Al centro dell’infinito

Mongolia. Foto di Claudia Ioan

Con il rapporto di 1 a 10 tra uomini e animali, la Mongolia non è solo il posto ideale per chi ama i territori incontaminati, ma è anche un Paese capace di metterci di fronte all’immensità della natura, costringendoci a un viaggio a doppia mandata fuori e dentro noi stessi.

di Marilena Roncarà
foto di Claudia Ioan

Terra di fiumi e cascate, di foreste di larici e steppe senza fine: ecco la Mongolia. Il più grande Paese al mondo senza accesso al mare è un sogno che prende le sembianze dei cavalli che corrono liberi, e ancora di yak, aquile e cammelli nel deserto del Gobi. L’ideale per chi ama gli spazi immensi, una terra indocile e indomata dai secoli, dove la storia sembra non aver attecchito, perché nomade nell’anima, eppure così profondamente umana nella sua natura ancestrale, entità fluida, sfilacciata, capace di inglobare diversità evidenti e ancora timida e riservata nell’accoglienza che resta pur sempre assoluta.

Come in tutti i viaggi che si rispettino anche il nostro in territorio mongolo comincia dalla capitale Ulaanbaatar: fondata nel 1600, grande accampamento in moto perpetuo, leggero, trasportabile, spostata nel corso dei secoli all’incirca una ventina di volte prima di trovare l’assetto attuale. Adesso Ulaanbaatar è una capitale asiatica zavorrata dall’asfalto e dal cemento a ridosso del fiume Tuul, un’enorme complesso moderno che si vorrebbe stabile e definitivo, ma che nei quartieri periferici ritrova le ger, dette anche yurta, quelle specie di funghi bianchi con il recinto attorno, che sono le abitazioni tradizionali dei nomadi della steppa dell’Asia centrale. Due attrattive da vedere sono il raffinato Palazzo d’Inverno di Bogd Khan, in cui risiedette per vent’anni l’ottavo Buddha vivente e ultimo re della Mongolia e il monastero di Gandan, il più grande del Paese e uno dei pochi a essere stati risparmiati alle distruzioni di impronta stalinista. Ma Ulaanbaatar prende a rivivere con forza ogni anno a luglio, nei giorni del Naadam, che è insieme rievocazione delle gesta di Gengis Khan e festa nazionale dell’indipendenza dal dominio cinese (1921). In questa occasione un’orda magmatica e pacifica di tribù nomadi approda nella capitale ed è tutto un rumore di zoccoli sul selciato e di cavalli con diritto di precedenza sulle auto che inchiodano.

Mongolia villaggio. Foto di Claudia Ioan

Proseguiamo quindi verso sud fino a entrare nel deserto del Gobi, una distesa immensa che occupa circa un terzo della superficie del Paese. Non si tratta solo di dune e sabbia, al suo interno si succedono paesaggi molto diversi e rarità faunistiche, come l’asino selvatico (khulan) e il cavallo di Przewalski (takhi), motivo per cui in alcune aree è definito riserva della biosfera. Tra le dune le più estese sono quelle di Khongor, centinaia di chilometri di lunghezza per centinaia di metri di altezza. Qui, prima di passare oltre, non bisogna dimenticarsi di mettersi controvento e far scorrere un po’ di sabbia tra le dita in direzione nord, per scoprire cosa significa quel detto della “sabbia che canta”. Ai margini del Gobi verso nord, lo scenario si trasforma in una vasta steppa arginata solo dalla linea dell’orizzonte, dove si incontra Karakorum, la leggendaria capitale dell’impero mongolo, fatta costruire nel 1200 da Ogedei, il figlio di Gengis Khan che proprio nel bel mezzo della steppa diede vita a quella che è stata una delle capitali del mondo. Centro di commercio e sapere, ritrovo per buddisti, lamaisti, sciamani, cristiani e musulmani richiamati a corte dal grande spirito di tolleranza tipico dei mongoli, Karakorum venne smantellata e rasa al suolo solo un secolo più tardi dagli imperatori cinesi. Della città oggi restano poche rovine, ma quanto basta per continuare ad affascinare, anche perché poco distante da qui ci pensa il monastero di Erdene Zuu con i suoi circa 1600 metri di mura bianche strette interrotte da 108 stupa, monumenti dedicati a conservare le reliquie e a ricordare gli insegnamenti del Buddha, a riportare in auge la vita e la meraviglia.

A questo punto, dopo un’escursione a Yoliin Am, la Valle delle Aquile, una gola stretta e rocciosa a 2500 metri di altitudine dove nidificano questi maestosi rapaci, le cose da vedere sono ancora tante, dallo Stupa Bianco, una collina di arenaria di 30 metri che deve la sua forma stranissima all’opera di erosione di acqua e vento, alla solitaria e imponente formazione granitica di Baga Gazriin Chuluu che si erge dal nulla nella pianura deserta. Ma prima di tornare a Ulaanbaatar, l’inizio di tutto, ci congediamo prendendo anche noi a girare per tre volte intorno a uno degli ovoo sul nostro cammino: quegli imponenti cumoli di sassi formati nel tempo dal contributo di tutti i passanti, dove ognuno lascia un pezzo di pietra raccattato lì intorno o qualcosa a lui caro. E così queste montagne sacre si allargano, si allungano, si caricano dei nostri doni e anche si alleggeriscono caricando noi dei loro pensieri. E finisce che restiamo lì, come sulla soglia, e realizziamo che anche gli ovoo, come le ger, gli stupa e tanto altro in questa terra dagli orizzonti infiniti, hanno funzione terrestre, ma codici celesti.

 

Articolo pubblicato su Club Milano 43. Clicca qui per sfogliare il magazine.

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