Patrick Tuttofuoco

Patrick Tuttofuoco, ph di Matteo Cherubino

STORA DI UN ITALIANO A BERLINO

Ridefinisce i concetti di spazio e tempo, ha un nome da favola, è un architetto mancato e un artista visivo che tutto il mondo ci invidia. Ha portato la sua arte in Galleria Vittorio Emanuele, da Cracco, creando un super individuo dall’unione dell’uomo Carlo con la moglie Rosa. Per lui l’arte è la rappresentazione di una dimensione spirituale: «È lo spirito che si manifesta attraverso l’arte». In estate sarà a Shanghai e poi finalmente, dopo dieci anni a Berlino, tornerà a Milano.

di Nadia Afragola – foto di Matteo Cherubino

 

Chi è Patrick Tuttofuoco?
Un artista contemporaneo, italiano, di 43 anni, padre di due bambini splendidi e marito di Alessandra.

Artista… nasce o lo diventa?
C’è una professionalità, un mestiere che impari, ma il discorso dell’artista travalica quello della professione per farsi scelta di vita. È il modo con cui ti rapporti all’esistenza, anche se è la ricerca che fa l’artista, la stessa che si fa urgenza, quasi ossessione. Il desiderio di conoscenza va al di là del lavoro, come delle domande che necessitano di avere una risposta. Quando c’è un’anomalia rispetto al sistema, allora lì nasce l’artista e sarà quell’anomalia a permetterti di trovare la forza per andare avanti quando le cose non funzioneranno come dovrebbero.

Quanto e in che modo la figura di un curatore “tocca” il suo lavoro?
Tantissimo. I curatori negli ultimi 20 anni hanno assunto un ruolo importante, a volte anche più dell’artista. Ci sono quelli che provano a sostituirsi all’artista e quelli che preferiscono instaurare un dialogo, agevolando l’evoluzione del suo linguaggio. Nei casi virtuosi si assiste a uno scambio di conoscenze reciproche.

Che cosa significa essere un artista visivo ai giorni nostri?
Vuol dire esprimersi in maniera artistica, creativa, attraverso interventi che hanno una natura visiva, per differenziarsi dall’artista teatrale o dal musicista. Artista contemporaneo è anche colui che fa musica e le sue opere diventano arte, espressiva allo stesso modo della mia che, magari, usa il marmo, l’acciaio, la plastica.

In che direzione vanno le sue ricerche?
Nutro una profonda curiosità verso gli esseri umani, ho fatto dei ritratti di persone, di piccole comunità capaci di generare delle entità complesse. Volevo dare forma ai legami interpersonali, fare una rappresentazione visiva di quella sintonia. Il mio lavoro si è poi evoluto andando a prendere gruppi più grossi o una persona specifica. Mi piace occuparmi dell’architettura intesa non come oggetto formale, ma come infrastruttura generata dall’uomo con un valore riconosciuto in base al riflesso che ha sugli individui che la vivono.

È vero che è un architetto mancato?
Mancato sicuramente, visto che dopo tre anni ho abbandonato gli studi. Era una università diversa ai tempi, eri libero di scegliere gli esami e io ero capriccioso. Scelsi di prendere il meglio, ma il mio potenziale non riusciva a venir fuori. Poi incontrai Corrado Levi, cultore della materia, iniziai a fargli da assistente e decisi di iscrivermi all’Accademia. L’architettura è un processo creativo intenso, un’espansione dell’individuo, usa un linguaggio preciso. È divertente il dialogo con gli ingegneri. Se trovi quello giusto incappi in un artista e se lo senti parlare ci trovi anche un sufficiente grado di follia, calcolo e solidità di pensiero.

Heterochromic (Carlo e Rosa). Foto di Matteo Cherubino

Heterochromic (Carlo e Rosa). Foto di Matteo Cherubino

Il suo processo creativo. Ha delle coordinate specifiche?
Accade nei modi più disparati anche se ho capito che certe situazioni sono più favorevoli. Lo spazio intorno a me deve essere, in maniera quasi paranoica compulsiva, pulito e sistemato. Lo so che questo può apparire privo di senso, ma mi permette di assecondare certe accelerazioni.

Si parla di lessico del XXI secolo per decifrarla. Di cosa si tratta?
Questo vale per ogni artista che si rispetti. Identifica degli elementi forti che condivide e su cui si vuole muovere, alcuni dei quali li declina in quello che potrebbe apparire come un suo personale vocabolario. L’arte non ha bisogno però di tutte queste traduzioni, c’è un grado di complessità sicuramente che ti svela dei dettagli, ma deve essere veloce a emozionare.

Nasce a Milano ma vive a Berlino. Quando e perché ha lasciato l’Italia?
A Berlino sono arrivato 10 anni fa, dopo aver fatto la spola per un po’. Mi sono trasferito con quella che poi sarebbe diventata mia moglie e la madre dei miei figli. Era una Milano difficile per chi faceva il mio mestiere. Ho sentito il bisogno di allontanarmi per toccare con mano esperienze di vita che appartenessero ad altri mondi. Berlino era semplice, permeabile, ti accoglieva anche se le tue condizioni economiche non erano forti, la comunità artistica era interessante, fu un lusso incredibile poterla vivere. Oggi ha perso parte della sua grinta. Non è un caso che abbia deciso di tornare a Milano.

