Barnaba Fornasetti

Fornasetti. Foto di Matteo Cherubino

IL MIO DESIGN SUONA IL ROCK

Nato a Milano nel 1950, l’eccentrico designer ha un curriculum di tutto rispetto: cresciuto in una famiglia illustre, ha respirato fin da bambino l’essenza della “follia pratica”, affiancando il padre Piero nella produzione di oggetti e decorazioni. Nella grande casa di famiglia dove lo abbiamo incontrato – insieme abitazione, archivio e ufficio nei pressi del Politecnico – a farla da padroni sono i gatti Smoke e Fay che lo osservano sornioni mentre lui, in abiti da perfetto dandy, parla del suo rapporto con la tradizione e del desiderio di arricchire l’universo fornasettiano di nuovi progetti, anche musicali.

di Alessia Delisi – Foto di Matteo Cherubino

Tre aggettivi per Barnaba Fornasetti.
Elegante, ironico, radical-chic.

Ci racconta qual è il suo rapporto con la tradizione?
Sono stato investito del compito di portarne avanti una importante. Non l’ho cercato, mi ci sono ritrovato e da subito l’ho sentita come una responsabilità. Devo dire che nel corso degli anni ho trovato piuttosto semplice mantenere viva la visione creativa di mio padre: sono nato in questo contesto, la mia immaginazione quindi ne è stata forgiata a tal punto che portare avanti la sua lezione, rispettandone stile, rigore e ironia sottile, è stato qualcosa che oserei definire naturale. Allo stesso tempo non mi limito a riportare in vita i pezzi più popolari della sua produzione, ma creo nuovi oggetti, rinnovando la tradizione con il mio apporto e la mia sensibilità.

A proposito di rapporto con la tradizione, negli spazi del romano Palazzo Altemps – nato come casa aristocratica e divenuto poi sede di un museo dedicato alla storia del collezionismo antiquario – le creazioni sue e di suo padre dialogano con la vocazione storica della residenza. “Citazioni pratiche” è il nome del progetto. Può dirci qualcosa di più?
Si tratta di una mostra in cui la collezione di sculture e gli stessi spazi del Palazzo si confrontano con oltre 800 pezzi dell’atelier milanese, perlopiù disegni, mobili e accessori che ripercorrono la produzione fornasettiana dagli anni Trenta a oggi, rivelandone la fantasia sfrenata e i tratti surrealisti. Il visitatore viene lasciato libero di costruire il proprio percorso e di immergersi in una dimensione densa di stimoli. “Citazioni pratiche” non è solo contaminazione, né vuole essere un rimedio alla nostra incapacità di godere dell’antico. Nasce invece dal desiderio di valorizzare quella cultura classica che sta a noi saper evocare per cogliere più a fondo il contemporaneo. Ogni epoca, per ritrovare identità e forza, ha inventato un’idea diversa del classico e credo che oggi, per dare forma al mondo di domani, sia necessario ripensare le nostre molteplici radici.

Lei è un apprezzato dj e animatore di feste milanesi e non solo: da dove viene la sua passione per la musica?
La musica è sempre stata uno degli ingredienti essenziali della mia vita. Ho ereditato la passione da mio padre, che ascoltava musica classica, ma non solo. Sono diversi i generi che ascolto, li scelgo in base alle circostanze. Non ho mai avuto una predilezione per la classica, piuttosto, direi, per tutte le altre categorie: dal jazz all’elettronica fino alla musica pop contemporanea. Quando organizzo delle feste la colonna sonora è sempre un mix di tutti questi generi, ma sempre privilegiando pezzi che spingano a danzare. In ogni caso, le dirò la verità, il rock è stato e sarà sempre il mio preferito!

E del Don Giovanni di Mozart di cui ha deciso di riportare alla luce la versione originaria che mi dice?
L’idea de “Il dissoluto punito ossia il Don Giovanni” me l’ha data il direttore d’orchestra Simone Toni, che è praticamente nato sotto il segno di Mozart. Mi ha affascinato e letteralmente contagiato. Mi piacerebbe che Fornasetti entrasse in contatto con un pubblico più ampio di quello del design, per questo motivo, sotto la mia direzione artistica, stiamo provando a essere meno legati al prodotto commerciale, cercando invece altri ambiti in cui mettere in campo le arti decorative. Il mio obiettivo è rendere l’immaginario fornasettiano raggiungibile senza necessariamente passare attraverso l’acquisto di un oggetto, perché credo che, così come possiamo parlare di arte anche senza riferirci a un manufatto, nello stesso modo la decorazione può portare un messaggio senza essere connessa con un articolo commerciale. Quest’ultima, che non ritengo affatto un’arte minore, ha la caratteristica di potersi legare a tanti tipi di supporto e a molti ambiti diversi. Il Don Giovanni nasce in questo contesto come uno dei progetti in grado di reinterpretare in un modo del tutto inedito e in chiave contemporanea l’immaginario di Fornasetti. L’ho scelto perché è un mito e non perde mai di splendore: non c’è niente di più affascinate dell’amore e della morte. E Don Giovanni incarna entrambi questi aspetti.

