Helena Janeczek

Helena Janeczek. Foto di Chiara Ciccocioppo

UN PREMIO STREGA A MILANO

Nata a Monaco di Baviera ma milanese di adozione, Helena Janeczek dagli anni Novanta pubblica romanzi e racconti molto apprezzati. Ha vinto il Premio Strega 2018 con un libro sulla fotografa di guerra Gerda Taro, “La ragazza con la Leica”.

di Matilde Quarti – foto di Chiara Ciccocioppo

Helena Janeczek è la prima donna a vincere il Premio Strega da 15 anni. Anche il libro che le è valso la finale parla di una donna, Gerda Taro, la compagna e collega di Robert Capa, morta sul campo giovanissima durante la Guerra di Spagna.

Racconti Gerda Taro, attraverso le voci di chi l’ha conosciuta, trasformando un racconto personale in una storia corale d’Europa…
Gerda Taro, Robert Capa e gli altri sono frutto dell’Europa: sono nati appena prima o durante la Prima guerra mondiale e sono diventati adolescenti nei pochi anni di interludio tra un conflitto e l’altro. Fanno parte di una generazione che si è formata in un periodo per certi versi esaltante, ricco di fermento, soprattutto nelle grandi città. Sono la prima generazione che cresce con una cultura pop: il cinema, il jazz, i dischi, le serate in cui si balla il fox-trot, il giornalismo di massa e il foto-giornalismo. E hanno una grandissima capacità di riadattarsi in circostanze difficili, che si fanno sempre più drammatiche mano a mano che si avanza verso la Seconda guerra mondiale.
Sei stata la prima donna, dopo 15 anni, a vincere il Premio Strega. Come mai le scrittrici faticano così tanto ad avere un giusto riconoscimento del loro lavoro?
La cosa che mi colpisce è questa maggiore difficoltà di trovare un adeguato riconoscimento. Per quanto riguarda i premi letterari, che sono un sintomo della situazione, bisogna dire che lo Strega si è posto il problema. Ed essendo un’istituzione che ha un potere di comunicazione simbolica forte, spero aiuti a fare più attenzione: ci vuole allenamento per scavalcare i meccanismi mentali automatici. Anche le donne sono abituate ad attribuire maggior valore all’opera di un uomo. Pensiamo agli aggettivi elogiativi: di una scrittrice si dice che è “brava”, “buona”, di uno scrittore che è “grande”, “importante”, gli stessi termini parlando di una donna sono rari.
Sei arrivata a Milano da ragazza, com’è stato l’impatto con la città?
La Milano dei primi anni Ottanta cominciava a essere “da bere” ma aveva ancora sacche da città popolare molto novecentesca, con i quartieri operai, le vecchie officine. Era una città più grande, più vitale della provinciale Monaco di Baviera – che comunque non era così piccola – da cui mi ero trasferita. E dava l’idea di essere un posto in espansione, in movimento. Poi è diventata la “Milano da bere” nel bene e nel male, la Milano della moda e del design. Adesso è tornata a essere una realtà a sé stante.
Trovi delle differenze tra la Milano che ti ha accolta e quella di oggi?
Non particolarmente. Milano mi dà l’impressione – come Londra o altre grandi città occidentali – di essere una sorta di città stato. Uno scenario un po’ alla Blade Runner. Poche città avanzate, per certi aspetti troppo costose e pretenziose, ma che hanno un tessuto vitale dinamico, accogliente, di mescolanza, di confronto. Mentre il tessuto intorno a Milano sta risentendo enormemente di una crisi da cui non riesce a sollevarsi.

Helena Janeczek. Foto di Chiara Ciccocioppo

Helena Janeczek. Foto di Chiara Ciccocioppo

A proposito di tessuti, nel racconto “Scampoli, tessuti” (contenuto nell’antologia “Festa del perdono”, Bompiani, NdR) fai un parallelismo tra tessuto dei vestiti e tessuto sociale, dove il vestiario diventa metafora di quello che non funziona.
Una delle cose che mi aveva colpita appena mi ero trasferita a Milano era questa tipica eleganza cittadina declinata in tutte le sue forme: da quella canonica della signora altoborghese (con uno stile votato all’understatement, vestiti di tessuti eccellenti e scarpetta bassa di ottima qualità) agli studenti dall’aspetto alternativo ma con un gusto sportivo, sobrio e poco appariscente. Quando oggi osservi le persone in metropolitana, soprattutto in inverno, quasi sempre sono tutte carine nel look generale, ma se poi abbassi lo sguardo noti che le scarpe sono fatte di plastica o di simil-pelle di cattiva qualità. Da qui è partita la mia riflessione. Tra gli anni Ottanta e Novanta tutta una serie di cose era alla portata del ceto medio, mentre oggi è diventata uno status symbol per pochi. E la stessa cosa è stata per lo studio e per il lavoro, che hanno perso valore.
Se dovessi dire un quartiere di Milano quale sceglieresti?
Mi piace tutta la parte di Milano che parte dall’Isola e arriva da una parte a Paolo Sarpi e dall’altra a corso Buenos Aires. E poi la zona del Vigentino e di Porta Romana. Le sento molto vive, miste, metropolitane. E poi ci vivono gran parte dei miei amici.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 46 settembre-ottobre. Clicca qui per scaricare il magazine.

Commenti

commenti

Be first to comment