Gabriele Salvatores

Gabriele Salvatores. Foto di Emanuela Scarpa

IL PIACERE DEL CINEMA

È così bello a volte non essere interattivi, ma lasciarsi andare per due ore in maniera passiva – che poi passiva non è mai – al sogno dell’attore. Parola del regista premio Oscar che, come nuovo direttore artistico del Milano Film Festival, punta a far riaffezionare il pubblico italiano al mondo del cinema.

di Alessia Delisi – foto di Emanuela Scarpa

È stato nominato direttore artistico del Milano Film Festival, quali novità prevede per questa nuova edizione?
Il tentativo è quello di fare non tanto l’ennesimo festival di cinema, ma un festival sul cinema. Ciò che vorremmo far passare è in altre parole che esiste sì il cinema inteso in maniera tradizionale come spettacolo in sala, ma che intorno a esso ci sono molte altre cose, dalla videoarte alla realtà virtuale fino addirittura al gaming. Perché è ovvio che un videogioco non è un film, i punti di contatto però possono essere tanti ed è anche ovvio che un fumetto non è un film, ma per fare un film a volte si fa un fumetto che si chiama storyboard. E potremmo entrare nel vivo degli effetti speciali, sempre più protagonisti del cinema che si sta pian piano spostando dal set alla post-produzione: se infatti una volta si generavano immagini solo durante le riprese, adesso è possibile creare non soltanto immagini, ma addirittura attori in post-produzione, cioè totalmente virtuali. Cercheremo quindi di evidenziare i rapporti tra il cinema e tutta un’altra serie di attività – a cominciare dalla moda, dalla musica, dal design, dall’architettura e così via – di cui Milano è sempre stata partner.

Qual è il suo legame con questa città?
Sono nato a Napoli, ma sono cresciuto a Milano, dove ho imparato a fare teatro. Se dalla fine degli anni Ottanta e per gran parte dei Novanta è stata, per quanto mi riguarda, meno interessante, mi sembra che negli ultimi anni – dall’Expo in poi, ma anche immediatamente prima – abbia ripreso vitalità, ponendosi come riferimento per tutto il Paese. È insomma una città che amo e dove vivo molto bene. Le ho dedicato anche un film, Happy Family.

So che in questo momento si trova invece tra Italia, Slovenia e Croazia per la realizzazione di una nuova pellicola, vuole darci qualche anticipazione?
Sarà un road movie, quindi di nuovo un film di viaggio come i primi che ho fatto, con Claudio Santamaria, Valeria Golino, Diego Abatantuono e un diciannovenne che esordisce come protagonista.

Da Io non ho paura in avanti bambini e ragazzi sono i personaggi principali dei suoi film: cosa le piace di più del lavorare con giovani attori?
Mi piace innanzitutto l’adolescenza perché è un’età di passaggio, un momento di cambiamento e tutto sommato credo che il tema del cambiamento unisca i miei film nella misura in cui i personaggi sono in qualche modo costretti o a entrare in mondi che non frequentavano – e qui mi riferisco ai film di viaggio come Marrakech Express, Turné e Mediterraneo – o a scoprire la loro identità – Nirvana, Io non ho paura,Il ragazzo invisibile 1 e 2. È un tema molto importante, necessario direi, per quanto l’idea del cambiare le cose mi faccia paura. Possiamo anche dire che siccome non ho un figlio biologico, forse ne sto allevando uno cinematografico, visto che da Io non ho paura, dove l’età andava dai 5 ai 10 anni, fino al prossimo, dove il ragazzo di anni ne ha 19, ho seguito la crescita di un ragazzino fino quasi all’età adulta. La cosa che mi piace del lavorare con i ragazzi è il fatto che non hanno quelle che io chiamo “le stampelle degli attori”, cioè i vizi tecnici di forma dietro cui i professionisti spesso si riparano: sono diretti e prendono sempre molto sul serio il “gioco” – nel senso del recitare, come l’inglese to play – che stanno facendo, pur considerandolo un gioco. Questo per un regista è molto bello.

Lei ha esordito a teatro, mentre lo scorso anno alla Scala di Milano ha curato la regia de La gazza ladra di Gioachino Rossini: pensa di tornare a proporre qualcosa per il palcoscenico?
Perché no, ma dovrei trovare qualcosa che non mi faccia ripetere esperienze già fatte. Ho sempre bisogno di un nuovo inizio per mantenermi vivo.

Tra i suoi film ce n’è uno a cui è particolarmente affezionato?
Non tutti i film che ho fatto mi piacciono e tra quelli che mi piacciono non necessariamente ci sono i più conosciuti. Sono molto legato a Marrakech Express perché è stato l’inizio di tutto, a Nirvana e a Denti che è forse il mio film che ha avuto meno successo, ma che è molto sincero perché corrisponde a un momento particolare della mia vita. E poi sicuramente a Io non ho paura che è stato il primo film fatto con bambini

Sogni cinematografici nel cassetto?
Le storie molte volte ti vengono a cercare: io mi sono imbattuto nei bellissimi romanzi di Kent Haruf, scrittore americano deceduto qualche anno fa. Ecco, mi piacerebbe realizzare un film tratto dalle sue storie e ho sempre il sogno di fare un western. Chissà mai che prima o poi non ci riesca.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 46 settembre-ottobre. Clicca qui per scaricare il magazine.

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