Le sue opere hanno un grande valore riconosciuto. Come si arriva a tanto?
Il valore commerciale di un’opera e di un artista è sempre qualcosa di molto relativo, devi capire se sei in grado di far crescere quel valore. Non è detto che la tua ricerca risponda alle esigenze del mercato. Il sistema dell’arte ha un referente preciso, ora più che mai, il mercato dell’arte, il collezionismo, che ti permette di crescere di pari passo alla richiesta. Se durante una mostra un comitato scientifico allargato testimonia che le tue opere hanno valore, stai costruendo la tua credibilità artistica, la stessa che poi si tramuterà in valore economico. Se a 40 anni hai un valore non è detto che a 50 sia uguale.

Milano… come l’ha lasciata e come l’ha ritrovata dopo dieci anni?
Non l’ho mai lasciata del tutto. La lasciai stanca, senza prospettive, senza carattere, alla ricerca di una identità. Non riusciva a vedere un futuro, adesso è completamente proiettata verso il domani, dialoga con le altre città europee. È allegra, frizzante, interessante, energica, capace di proporsi e proporre anche in termini di contenuti. L’Expo è stato certamente d’aiuto.

Con Carlo Cracco ha portato l’arte in Galleria: come nasce Heterochromic?
Dall’analisi di un luogo pubblico. C’era l’idea di intervenire in un contesto dall’identità forte, come sono la Galleria e il ristorante firmato da Cracco e poi c’erano l’uomo Carlo e la moglie Rosa. Il progetto vive del loro dialogo, due figure forti, due polarità che si aiutano, si confrontano e si stimolano. Mi sono soffermato su di loro e ho provato a trasportare tutto questo sulla facciata del ristorante, sperando di dar così vita a un super individuo.

Intuizione o concetto: in genere che cosa arriva prima?
Questa è una domanda trabocchetto: dipende! A volte una, a volte altra. Io ho più a che fare con l’intuizione. C’è l’immagine forte che arriva e che devi rendere contenuto e concetto.

Quali sono i materiali con cui ha più dimestichezza?
Ho dimestichezza con la luce che arriva dalle plastiche, dalle resine e anche dal marmo.

Talenti. Ci fa qualche nome?
A Milano c’è una generazione interessante di artisti. Penso ad Andrea Romano, Diego Marcon, Marco Bruzzone. Il mio non è campanilismo, ma la ricerca italiana ha bisogno di sostegno e dell’amore dei connazionali.

L’arte potrà mai essere qualcosa di realmente accessibile?
L’arte è sempre accessibile. L’arte si riscrive in continuazione e se ha una dimensione pubblica ha l’obbligo morale di essere accessibile.

A Torino ha raccontato il suo paesaggio infinito. Com’è andata?
Un progetto complesso che riassume la mia ricerca degli ultimi 10 anni. Ho costruito una dimensione quasi parallela a quella reale. Ho giocato con lo spazio, il tempo, ho dialogato con CasaOz, una Onlus vicina ai bambini malati e alle loro famiglie. Con loro ho costruito una bolla, una dimensione tutta nostra che ho provato a riportare poi all’interno della mostra.

Patrick-Tuttofuoco. Foto di Matteo Cherubino

Patrick Tuttofuoco. Foto di Matteo Cherubino

Coinvolge lo spettatore delle sue opere in chiave ludica, creando una vera dimensione partecipativa. Esigenza artistica o è solo un po’ ruffiano?
Accadeva all’inizio del mio percorso, ma più che un’operazione di arruffianamento era una esigenza umana. Volevo vedere che effetto facevano i miei concetti. C’era l’esigenza di essere accettato, non dal sistema dell’arte, ma da me stesso, dagli altri esseri umani. Dovevo creare un contatto. Oggi questo accade meno, sono progressivamente cambiate le priorità nella mia ricerca.

Pensa di rendere il mondo migliore con le sue opere? O anche “semplicemente” più bello?
Se l’artista si pone questa domanda è un problema. Quello che fa lo deve fare per sé. Il modo virtuoso in cui descrivono ciò che fa non deve essere in alcun modo affar suo.

Ha tenuto un corso di Visual Art all’Accademia NABA di Milano e a Berlino per l’Under Graduate al campus della New York University. Come si insegna l’arte?
Non ho mai percepito la differenza tra stare al di là o al di qua della scrivania. Mi piace molto insegnare anche se in questo momento non lo sto facendo. Incontri persone che fanno il tuo stesso cammino, seppur differente nella forma. È un enorme privilegio aver la possibilità di insegnare.

Un’opera. La sua. Quella che la descrive meglio di tutte. Qual è?
La mostra alle OGR di Torino è la perfetta sintesi del mio lavoro. Uno dei momenti di maggiore coesione tra la quantità di elementi che fanno parte del mia professione.

In un futuro prossimo dove la troveremo impegnato?
Se tutto va bene, dopo l’estate, potremmo vederci a Shanghai con un mio personale intervento pubblico, il mio spazio ideale di lavoro. Poi ad Artissima a Torino.

Quando è diventato padre quanto è cambiato il suo modo di fare arte?
Cambia l’essere umano prima dell’artista, c’è un filo diretto tra quello che ti accade come uomo e la ricerca che fai. Essere diventato padre ha toccato in modo totale la mia vita, a tratti travolgendola e stravolgendola. Perdi degli spazi che avevi, le cose si fanno più complesse, più belle.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 44 maggio-giugno. Clicca qui per scaricare il magazine.

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