Gian Paolo Barbieri

Gian Paolo Barbieri, foto di Francesco Pizzo

LA CULTURA CHE NUTRE
L’amore per la fotografia è nato sognando Hollywood dai tetti di Milano. Ha iniziato a scattare con gli amici negli anni Cinquanta e da allora non ha mai smesso. Con il suo sguardo dietro l’obiettivo ha segnato la storia della moda, ma oggi più di tutto ama rappresentare la natura. Attento osservatore di ogni espressione culturale, nel 2016 ha inaugurato la fondazione che porta il suo nome, per tramandare la sua opera ai posteri e difendere la potenza comunicativa della fotografia.

di Elisa Zanetti | foto di Francesco Pizzo

Alle pareti del luminoso studio in via Lattanzio 11, sede anche della fondazione a lui dedicata, non ci sono le fotografie che lo hanno reso celebre, ma sue tele raffiguranti figure femminili dai tratti esotici, immerse in una natura lussureggiante. Le accompagnano sculture di grandi granchi, anch’esse pronte a trasportarci in atmosfere tropicali e frutto dalla creatività di un artista poliedrico. Noto per lo sguardo dietro all’obiettivo, che l’ha portato a collaborare con i più noti stilisti e riviste di moda, Gian Paolo Barbieri è un attento osservatore della cultura in tutte le sue declinazioni. Per un breve periodo attore, da ragazzino sognava di dipingere, di fare lo scultore e poi il regista, ma è alla fotografia che deve la sua fama.

Com’è nato il suo rapporto con la macchina fotografica?
Ho cominciato a fare foto sul terrazzo di casa mia, in via Mazzini, all’ombra del Duomo e della chiesa di San Satiro. Ero un ragazzino e con i miei amici facevamo il verso a personaggi del cinema, del teatro, della poesia, della pittura… Ci divertivamo a travestirci e a imitarli. Mi ero anche procurato le chiavi delle cantine del mio palazzo e su un muro avevo scritto Cinecittà: i corridoi erano diventati set cinematografici e una cantina era adibita a ospitare le scenografie che realizzavo. Ricordo che per un film su Toulouse-Lautrec avevo trasformato quei corridoi nelle vie di Parigi. In quegli spazi facevo di tutto: prendevamo le foto dei divi di Hollywood e le riproducevamo, in particolar modo desideravo imitarne la luce perfetta, ma non sapendo come fare e non conoscendo gli strumenti necessari, inventavo delle soluzioni mie. Una volta, lavorando alla copia di un ritratto di Grace Kelly con un’amica, presi il tubo di una stufa e ci misi dentro una lampadina, sperando che così il fascio di luce uscisse proprio come nelle foto di Hollywood (ride, NdR).

Il set fotografico all’interno della Fondazione Gian Paolo Barbieri

Il set fotografico all’interno della Fondazione Gian Paolo Barbieri

Fu un amico di suo padre a spingerla, fra le tante passioni che aveva, verso la fotografia di moda: la mise in contatto con Tom Kublin, fotografo di Harper’s Bazaar, e lei andò a lavorare al suo fianco a Parigi…
Sì, erano gli anni della “dolce vita” e vivevo a Roma quando incontrai questo amico di mio padre, che mi chiese cosa volessi fare nella mia vita. Gli risposi che mi dedicavo a pittura, scultura, ceramica, fotografia e lui mi invitò a mostrargli i miei scatti. Si trattava di foto test che facevo ai ragazzi di Cinecittà, ne rimase colpito e disse che ero tagliato per le foto di moda. Gli risposi: “Mi spiega che cos’è la moda che non ne ho idea?”, a quel punto mi suggerì di lasciare Roma, che mi avrebbe aiutato a capirlo e così feci. Abbandonai i miei contatti nel mondo del cinema e scelsi la fotografia, nonostante all’epoca avessi in sospeso un provino per recitare nel film Cleopatra con Elizabeth Taylor e nonostante Alberto Lattuada, che aveva apprezzato molto alcune mie scenografie, mi avesse proposto di lavorare per lui. Lasciai perdere tutto e partii per Parigi.

