Niccolò Agliardi

Niccolò Agliardi, foto di Ray Tarantino

IO RESTO QUI

Raffinato artigiano delle parole in musica per sé e molti interpreti di rango tra cui Laura Pausini, il suo multiforme talento è apprezzato in radio e tv, e presto un suo libro si trasformerà in un film per il cinema. E se Sanremo chiamasse…

di Paolo Crespi – foto di Ray Tarantino

Ti definiresti un milanese “Doc”?
Da generazioni. Sono cresciuto in pieno centro (via Vigna, attaccata alle mura del Circo Romano), in una famiglia borghese, benestante, con genitori che a un certo punto si sono separati, facendo perdere un bel po’ di agi a me e a mia sorella Guendalina. Al liceo, il classico Manzoni, perennemente in autogestione e frequentato negli stessi anni da Matteo Salvini, ho imparato a confrontarmi con bacini di utenza molto diversi, che la scuola ha sempre accolto. Lì ho imparato a mediare fra la “strada” e l’aristocrazia milanese.

Un periodo formativo. E l’università?
Lettere, alla Statale. Una scelta sofferta perché all’epoca ero ingabbiato dal servizio civile. E avevo già trascorso migliaia di ore come volontario sulle ambulanze della Croce verde. Un’esperienza che mi ha cambiato, interrotta a 25 anni: con gli attacchi di panico e di ansia che allora avevo, ero io quello da soccorrere…

Hai mai tradito Milano?
Solo tra il 2000 e il 2003: provavo un po’ di repulsione, così mi sono trasferito a Roma, di cui coglievo la giocosità e l’ironia che forse mancavano a questa città. Ma quando con i miei risparmi e i primi soldi dei lavori importanti come autore ho potuto comprare casa, l’ho fatto qui, in Porta Romana. È una zona che amo e conosco profondamente. Fra queste mura sono nate molte delle mie canzoni e dalla mia finestra al piano rialzato posso vedere la gente che fa la spesa al mercato e i tanti milanesi che usano il bike sharing. Io stesso sono un fan della mobilità condivisa, possibilmente elettrica.

Come vivi il resto della città?
La frequento meno dal punto di vista dell’intrattenimento, perché mi sembra di averla spremuta abbastanza nei miei anni di scorribande. Ma resto innamorato dell’organicità, della precisione, delle tante possibilità che ancora offre. E delle persone che le sono dedite e contribuiscono a renderla meravigliosamente funzionale.

In “Resto”, l’antologia in 2 CD che hai appena pubblicato, spuntano tre inediti tra cui “Johnny”, dove affronti per la prima il volta tema della paternità “monogenitoriale”. Un rischio che hai voluto correre in prima persona…
Sei mesi fa, grazie all’associazione L’Albero della vita, ho intrapreso l’avventura dell’affido a tempo indeterminato di un ragazzo di 18 anni. A me, in ogni caso, un bimbo piccolo non l’avrebbero dato. Con tutte le difficoltà e le incognite del caso, posso dire che sta andando bene. E sì, pur avendo una fidanzata ho fatto questa scelta da solo: il patto con mio figlio è che non ci sarà nessuna intromissione di figure che possano compromettere il nostro rapporto.

Nel 2009 “Perfetti”, la delicata canzone dedicata agli amori gay inserita in questa raccolta, non fu presa a Sanremo. E se dieci anni dopo il Baglioni bis ti volesse senza riserve?
Io sono pronto. Può darsi che il treno storico passi. Capitasse, andrei a presentare il mio lavoro in una sede in cui può essere giudicato da una platea importante: non me lo farei scappare.

Aver puntato sull’autorialità invece che sulla “semplice” carriera di cantautore ti ha portato fortuna?
Ha consolidato tante cose e mi ha molto rafforzato. A 44 anni ho una laurea e quattro lavori: radio, tv, canzoni e libri. Dal mio secondo, Ti devo un ritorno, nel 2019 verrà tratto un film, che come il romanzo parlerà di adolescenza e di droga. Il nome del regista e del cast sono ancora top secret, ma una cosa è certa: collaborerò alla sceneggiatura.

Con 150 canzoni all’attivo sei uno degli artisti italiani più prolifici. Qual è l’antidoto per evitare di ripetersi e inaridire la vena creativa?
Il pericolo mortale che corriamo noi cantautori è quello di raccontarci un po’ tanto addosso. Il materiale umano che maneggiamo è interessante, ma è contenuto in un’anima, un corpo, uno spazio. Incuriosirmi, osservare profondamente le storie degli altri e poi riportarle in una qualsivoglia forma d’arte è la mia ancora di salvezza.

L’imbarbarimento dei tempi è sotto gli occhi di tutti. Come se ne esce?
Agli indignati mi sento di dire che è giusto farlo, ma dopo aver letto almeno qualche buon libro. Senza una base di dati e di consapevolezza, la protesta urlata sui social e affidata unicamente alle colonnine di destra di certi siti è del tutto sterile. Ai giovani il Paese offre ancora tante possibilità e fa anche promesse, che qualcuno però si deve impegnare a mantenere: scuola, genitori, persone di esperienza… Insomma, studiate e fatevi aiutare.

Un tua via di fuga extramusicale?
Mi attrae tutto ciò che oggi è biologico ed ecosostenibile. Cose semplici e complesse come la natura e la terra. Ecco, mi piacerebbe coltivare, avere un orto, nutrirmi di qualcosa che posso far crescere e curare.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 47 novembre-dicembre. Clicca qui per scaricare il magazine.

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