Maurizio Stocchetto

Maurizio Stocchetto

DIETRO AL BANCONE

Appassionato di design e letteratura americana, Maurizio Stocchetto è l’anima del Bar Basso, dove è cresciuto e ha imparato a fare cocktail straordinari. Tra viaggi in California, clienti illustri e secret party, i suoi racconti sono davvero imperdibili.

di Matilde Quarti

C’è un posto, a Milano, che ha fatto la storia dell’aperitivo: è il Bar Basso. Mirko Stocchetto, inventore del Negroni Sbagliato, del Rossini e di un altro centinaio di cocktail, lo ha rilevato nel 1967. Oggi è gestito dal figlio Maurizio che ha conservato l’atmosfera senza tempo del locale traghettandolo nell’era del Fuorisalone: per fare un viaggio nella memoria della città basta sorseggiare un drink con lui al bancone.

Partiamo dall’inizio: com’è stato crescere al Bar Basso?
Sono letteralmente cresciuto all’interno del bar. Sono nato a Cortina, poi quando avevo sette anni e mio padre si è messo in proprio a Milano siamo andati ad abitare sopra il locale. Venivo sempre al bar, con mia madre o dopo la scuola: la vicinanza ha influito molto. Ero piccolo, ma mi affascinava vedere cosa facevano gli adulti per divertirsi, e l’atmosfera del bar era allegra.

E come hai deciso di seguire le orme paterne?
Dovevo pagare la benzina del motorino, per cui a sedici anni ho cominciato a lavorare al bar: stavo alla macchina del caffè, pulivo le fragole, lavavo i bicchieri. Poi durante l’università, sostituendo i baristi ammalati o in ferie, ho imparato ad assaggiare i liquori e a capire come influiscono su un drink. Sempre in quegli anni sono andato in California e lì ho scoperto quanto fosse divertente il rito del bere: fino ad allora per me l’aperitivo era orario di lavoro! Quando sono tornato in Italia ho ricominciato a lavorare al bar, ma con un approccio diverso.

Com’era Milano quando tuo padre ha rilevato il Bar Basso?
Era ancora legata a una cultura anni Sessanta e le differenze di classe erano più marcate. I milanesi non bevevano molti cocktail, e chi li beveva andava nei bar degli hotel, al Principe di Savoia o al Gallia. L’ex-proprietario Giuseppe Basso aveva già cercato di cambiare le cose, ma non aveva avuto occasione di fare esperienza in un contesto internazionale come mio padre, che voleva portare avanti il lavoro fatto da Basso aggiungendo quello che aveva imparato a Cortina. Ha avuto un successo strepitoso: venivano tutti al bar, dal leader del Movimento Studentesco Mario Capanna a un senatore dell’MSI, musicisti come Adriano Celentano, la celere, banditi, idraulici, tassisti. Era un posto neutrale in cui si beveva bene, e lo è rimasto.

Maurizio Stocchetto

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Tuo padre inventava i cocktail partendo da materie “semplici”. È ancora possibile questa creatività?
È molto difficile. Come nella musica: tutte le chiavi melodiche sono state già utilizzate ed è complicato inventare dell’altro. Credo che mio papà abbia sfruttato davvero determinati momenti. Per esempio, con il Sessantotto e la liberazione della donna, il mondo dei bar, che era molto maschilista, è cambiato: è arrivata una nuova fetta di clientela e mio padre ha usato lo spumante per abbassare la gradazione alcolica. Cocktail come il Negroni Sbagliato sono nati per venire incontro a queste necessità. Lo Sbagliato è un prodotto sornione, perché ci sono il Bitter Campari e il vermut rosso, che sono ingredienti familiari al palato italiano, con in più lo spumante che è morbido. E anche il nome è azzeccato, perché dà idea della fatalità del caso.

Il Bar Basso è uno dei luoghi del Fuorisalone: puoi parlarmi di questo legame con il mondo del design?
Quando sono tornato a Milano la città era cambiata, era frequentata da stranieri che venivano a lavorare nella moda o in studi di architettura. In questo periodo ho fatto amicizia con James Irvine, arrivato da Londra a lavorare per Sottsass, e altri giovani designer: nel giro di qualche anno sono diventati delle superstar. Il Salone del Mobile era ancora un evento di nicchia, ma innovativo per la città. Poi nel ‘97 James e altri amici hanno pensato di fare una festa segreta al Bar Basso, eravamo una decina e ognuno di noi avrebbe invitato venti persone. Ma si è sparsa la voce e alla fine eravamo più di mille! Il legame che si è creato in quelle occasioni è rimasto, e continuo a collaborare con loro.

Hai un cocktail preferito?
Direi l’Old Fashioned, che bevevo sempre in California, e il Gimlet, citato nei romanzi di Raymond Chandler.

Intervista pubblicata su Club Milano 43. Clicca qui per sfogliare il magazine.

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