Alessandro Altobelli

Alessandro Altobelli

Lo Spillo nel pallone

Campione del mondo a Spagna ’82 e opinionista a beIN Sports. Ultimamente ha collaborato a un libro (“L’Inter ha le ali”) grondante inchiostro nerazzurro. Quella tra Altobelli e il calcio è una liaison d’amour senza fine.

di Simone Sacco

Inutile girarci attorno: sarà un giugno, se non triste, perlomeno orfano per tutti i calciofili italiani. Ripeterlo fa ancora male, ma per la prima volta in 60 anni, la nostra Nazionale non parteciperà ai Campionati del Mondo in programma in Russia dal 14 al 15 luglio prossimi. L’evento è stato talmente nefasto ed epocale che, da quel 13 novembre scorso (pareggio a San Siro a reti inviolate con gli svedesi), ci stiamo ancora domandando come venirne fuori. Ragion per cui abbiamo interpellato un testimone molto autorevole, che ha partecipato in prima persona a due Coppe FIFA (una l’ha pure vinta, segnando in finale, nell’eterno 1982) oltre a una dozzina di campionati di serie A. Signore e signori, in ascolto da Doha (dove da 11 anni lavora come opinionista, prima per Al Jazeera e poi per beIN Sports), il grande Alessandro Altobelli. Per tutti “Spillo”, sia per la magrezza giovanile che per la capacità di pungere con parole calibrate e piene zeppe di interismo.

Spillo, come si sopravvive alla delusione di un Mondiale senza l’Italia?
Con la consapevolezza che la sconfitta con la Svezia non è stata un fallimento estemporaneo. Questo ‘mal di mondiali’, d’altronde, ce lo portiamo dietro da un bel po’ viste le brucianti eliminazioni al primo turno sia nel 2010 che nel 2014. A questo punto io non darei neppure per scontato che ci qualificheremo col vento in poppa a Qatar 2022.
Visto che indietro non si torna e le ambigue scuole calcio hanno soppiantato da tempo gli oratori, cosa suggerisci?
Di risolvere il problema il prima possibile visto che rimandare a domani sarebbe già drammatico! La mia domanda è: in cosa eccelleva la scuola italiana fino agli anni Novanta? Nel formare portieri e difensori di assoluta qualità. Ecco, io ripartirei da lì: non limitarsi agli schemi, ma insegnare ai ragazzini la bontà della marcatura. E saper calciare la palla deve sempre venir prima del compitino tattico mandato a memoria. Possibile che queste cose ce le dobbiamo far insegnare dai tedeschi?
Tedeschi che, l’11 luglio 1982, tu castigasti con quel terzo gol sbocciato nella notte di Madrid. Quello che fece esclamare a un certo Pertini: «Adesso non ci prendono più!».Quella non fu la rete più bella della mia vita, ma la più importante. Di gol nell’Inter ne ho fatti 209, più altri 25 in Nazionale, ma quel boato spagnolo annichilirà sempre tutto il resto.
Fu un gol pazzesco: non soltanto perché dribblasti il portiere Toni Schumacher passandoti la palla dal destro al sinistro, ma anche per via dello specchio della porta tedesca che, nel frattempo, era diventato abbastanza stretto. Intervento di Kaltz vicino alle tue caviglie e Stielike in scivolata che tenta in extremis di fermare il tuo tiro…Capisco, ma avrei segnato lo stesso perché l’assist di Bruno Conti fu davvero al bacio. E poi quella sera ero concentrato al massimo. La notte prima mi ero già ripassato mentalmente tutta la finalissima, e se fossi entrato in campo (Altobelli sostituì al 7’ l’infortunato Graziani, NdR), sapevo già cosa avrei dovuto fare. Gol compreso.
Chi è l’Altobelli di oggi? Dzeko, forse?
Con tutto il rispetto per il bosniaco, direi proprio di no. Io ero più completo e non mi sono mai visto come un attaccante puro. A me la palla piaceva andarmela a prendere sulla trequarti e poi, da ambidestro, servire i miei compagni in attesa del triangolo o della loro conclusione. Ero altruista, tanto altruista.

Alessandro Altobelli

Alessandro Altobelli

Nel giugno del 1988 (Europei di Germania, avversaria la Danimarca), gonfiasti la rete per la 25esima volta in Nazionale. A quel punto avevi 32 anni ed eri a sole 10 reti dal record assoluto di Gigi Riva (35 gol). Ci hai mai fatto un pensierino?
Onestamente no. Volevo già smettere con la maglia azzurra dopo Messico ’86, ma lì fu bravo Azeglio Vicini a motivarmi. E poi non ho mai amato inseguire i traguardi personali rispetto alle vittorie di squadra. All’Inter, nel cuore degli anni Ottanta, avrei potuto segnare molto di più, eppure i rigori li facevo tirare regolarmente a Liam Brady che era più specialista di me.
Parliamo di Inter: hai collaborato a un bel libro, L’Inter ha le ali, dedicato alla stagione ’79/’80 e al dodicesimo scudetto della Beneamata. In quest’impresa ti hanno seguito Evaristo Beccalossi e altri due nerazzurri DOC come Beppe Baresi e Carletto Muraro. Spiegaci tutto.
Un libro del genere andava fatto perché quell’Inter targata Fraizzoli/Bersellini me la porto addosso esattamente come certi luoghi di Milano che mi sono rimasti appiccicati, nell’anima. E poi in quella squadra il concetto di vittoria era sempre figlio di qualità tecniche e morali. Anche noi ce ne intendevamo di vivaio visto che Bordon, Oriali, Bini, Scanziani, Pasinato e altri venivano tutti da lì. Io no. Difatti approdai alla Pinetina dopo l’esperienza bresciana e gli anni giovanili di Latina.
Ti viene difficile tifare l’Inter attuale di Zhang Jindong? Non rischia di passare per una squadra troppo spersonalizzata?
Resto interista sottopelle e quindi tiferò sempre la maglia piuttosto che la società o i giocatori che la vestono. Però da questo punto di vista ci vorrebbe più appartenenza e passione verso quei due magici colori. In parole povere: amore. E chi nutre amore mette sempre i suoi interessi personali in secondo piano.
Ultima domanda: Enzo Bearzot ti manca? Anche lui, pur essendo friulano fino all’osso, aveva come quartier generale la città di Milano…
Mi manca con la stessa intensità di Eugenio Bersellini e Azeglio Vicini. Il Tiger (Bersellini, NdR) mi ha formato come calciatore, il Vecio mi ha fatto capire il valore di giocare per l’Italia e Vicini mi ha allungato la carriera in Nazionale, donandomi nuovi stimoli. Impossibile fare classifiche d’affetto: il mio cuore batte per tutti e tre.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 44 maggio-giugno. Clicca qui per scaricare il magazine.

Commenti

commenti

Be first to comment