosi difficile essere donne oggi, in Italia, nel mondo?
Malgrado tutte le belle convinzioni, le lotte, i punti di arrivo, mi accorgo che il problema è ben più profondo e radicato perché culturale e perché si tramanda. È qualcosa di innato nell’uomo, nel maschio. La donna così gentile continua a essere vista come un simbolo di ascolto, di accoglienza, di cura ed è normale che sia lì per gli altri, per la famiglia, per il marito, per i figli… Perché dovrebbe fare anche altro? Siamo nel campo dell’educazione, sta però alla donna far capire che tutto quanto appena detto, la sua unicità, può e deve essere integrata con altro. Mio figlio tempo fa mi ha chiesto perché non facessi la casalinga, voleva avere la mamma a casa, gli ho risposto con una domanda. Gli ho chiesto: «Cosa pensi che farei mentre sei a scuola o a fare le attività sportive?» e poi gli ho spiegato che ogni essere umano deve poter seguire la sua indole, i suoi studi. Ha fatto una richiesta umana, maschile. La strada da fare è ancora lunga e non è con le armi opposte o indossando panni maschili che si risolve il problema, la donna deve mantenere la sua femminilità e trovare il giusto equilibrio.

Ha frequentato una prestigiosa università americana. Parliamo della scuola italiana, del sistema scolastico. Cosa fare per colmare le lacune?
Uscirò dalla sua domanda per porre un’altra domanda. Tra trent’anni anni saremo circondati da una popolazione molto più numerosa, letteralmente sommersa da intelligenza artificiale, robot, software… allora la domanda da fare è un’altra. Che tipo di insegnamento va dato ai ragazzi oggi per permettergli di interagire con le macchine che proveranno sempre più a prendere il posto dell’uomo? Quali sono i lavori che le macchine non faranno? Tutte le scuole, italiane o anglosassoni che siano, devono ripensare il loro metodo e lo devono fare con urgenza. L’enciclopedia più vasta che oggi si conosca è Google, che ci piaccia o meno è così… Quindi, cosa devo insegnare? I valori sicuramente, l’attenzione, la cura, il rispetto, la collaborazione e soprattutto il pensiero autonomo. Occorre che i ragazzi siano in grado di farsi un’opinione, malgrado tutto quello a cui sono esposti: ripartiamo dal pensiero critico e capiamo cosa le macchine non saranno mai in grado di fare. Mi piace pensare che la creatività sarà un simbolo prevalentemente umano. Allora partiamo da lì, dall’approccio alla creatività e a come insegnarla.

Fondazione Trussardi. Foto di Matteo Cherubino

Fondazione Trussardi. Foto di Matteo Cherubino

A un certo punto della sua vita è tornata a vivere in Italia… Perché?
Non c’era un motivo valido per non rimanere qui. Quello che avevo, ciò che ho costruito, mi riempie di soddisfazione. Chi va all’estero e decide di non tornare è perché costruisce altrove ciò che dà valore alla sua vita ma la nostalgia resta, in Italia si vive bene anche se pare debba dirsi il contrario. New York è fantastica, ma non è la città ideale per crescere figli, fai delle esperienze di vita bellissime, vivi in un’accelerazione perenne dei tempi e devi avere un’incredibile energia per non perdere il passo. Per fortuna esiste, ma il mio tempo per stare lì era scaduto, volevo andare altrove e per farlo sono tornata a casa.

Dal 1999 ricopre l’incarico di Presidente della Fondazione Nicola Trussardi, creata da suo padre nel 1996. Per quale scopo è nata e come è cambiata, se è cambiata, nel tempo?
La Fondazione è nata per promuovere la cultura attraverso tutte le sue espressioni: quando ha preso il via, io studiavo ancora all’estero. Inizialmente la Fondazione organizzava mostre nella sede di Palazzo Marino a La Scala. Quando sono rientrata ho lavorato nella stessa direzione per un po’ di tempo, era tutto molto stimolante, cercavo però delle cose inedite e mi rendevo conto di ciò che la gente voleva e cosa mancava. Nel 2001 a Milano non c’era l’offerta che c’è oggi di arte contemporanea, né nel settore pubblico né nel privato. Decisi di fare qualcosa per far capire che l’arte esisteva, volevo creare qualcosa che arrivasse alla gente e con Massimiliano (Gioni, NdR) abbiamo deciso di portare l’arte in spazi nuovi, che già esistevano e che ogni volta si sarebbero riempiti attraverso le opere, le visioni degli artisti e le scelte del direttore artistico. Parliamo di una nuova alchimia, di un dialogo con il contenitore e intorno a esso, uno scambio tra antico e contemporaneo, capace di raccontare altro.

Ha più potere un artista, un curatore o il presidente di una fondazione?
L’artista realizza quello che non c’era, le opere nuove. Il curatore immagina la mostra, il messaggio, l’artista stesso nella creazione e nella rappresentazione di ciò che ha in testa. Il suo lavoro è fondamentale. Il presidente della Fondazione fa sì che tutto quanto appena detto si possa realizzare, ecco perché mi definisco produttore, divulgatore, imprenditrice culturale. Ognuno ha poteri diversi, di uguale valore.