Atelier Fornasetti. Foto di Matteo Cherubino

La camera rossa di casa Fornasetti, con il gatto Smoke appollaiato sul letto

Nella collezione di mobili, accessori e porcellane dedicata al Don Giovanni non poteva naturalmente mancare il volto della cantante lirica Lina Cavalieri, una presenza costante da almeno cinquant’anni. Come è nata questa liaison?
Lina Cavalieri è stata un’artista di fama internazionale vissuta tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Mio padre non l’ha mai conosciuta, ma il fascino formale e grafico del suo viso ne ha scatenato la creatività: le sue proporzioni auree e l’espressione enigmatica hanno dato vita negli anni a più di quattrocento variazioni. Come ha spiegato mio padre stesso, il volto di Lina è un vero e proprio archetipo, la quintessenza della bellezza, classica come una statua greca, enigmatica come la Gioconda. Insomma, un volto plasmabile sulle intuizioni visive che emergevano nella sua mente.

Che tipo era suo padre?
Come tutti i personaggi geniali, non era facile: esigeva dedizione, metodo e precisione, era intransigente e il suo lavoro veniva prima di ogni altro sentimento. Lavorare insieme non è stato semplice, soprattutto all’inizio, proprio per la sua personalità autoritaria. Con il passare del tempo però siamo riusciti a costruire un modo di collaborare che ha reso entrambi soddisfatti: il nostro era perlopiù un conflitto generazionale e caratteriale che si è risolto nell’ultimo periodo della sua vita con una collaborazione più felice e rilassata.

Cosa le manca più di lui?
Mi mancano i momenti di tenerezza trascorsi insieme e la sua profonda conoscenza di tecniche e materiali.

Se avesse una macchina del tempo in quale epoca, passata o futura, vorrebbe essere trasportato?
Mi ha sempre affascinato l’idea di essere trasportato in epoche passate più che future. Confesso però che la presenza di conflitti, legati soprattutto alle disuguaglianze sociali, mi fa nutrire qualche riserva su questo viaggio. Credo che la nostra epoca sia la meno dura da questo punto di vista.

Un marziano sbarca a Milano durante la settimana del Salone del Mobile: dove lo porterebbe?Lo condurrei in giro per la città: Milano in questo periodo dell’anno è abitata da un’umanità variopinta e internazionale con cui vale la pena entrare in contatto.

Meglio il Fuorisalone quindi?
Lo preferisco, sì, perché è più variegato, ma soprattutto è libero da vincoli istituzionali. Il Salone è più che altro una fiera, con tutti i limiti che questa dimensione può avere. Devo dire però che, soprattutto in tempi recenti, si è dotato di spazi di maggiore libertà. E questo è un merito, come pure è un merito quello del Salone Satellite, a cui riconosco la capacità di scoprire nuovi talenti e inserirli da subito nel meccanismo produttivo.

Fornasetti. Foto di Matteo Cherubino

Lei cosa presenterà al Fuorisalone?
Presenteremo “Architettura celeste”, una collezione di mobili e accessori sul cui sfondo svetteranno i nuovi obelischi, mentre all’ultimo piano una mostra celebrerà la storia del trumeau Fornasetti. In collaborazione con WonderGlass poi abbiamo realizzato un lampadario legato anch’esso al tema delle architetture arcane.

Come sono i giovani designer?
Non li invidio perché si ritrovano a doversi confrontare con una realtà molto complessa, più difficile rispetto al passato: le regole commerciali sono vincolanti e la concorrenza di creativi pretenziosi è spietata. Nel nostro team ci sono giovani promesse che spero riescano a trarre da questa esperienza e dal costante scambio che c’è in Fornasetti la linfa per acquisire autorialità e creare in modo autonomo.

Chi sono i suoi scrittori preferiti?
Gore Vidal, Zygmunt Bauman e Michel Onfray. Ho concesso l’utilizzo di un’immagine di Fornasetti per il libro di Mariano Sigman intitolato La vita segreta della mente. Non ho ancora finito di leggerlo, ma lo trovo già molto interessante, senz’altro uno di quei libri che consiglierei. Se tra gli scrittori valgono anche i poeti, allora inserisco volentieri Valeria Manzi con il suo Posando gli occhi sui rami.

Cosa fa quando non lavora?
Ogni mattina, appena sveglio, ascolto i notiziari in radio e faccio il saluto al sole. Nei momenti liberi mi piace fare giardinaggio e nuotare. È qui che ho le idee migliori.

Qual è un luogo a Milano in cui sentirsi sempre felici.
La lista è lunga… sicuramente Palazzo Clerici, in via Clerici 5: gli affreschi di Tiepolo con la loro tecnica trompe-l’oeil sono un’incredibile fonte di ispirazione. Poi direi piazza Mercanti, anche se non è promossa come merita. Mi piace molto anche il parco dietro la Villa Reale, il giardino botanico e i corridoi dell’Accademia di Brera. Da non dimenticare infine il Teatro Gerolamo, riaperto da poco, la chiesa di San Satiro, che purtroppo non tutti conoscono, e la chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore, con gli incredibili affreschi di Bernardino Luini.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 43 /maggio-giugno. Clicca qui per sfogliare il magazine.

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