Roberto Vecchioni

Roberto Vecchioni. Foto di Francesco Pizzo

CANTANDO L’INFINITO

È uno dei più grandi parolieri di sempre. Stilisticamente eterogeneo ha ricevuto i 
maggiori riconoscimenti della musica italiana: il Premio Tenco, il Festival di Sanremo e il Premio Mia Martini. Un tempo insegnante per vocazione e per professione, oggi canta, scrive, si esibisce, fa commuovere e riflettere. A cinque anni dal suo ultimo lavoro è tornato con un nuovo album, “L’infinito” nel quale duetta con Francesco Guccini nel singolo  “Ti insegnerò a volare” ispirato a uno sportivo leggendario come Alex Zanardi.

di Nadia Afragola – foto di Francesco Pizzo

Una notte un viaggiatore è la canzone che apre il disco. Cosa c’è dentro?
Innanzitutto ti chiedo di pensare al disco non come a dodici canzoni, ma come a una sola lunghissima canzone divisa in dodici momenti. Con linee melodiche dalle forme a tratti popolari. Lo spunto per la prima canzone arriva da un romanzo di Calvino dove le storie iniziano e non si sa come vanno a finire. C’è una valigia che non può essere aperta, con all’interno un segreto. Possiamo solo immaginare cosa ci sia dentro e provare a dare una risposta emotiva. È il mondo dei cantastorie siciliani. Mi sembra un buon inizio…

Nel disco trova spazio anche il Sessantotto, il suo Sessantotto per la precisione. Mi riferisco al brano di Formidabili quegli anni.
A dire il vero è uno scippo a Mario Capanna, ma non sono quegli anni i veri protagonisti della canzone. Parlo di quello che ero, dei miei sogni, delle speranze che avevo negli anni Settanta. I giovani hanno dimenticato quasi completamente quel tempo, confuso anche per noi che lo abbiamo vissuto, figuriamoci per loro. Mi piacerebbe che i ragazzi si soffermassero a guardare le cose che credono inutili o noiose e che invece spesso nascondono dei segreti. A mio avviso la cosa peggiore dei giovani di oggi, che sono più intelligenti, più in gamba e più belli dei ragazzi della mia generazione, è che quando qualcosa non li colpisce subito la mollano all’istante, la lasciano andare via, perdendo delle possibilità e una conoscenza che avrebbero potuto acquisire.

Con Guccini si rivolge proprio alle nuove generazioni…
In un periodo in cui tutto sembra precario culturalmente parlando, le invitiamo a sfidare l’impossibile e per farlo non potevamo che affidarci a un grande uomo, ancor prima che un grande sportivo, come Alex Zanardi: la metafora perfetta di quanto la passione per la vita possa essere più forte del destino. Zanardi è soprattutto un uomo di grande misura, non mi è saltato al collo come Francesco quando ha ascoltato la canzone che gli abbiamo dedicato, ma ne è stato felice. Si tratta di una ballata irlandese, molto gucciniana, ecco perché Francesco ha scelto quella traccia per duettare con me. È una vera e propria canzone d’autore, una di quelle che non esistono più, almeno non più dopo gli anni Settanta. A dire il vero tutto il disco si cala in quelle atmosfere. Tutto in fondo è accaduto là, quando ogni cosa è stata scritta, immaginata e cantata alla luce della cultura.

E se Guccini le avesse risposto picche?
Non poteva uscire questo disco senza che cantasse Guccini. Per me rappresenta un ritorno alla canzone d’autore classica. Non sono mai stato così lucido come in questo lavoro, non ho mai detto così chiaramente le cose prima d’ora senza nascondermi dietro a simboli o ad allegorie. Qui si racconta chi ama la vita e perché devi portarti dietro quella valigia pesante, sapendo che c’è qualcosa dentro che dà un senso al tutto e avendo anche il coraggio di non aprirla o magari rendendoti conto che non importa aprirla perché tu sai cosa c’è dentro. Guccini è così ed è per questo che doveva esserci.

Roberto Vecchioni ritratto al Teatro Gerolamo

Roberto Vecchioni ritratto al Teatro Gerolamo

Come ha fatto a convincerlo?
Ah non me lo chiedere! “È stato un gran colpo di culo”, come dice la canzone! L’ho preso in un momento buono. A lui è piaciuto il disco, gli ho chiesto se voleva cantarci dentro, poteva scegliere quello che voleva e ringrazio quel pigrone che non si è neppure scomodato per arrivare allo studio di registrazione.

Ci spieghi meglio in che senso?
La canzone è stata incisa nella cucina di casa sua, dal momento che la massima distanza che percorre è dal divano alla cucina e spesso non torna neppure indietro. Sono andato da lui senza grandi aspettative con in mano il primo disco. Gli ho chiesto di ascoltarlo, sperando che qualcosa incontrasse il suo favore. Poi ho ricevuto una sua telefonata e il resto è storia…

Ha scelto di incidere il disco solo su cd e vinile, rinunciando a piattaforme streaming o download. Perché?
Perché, come ho già detto, non si tratta di dodici canzoni, ma di una sola melodia. Un album manifesto, una scelta coerente con il progetto discografico. Non voglio che la musica sia trattata come un prodotto di consumo veloce, scaricabile con un click. Non voglio che una canzone sia decontestualizzata dal resto, ognuna delle dodici tracce è parte integrante di una narrazione che riesce a tenere insieme personaggi tra loro diversissimi: da Alex Zanardi a Giulio Regeni, dalla guerrigliera curda Ayse a Leopardi. A legare queste teste c’è solo il loro amore per la vita.