Perché ha trasformato la Fondazione in un museo nomade?
Per portare l’arte a contatto con le persone, creando un effetto sorpresa, qualcosa di inaspettato. Ci chiedono dove faremo la prossima mostra ancor prima di chiederci chi sarà l’artista. I luoghi scelti esistono già ma per qualche motivo erano chiusi o inaccessibili e il nostro intervento fa quello: riapre le porte.

I suoi figli dicono che è la manager che aiuta gli artisti. Bene, come si aiutano gli artisti?Con la pazienza, perché sarebbero in grado di farti impazzire e poi aiutandoli a realizzare le loro visioni. Le loro opere veicolano messaggi. Nel 2010 pubblicammo un libro in cui si diceva proprio questo, si parlava della Fondazione  come di un luogo magico capace di aiutare gli artisti a realizzare i sogni che hanno nel cassetto. È una sfida in piena regola e per fortuna Massimiliano è una persona molto paziente. In questi luoghi da far rinascere, agli artisti vengono in mente le idee più incredibili e spesso realizzarle è complesso. Parliamo di un lavoro di squadra, un gruppo flessibile, attivo quando necessario, una sorta di agenzia che arriva, fa e poi se ne va. Si dissolve.

Beatrice Trussardi. Foto di Matteo Cherubino

Beatrice Trussardi. Foto di Matteo Cherubino

Essere imprenditori oggi è un rischio, se si è una donna è un terreno quanto mai difficile. La credibilità come si costruisce?
Con i fatti, sei quello che hai fatto, mi piace parlare quando ho dei fatti in mano, delle cose da dire. Non dico cose che poi non accadono o cose non vere. Sembrerebbe scontato tutto questo, ma non lo è in questi tempi fatti di proclami e fake news. La gente non si aspetta da me delle cose diverse da quello che sono. Non si improvvisa nella vita, non in quest’ordine di grandezza.

L’arte è stata da sempre il filo conduttore di tutta la sua vita. Come si sceglie di accendere la luce su un artista piuttosto che su un altro?
La scelta dell’artista non è fatta direttamente da me, ma è condivisa con me. Malgrado abbia fatto un percorso di studi specifico in tal senso, ho scelto di fare un passo indietro e perché tutto funzioni con credibilità e coerenza faccio sì che ognuno faccia il suo. Il confronto c’è, aiuta, ma non sono io a dire a Massimiliano di prendere Maurizio Cattelan piuttosto che Martin Creed. È importante, nella scelta del tema, dell’artista, arrivare al momento opportuno, con il giusto messaggio, centrato nel contesto storico. In qualche modo occorre avere una certa capacità anticipatrice. È come tenere le antenne sempre dritte e accendere la luce al momento giusto.

È difficile trovare nel suo passato una parola fuori posto, qualcosa di dubbia interpretazione. Mai sopra le righe, poco della sua famiglia in rete, sui social. La discrezione paga?
Non mi è stato complicato essere discreta, sono così, assecondo il mio modo di essere senza nessuna fatica. I passi falsi si fanno, li ho fatti e per fortuna aggiungo. Gli errori debbono essere fatti per imparare anche se la cultura italiana del non fallimento è così in voga. Va bene sbagliare, fa parte dell’educazione anglosassone, non sono una perfezionista, una paladina del non errore. Non amo parlare più del dovuto, tutto qua.

La rete, internet, i social network: hanno realmente accorciato le distanze?
Siamo e saremo vittime della rete ma la mia non è una visione completamente pessimista, ci sono dei lati positivi e altrettanti negativi. Parliamo di un mezzo e ciò che conta è come viene utilizzato, per quale fine. Se rappresenta una dipendenza ne sei vittima altrimenti è un formidabile strumento di comunicazione empatico e diretto.

Cosa è etico per lei?
Tutto ciò che l’individuo reputa corretto per sé, per la sua individualità soggettiva, nel rispetto dell’altro.

Se Milano fosse un’opera d’arte…
All’inizio del nuovo percorso della Fondazione, parlo di 15 anni fa, maggio 2003, abbiamo fatto un piccolo sondaggio con Massimiliano, siamo andati a chiedere a 15 persone, simboli della città Milano, quale fosse per loro il simbolo della città. Le loro visioni, a tratti provocatorie furono raccolte in un libro, Panorama Milano, e trovo che non ci sia nulla di più attuale di quelle visioni. Per quanto mi riguarda Milano è l’espressione di quel collettivo di artisti e delle cose meravigliose che hanno fatto per la nostra città e il nostro Paese.

Nel tempo libero a cosa non rinuncia?
Al tempo che amo passare in mezzo alla natura, un bisogno fisico e mentale.

È felice?
Si, faccio di tutto per esserlo. È un nostro dovere, un dovere di tutti essere felici.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 42, gennaio-febbraio. Clicca qui per sfogliare il magazine.

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