Stefano Galli

Stefano Galli

RACCONTI DI CITTÀ
Ogni autunno a Milano le esposizioni organizzate da Milano in Mostra e Spirale d’idee a Palazzo Morando sono una certezza, oltre che un sicuro successo di pubblico. E dietro le quinte c’è sempre lui: Stefano Galli, pieno di idee per raccontare la sua città.

di Matilde Quarti

Milanesissimo, cresciuto nel quartiere Crescenzago in una casa affacciata sul naviglio, Stefano Galli conosce la città come pochi altri. Milano e il cinema è la quinta esposizione che organizza con Milano in Mostra e Spirale d’idee a Palazzo Morando, dopo successi come Milano e la mala e Milano città d’acqua. La sua filosofia è molto chiara: raccontare gli aspetti meno conosciuti della città con esposizioni immersive e coinvolgenti.

Com’è nata l’idea di organizzare mostre sulla città di Milano?
Abbastanza casualmente: facevamo già mostre d’arte, e un vecchio amico era in contatto con l’ottica Chierichetti, un’attività storica che aveva un archivio fotografico inedito. Grazie a queste immagini abbiamo realizzato Milano tra le due guerre, che ha avuto un riscontro enorme, valorizzando anche Palazzo Morando, un polo espositivo che non aveva una visibilità così alta. Abbiamo poi fatto un accordo pluriennale con il Comune: ogni autunno inauguriamo una mostra basata su un aspetto di Milano che aiuti i milanesi stessi a conoscere la storia della propria città.

Come nascono le singole mostre?
Una volta stabilita l’idea, la procedura è abbastanza standard. Facciamo una ricerca d’archivio sui fondi, ogni anno ci serviamo di una cinquantina di archivi e ne consultiamo centinaia. Li scandagliamo e facciamo una prima raccolta di migliaia di fotografie, che poi vengono selezionate e assemblate in un percorso che porta alle circa 150 della mostra. Parallelamente si costruisce l’esposizione, che non è fatta soltanto di foto. Ad esempio, per Milano e il cinema, avremo molti manifesti e poi documenti, oggetti originali come cineprese e ciak.

Milano e la mala è la più particolare, come avete ricostruito quel periodo?Durante la mostra precedente, un signore che non avevo mai visto prima mi ha chiesto quale sarebbe stato il prossimo tema. Io gli ho risposto: “Penso la mala” e lui mi ha detto: “Credo di conoscere una persona che può fare al caso”. È tornato due giorni dopo con un biglietto del tram con scritto sopra il numero di Massimo Mazza, che era stato fino a sei mesi prima il questore di Roma. E Mazza ci ha aperto tutte le porte del mondo della polizia. Oltre a lui, ci ha dato una grande mano Achille Serra, a capo della squadra mobile di Milano in quegli anni. Entrambi hanno conosciuto di persona criminali come Turatello, Vallanzasca ed Epaminonda. Un valore aggiunto enorme.

È entrato in contatto con molte storie…
Abbiamo avuto incontri strepitosi sia con i personaggi che hanno fatto la storia della questura, sia con i malavitosi. Un giorno è venuto a vedere la mostra Rossano Cocchis, il braccio destro di Vallanzasca che aveva fatto più di trent’anni di galera. Si è presentato chiedendomi: “C’è lo sconto per malavitosi?” e io gli ho risposto: “No, solo per le forze dell’ordine”. Al che lui mi ha detto: “Cominciamo bene!”. Ho anche avuto uno scambio epistolare con Vallanzasca in carcere. Il proprietario del Bar Basso, Stocchetto, ci ha poi raccontato che ogni volta in cui Turatello andava lì a bere c’erano dieci secondi di gelo assoluto, perché ci si aspettava una sparatoria da un momento all’altro. Subito dopo però si riprendeva a chiacchierare. Milano al tempo era così: cento sequestri in dieci anni, rapine, morti ammazzati, cosche mafiose. Un senso di insicurezza che è rimasto fino alla metà degli anni Ottanta.

Altri aspetti che le piacerebbe trattare?
Uno è legato al cibo, perché Milano ha da sempre un rapporto con l’alimentazione straordinario. Un altro è quello della moda: non ci sono solo Armani o Versace, ma una storia di atelier e laboratori. E poi piazza Fontana: l’anno prossimo è il cinquantesimo anniversario della strage. Vorrei raccontare tutti gli anni Sessanta: come la città fosse una specie di New York, dove alle tre di notte si andava in giro e c’erano locali dove si suonava e si mangiava, e di come poi, dopo piazza Fontana, cambiò totalmente volto.

Cosa predilige di Milano e il cinema?
Non dovrei dirlo, perché è una mostra fatta per l’80 % di fotografie, però sono i manifesti cinematografici. Sono un appassionato e ne avremo di originali, alcuni strepitosi: poliziotteschi, Miracolo a Milano, Totò, Peppino e la malafemmina. Poi ci sarà anche qualche ciak originale di Lamberto Caimi, il direttore della fotografia di Ermanno Olmi.

Il suo lavoro le permette di avere una sorta di macchina del tempo personale, qual è la sua Milano preferita?
Quella di adesso. È diventata un po’ conformista, ha perso molti stimoli, però tra le Milano che ho visto forse è la migliore. Di quelle che non ho vissuto, la Milano tra la fine degli anni Cinquanta e la metà dei Sessanta, credo fosse una città veramente formidabile, con un humus culturale pazzesco: nascevano grandi case editrici, gallerie , c’erano concerti, mostre ed erano ancora vivi Fontana e Sironi.

Milano e il cinema
A Palazzo Morando dall’8 novembre 2018 al 10 febbraio 2019, la mostra fotografica Milano e il cinema ripercorre il rapporto tra la città e la settima arte. Dai teatri di posa ai poliziotteschi di Tomas Milian, da Carosello ai film comici di Diego Abatantuono e Aldo Giovanni e Giacomo. Il percorso prevede anche proiezioni di spezzoni di film, manifesti e oggetti di scena.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 47 novembre-dicembre. Clicca qui per scaricare il magazine.

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