Gabriele Baldocci

Gabriele Baldocci

PIANOFORTE SENZA CONFINI

Il pianista livornese protagonista di Piano City Milano vive e insegna a Londra, si esibisce in giro per il mondo e pensa che nella musica non debbano esserci barriere: né tra generi musicali, né tra i cultori del “bel suono” e il grande pubblico.

di Marco Agustoni

Domenica 20 maggio alle 16.30 il livornese Gabriele Baldocci, concertista di fama internazionale e insegnante al Trinity Laban Conservatoire of Music di Londra, si esibirà al Teatro Gerolamo di piazza Cesare Beccaria 8 nell’ambito di Piano City Milano, l’iniziativa che a partire da venerdì 18 farà risuonare per le piazze, i teatri e persino i cortili della città le note dei pianoforti di alcuni dei più apprezzati musicisti da tutto il mondo.

Cosa presenterai a Piano City?
Da cinque anni porto avanti un progetto di incisione di tutte le sinfonie per piano di Beethoven trascritte da Liszt. Quindi prima terrò una sorta di lezione-concerto sul processo creativo di Liszt, dopodiché eseguirò alcune sue trascrizioni di altri autori.

Cosa ne pensi del ruolo di una manifestazione come Piano City nell’avvicinare il grande pubblico al pianoforte?
È una manifestazione lodevole. Ci saranno tantissimi concerti in pochi giorni, oltretutto in una serie di posti inusuali, per cui se uno abita in città ci incapperà per forza di cose. I musicisti classici hanno commesso un grave crimine: allontanarsi dal pubblico comune. Ci si è rivolti a una nicchia e così si sono create due fazioni: da una parte chi propone musica easy listening spacciandola per classica; dall’altra i talebani intransigenti. Penso che si debba trovare una terza via che non intimidisca il pubblico comune, proponendo brani di repertorio, ma anche altre cose.

Cosa ti dà l’insegnamento?
Come tutti i miei colleghi che fanno sia i concertisti sia gli insegnanti, trovo che ti permetta di imparare moltissimo, perché ti obbliga ad assumere un altro punto di vista, a cercare soluzioni differenti per far capire le cose agli allievi.

Hai tenuto concerti da Buenos Aires a Seul: girando il mondo che differenze hai notato nel modo di considerare la musica e i musicisti?
Sono stato molto fortunato, perché l’incontro in Argentina con Marta Argerich mi ha cambiato la vita. È stata un’esperienza che mi ha permesso di passare da studente a concertista, oltretutto in un contesto di grande esposizione. E ho visto come in certi Paesi ci sia il bisogno di esprimersi attraverso grandi figure. Lì Marta è un eroe nazionale e mi ha toccato vedere persone di tutte le estrazioni sociali che conoscono un pianista classico. Questo in Italia non avviene, da noi il rapporto con la musica è dato per scontato, perché fa parte del nostro background culturale.

Differenze nel pubblico?
In Nord America è più caldo, ma non sai fino a che punto puoi spingerti come programma. In Nord Europa al contrario è più freddo, ma sai che capirà qualunque cosa tu gli proponga.

Visto che li frequenti entrambi, che legame c’è tra Bach e il prog rock?
La storia del prog rock è nata un po’ per caso. Tempo fa ho scritto un messaggio su Facebook, rammaricandomi di non avere mai suonato in una band progressive, genere che amo sin da bambino. E tramite un amico di un amico sono entrato in contatto con uno che cercava un tastierista in una band. Non l’ho fatto prima perché temevo il giudizio dell’ambiente classico, ma sono convinto che non esista una musica di serie A e una di serie B. A sorpresa, forse perché non avevo più nulla da dimostrare, questa cosa è stata accolta bene, soprattutto dai miei allievi che hanno visto come si possa fare quel che si vuole, a patto di farlo bene.

Oltre che con la Argerich, suoni anche con Diego Rivera. E se potessi sognare un duetto?
Mi sarebbe piaciuto molto essere diretto da Bernstein. E poi collaborare con Frank Zappa, è un personaggio che ammiro molto.

Oltre che alla musica, ti dedichi anche all’audiovisivo…
All’università ho studiato cinema, mi affascina perché è la quintessenza dell’arte: c’è dentro di tutto, dalla fotografia alla scrittura, passando per la musica. Ho scritto le sceneggiature di alcuni corti che hanno anche avuto un buon successo in alcuni festival. E ho alcune altre sceneggiature nel cassetto, ma è il tempo che manca! In compenso ho fatto amicizia con Anthony Phillips, chitarrista dei primissimi Genesis, e ho cominciato a lavorare con lui sulla musica per alcuni progetti audiovisivi.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 44 maggio-giugno. Clicca qui per scaricare il magazine.

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