Fu però un periodo molto breve, Kublin venne a mancare dopo soli venti giorni, così lei tornò a Milano e decise di aprire il suo primo studio…
Sì, in un abbaino in viale Majno 5. La scomparsa di Kublin fu uno shock: ero spiazzato, ero andato in Francia per capire che cosa fosse la moda, avevo imparato qualcosa, ma ancora troppo poco. Rientrato a Milano pensai però “o la va o la spacca” e aprii il mio primo studio. Era uno spazio piccolo e spartano, mansardato: non potevo nemmeno stare in piedi per sviluppare i negativi e lavoravo in ginocchio, c’era solo un piccolo lavandino per sciacquare le foto. Ricordo che facevo i ritratti alle signore della Milano bene e speravo che arrivassero in ordine perché non avevo il bagno per farle preparare. Avevo tirato un telo per coprire alla vista degli ospiti gli altri abbaini. La sera un amico veniva ad aiutarmi, si infilava il camice e gli occhiali e a un tratto, mentre io scattavo, arrivava bussando con un pacco di Kodak e diceva: «Signor Barbieri, noi in camera oscura abbiamo finito, questo è il lavoro di ieri, ci vediamo domani». In qualche modo continuavamo a recitare un po’ (ride, NdR).

I suoi scatti hanno segnato la storia della fotografia. Cosa ha cercato di raccontare attraverso il suo obiettivo?
Per me la fotografia è stata uno strumento per testimoniare un periodo storico. Indipendentemente dal genere era importante raccontare qualcosa, sempre accompagnato dal filo conduttore della cultura e della passione. Ho contribuito alla visione della moda dai suoi esordi con il prêt-à-porter nel 1972 e ne ho fatto parte quando non sapevo nemmeno cosa fosse. Alla fine degli anni Ottanta, la rivoluzione di Franca Sozzani, che predilesse la fotografia internazionale a quella italiana, mi fece capire che non dovevo fermarmi, così decisi di viaggiare alla ricerca di terre e popolazioni sconosciute. Fu l’inizio di un percorso estremamente significativo per la mia carriera.

Pur non essendolo, le fotografie realizzate a Tahiti, alle Seychelles, in Madagascar e così via hanno la perfezione di immagini create in studio. Come le definirebbe?
Non le definisco affatto foto di reportage. È presente una grande ricerca antropologica per ogni immagine che mostra la quotidianità di popoli diversi da noi, ma ogni scatto è stato costruito con la minuziosità utilizzata su un set fotografico di moda. Nulla è lasciato al caso. Fotografo un fiore nello stesso modo in cui ritraggo una modella. Tutti e due devono sedurre.

E oggi, cosa le piace ritrarre?
La natura. È la cosa più bella e più importante, se sei un creativo ami la natura e non è arte se non capisci culturalmente cosa succede nel mondo.

In che senso?
Secondo me la fotografia è un fatto culturale, è molto importante per chi vuole fare il fotografo avere cultura, altrimenti il proprio lavoro risulta nullo. La cultura è alla base di tutto perché attraverso essa si scopre la bellezza. Dove nasce la bellezza nasce la cultura, come dicevano gli antichi Greci. La cultura è l’alimento della creatività.

Gian Paolo Barbieri. Foto di Francesco Pizzo

Gian Paolo Barbieri. Foto di Francesco Pizzo

Crescere in una città come Milano e in un Paese come l’Italia ha dato una spinta forte al suo immaginario…
È stata una fortuna. In Italia abbiamo avuto il Rinascimento e la ricchezza della Chiesa che ordinava agli artisti i dipinti che ancora oggi ammiriamo. Non c’erano tabù: guardiamo ad esempio ai nudi della Cappella Sistina. I Papi erano dei mecenati e non c’era il cattolicesimo inteso come oggi. Quasi tutte le mie fotografie hanno un riferimento culturale forte. Dipinti, libri e film mi hanno sempre ispirato.

In questi ultimi anni Milano è cambiata molto e oggi lo skyline della città è caratterizzato anche da nuove architetture. Le piace questa miscela fra vecchio e nuovo? Cosa pensa della nuova immagine della città?
Sì, mi piace molto, ma occorre stare attenti e non cadere nel “troppo”, non eccedere. Credo inoltre che occorra più senso civico e rispetto dei luoghi. Ci sono molti muri imbrattati, luoghi come i Navigli vengono usati come pattumiere a cielo aperto… Da piccolo mio padre mi ci buttava nel naviglio e io nuotavo con i cavalli che portavano i carichi di sabbia fino alla Darsena.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 47 novembre-dicembre. Clicca qui per scaricare il magazine.

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