Il titolo e quell’idea sull’infinito da dove vengono?
Arrivano da lontano, precisamente da due romanzi Il Mercante di Luce e La vita che si ama e da una canzone Le rose blu. Da anni continuavo a ripetermi che era necessario imparare ad amare ciò che si vive, non solo la vita in sé ma anche i gesti, le scelte, gli entusiasmi, i tonfi, i progetti che ci costruisci dentro e amarli a prescindere dalla gioia o dal dolore che portano, come le vittorie o le sconfitte. Ogni cosa che viviamo è unica e irripetibile.

E Leopardi quando arriva?
Lui viene prima di tutto, non dimenticare il mio amore per gli studi classici. Leopardi non odiava la vita, certo pessimista lo era, ma credo che la sua disperazione, la sua rabbia fossero la conseguenza di un amore tradito. Negli ultimi anni a Napoli è arrivato addirittura a far splendere il sole nel cielo del suo canto finale Il tramonto della luna. Quasi come se mentre se ne stava andando fosse sfiorato dal pensiero che vivere equivalesse a dare tutto quello che si ha dentro. Ecco c’è questa roba qua nel disco. Mi serviva un modello impossibile di amore per la vita e l’ho trovato in lui che la vita se l’è goduta per quello che poteva, quindi è un buon esempio, di quelli sconvolgenti. Volevo stabilire che l’infinito, tutto quello che vogliamo sapere e credere non è lontano, non è al di là della siepe come dice lui, ma al di qua, dentro di noi, nelle nostre emozioni.

Roberto Vecchioni al Teatro Gerolamo

Roberto Vecchioni al Teatro Gerolamo

Non è solo un disco autobiografico?
Assolutamente no. Si muovono dentro uomini e donne reali che si raccontano o sono raccontati. Nella quinta traccia, L’infinito, parlo di Giulio Regeni, dal punto di vista della madre che non può crederlo morto e allora con salti temporali lo immagina tornare a casa prima bambino, poi adolescente e infine uomo. Cappuccio Rosso è la storia della passione di Ayse che va a morire contro l’Isis vista attraverso una lettera che lei stessa scrive al suo amore. Non ci sono supereroi, ma uomini e donne. E poi c’è l’omaggio ad Alex Zanardi. Nella canzone è lui stesso a ricordare, raccontare, spiegare come fare a rialzarsi. Alex si fa maestro per i ragazzi di oggi. L’ultimo omaggio di questo disco è a Papa Francesco, mai nominato però nella canzone che lo riguarda, La canzone del perdono. Nel disco celebro, o meglio ancora racconto, eroi del quotidiano. Persone che hanno dato tutto per la vita, che l’hanno anche combattuta quando non era dalla loro parte.

Nel disco c’è anche Morgan.
Marco è un amico ancor prima che un grande artista. Siamo alla traccia numero otto, Com’è lunga la notte, e parlo di me, saltellando nel tempo. L’ultima strofa, in terza persona è cantata da lui, come se mi guardassi da fuori.

Ovviamente non potevano mancare le canzoni d’amore.
Abbiamo abbondato, ce ne sono addirittura due: Ogni canzone d’amore e Ma tu. Nella prima rifletto divertito su come, tutti i poeti del mondo, probabilmente senza neppure rendersene conto, abbiano in fondo scritto d’amore per mia moglie. Un valzer che più popolare non si può. Nella seconda, invece parlo a due donne, la prima e l’ultima, entrambe con un posto preciso nel mio cuore.

Da quarant’anni è a fianco di sua moglie, come si resiste alla tempesta e quanto le è stata di ispirazione?
Il verbo resistere non va bene – sorride NdA – non è stato un sacrifico stare con lei! Non si resiste, si acquista pazienza, ognuno nel suo campo, ognuno con i suoi obiettivi. Quello che conta è l’unità del senso del mondo, di noi due – e in questo ci assomigliamo – che è poi il ceppo della nostra quercia, il resto sono piccole fronde, foglioline e fiorellini e possono anche essere differenti. La vita è andare avanti e amare, seppure in modi diversi, perché l’amore dei 30 anni non è uguale a quello dei 70.

La chiusa (Parola) è una nota stonata. Non è una svista vero?
Tutt’altro! È un’elegia sulla morte del linguaggio. Fuori tema lo ammetto. Oggi i ragazzi conoscono in media 600 parole, la lingua sta andando via, morendo, sparendo. È una canzone malinconica, sembra arrivare da un film di Fellini come a dire che la speranza non muore mai. O almeno non dovrebbe.

Ha insegnato per molti anni, cosa l’ha fatta smettere? Aveva perso la speranza di poter cambiare il mondo? No. Ero stanco io, vecchio io e mi sono chiesto chi me lo facesse fare. Insegnavo da 40 anni. Credo che la metafora contenuta nel romanzo “Il Processo”, un esempio del tema dell’assurdo nei lavori di Kafka, sia perfetta per descrivere i nostri tempi. Non smetteremo mai di cercare un mondo migliore, è l’umanità che funziona così. Solo quando si impara che le cose brutte e dolorose ci possono essere, allora ci si rende conto che la vita è fatta per essere amata.

Come immagina la scuola nel 2050?
Telematica. Credo che nessuno andrà più nelle aule e sarà tristissima, perché la bellezza della scuola è la comunità. Staranno davanti a uno schermo, magari senza insegnante, con una voce registrata sullo sfondo a impartire lezioni. Non arriverò a vedere una scuola così e credo che sia un bene per me!

Roberto Vecchioni al pianoforte al Teatro Gerolamo

Roberto Vecchioni al pianoforte al Teatro Gerolamo

 

Intervista pubblicata su Club Milano 48 gennaio – febbraio 2019. Clicca qui per scaricare il magazine.

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