Milano da bere

Fernet Branca, Bitter Campari, Amaro Ramazzotti e Rabarbaro Zucca sono solo alcuni dei liquori che hanno legato il loro nome a quello di Milano. Viaggio nell’imprenditoria meneghina e lombarda tra vecchie fabbriche, musei d’impresa e distillerie.

di Matilde Quarti

Milano, città di fabbriche e di aperitivi, di vecchie tradizioni e di continue innovazioni, ha dato i natali ad alcune delle più celebri distillerie italiane: le storie di marchi come Branca, Campari, Ramazzotti e Zucca, sono legate a doppio filo con quella della città. È il caso della fabbrica dei Fratelli Branca, l’unica distilleria ancora in funzione all’interno della circonvallazione, nascosta tra le geometrie frenetiche di viale Jenner. La struttura, terminata nel 1913, è bassa e imponente come vuole l’architettura industriale di primo Novecento e occupa l’intero isolato che fa angolo con via Resegone. Qui, oltre agli uffici aziendali, si trovano anche la distilleria e un percorso museale. L’esposizione, inaugurata nel 2009, racconta con ricostruzioni e cimeli la storia del marchio a gestione ancora rigorosamente familiare, e i processi di lavorazione del suo prodotto più famoso, il Fernet Branca, creato nel 1845 dal farmacista Bernardino Branca come rimedio a malaria e colera. Un’atmosfera d’altri tempi che si respira anche nelle cantine, un labirinto nascosto sotto la circonvallazione, pervaso da un profumo amaro e pungente: lungo i corridoi dove riposano le grandi botti, gli operai si muovono veloci con delle biciclette a rimorchio. Dopo essersi immersi in una storia così antica eppure così viva non stupisce il motto aziendale, Novare serbando, ben rappresentato dalla ciminiera della fabbrica, che svetta sulla città decorata da un’opera di street art. Altre aziende di liquori hanno finito, invece, con lo spostare la produzione fuori Milano, spesso venendo acquisite da altre società. È il caso dell’amaro Ramazzotti, il primo amaro italiano, oggi di proprietà della Pernod Ricard e prodotto in Piemonte: un altro liquore creato (nel 1815) da un farmacista, Ausano Ramazzotti. Nonostante il fondatore sia nato a Bologna, la storia del suo liquore – che nel 1848 veniva servito al posto del caffè nel bar di famiglia, a due passi dalla Scala – è profondamente milanese. A partire dalla storica distilleria di via Canonica, distrutta dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, per finire con il claim inventato dal pubblicitario Marco Mignani nel 1987: “Milano da bere”, uno slogan che identificherà un’epoca. Una sorte simile è toccata al Rabarbaro Zucca, prodotto a cavallo tra Otto e Novecento in corso Buenos Aires, al numero 33, dove già tra le due guerre si trovava un famoso varietà e oggi, alzando gli occhi dalla fermata della metropolitana, incontriamo il teatro Elfo Puccini. Il marchio è ormai di proprietà dell’Illva, storica azienda lombarda che produce anche l’amaretto Disaronno.

Il museo Campari. Foto di Marco Curatolo

Il museo Campari. Foto di Marco Curatolo

Un altro gruppo che, pur non avendo più la produzione in Lombardia, ci tiene al mantenimento della sua identità aziendale è Campari, che inaugura nel 2010 una Galleria d’impresa nell’ex stabilimento di Sesto San Giovanni. La struttura, sede degli uffici amministrativi, occupa tutto l’isolato tra via Sacchetti e via Gramsci. Anche in questo caso parliamo di un palazzo storico che mantiene l’originale facciata liberty in cotto, nonostante i rinnovamenti più recenti progettati da Mario Botta e Giancarlo Marzorati che hanno letteralmente inglobato l’edificio precedente. Il museo Campari non racconta però la storia dei suoi liquori, preferendo concentrarsi sull’evoluzione della pubblicità del marchio e sui suoi legami con l’arte italiana novecentesca. Una vera galleria d’arte, dunque, in cui il visitatore può ammirare opere pubblicitarie di artisti come Ugo Nespolo, Marcello Dudovich e Bruno Munari, nonché alcuni cimeli futuristi: Davide Campari, figlio del fondatore Gaspare e vero artefice del successo industriale, era infatti in stretti rapporti con Fortunato Depero. Dopo Sesto, c’è un’ultima tappa necessaria, ma per raggiungerla bisogna andare verso le montagne della Valtellina e arrivare a Bormio, patria dell’amaro Braulio. La storia ormai ci sembra conosciuta: siamo in pieno Ottocento, c’è un farmacista, Francesco Peloni, e c’è una ricetta segreta (tutte quelle degli amari che abbiamo nominato lo sono). Nonostante Braulio sia oggi un marchio Campari, la produzione è rimasta là dove è iniziata la sua avventura, nel pieno centro della località montana Bormio. Su via Roma, meta di shopping e incontri mondani nei weekend estivi, si apre un mondo sotterraneo: sotto il manto stradale litri di amaro riposano nelle botti in rovere di Slavonia della distilleria che, per tutta l’estate 2018 e fino all’8 settembre, è aperta ai visitatori.

L'amaro partigiano

L’amaro partigiano

 

L’amaro che sostiene
Da segnalare la storia di Amaro Partigiano: prodotto in provincia di Massa Carrara con erbe della Lunigiana. Le sue vendite vanno a sostenere il progetto di Rimaflow, fabbrica recuperata e autogestita dagli operai dopo il fallimento della Maflow S.p.A. di Trezzano sul Naviglio. La produzione, una volta risolti i contenziosi con proprietà e istituzioni, verrà spostata a Rimaflow, tramite la costruzione di un liquorificio all’interno della fabbrica.

 

Articolo pubblicato su Club Milano 45 luglio-agosto. Clicca qui per scaricare il magazine.

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