NON SIAMO MILANESI ARIÙS

Gino e Michele, foto di Alessandro Treves

Gino e Michele

NON SIAMO MILANESI ARIÙS

Si sono conosciuti alla fine degli anni Sessanta e da quel giorno non si sono più lasciati. Il loro primo amore,

a parte Milano, è stato il cabaret, che li ha portati a diventare autori comici e satirici di successo facendo la

storia della televisione italiana. Un’altra loro grande passione? I quadretti della Smemoranda, agenda mito,

che hanno creato insieme a Nico Colonna.

di Andrea Zappa

Siete una coppia artistico-autorale inossidabile, quando è scattato il “colpo

di fulmine”?

Michele: Si parla di più di quarant’anni fa. Gino aveva un amico che suonava la chitarra e avevamo deciso di mettere in piedi un gruppo di cabaret. Una sera sono venuti a vedermi cantare e “pseudorecitare” all’interno di un altro gruppo di dilettanti e, poco tempo dopo, abbiamo dato vita a I Bachi da sera, gruppo che è durato circa quattro anni raggiungendo il semiprofessionismo (sorride, NdR). Abbiamo suonato anche all’Osteria delle Dame, chiamati da Guccini.

 

Qual è il segreto della vostra alchimia?

M: Dopo tanto tempo è difficile da spiegare, è come chiedere a una coppia di anziani cos’è che li tiene insieme. Forse proprio il fatto che siamo molto diversi. In questi casi le conseguenze sono due: o non ci si frequenta per incompatibilità caratteriale o, se invece questo accade, si cercano di incastrare le caratteristiche positive dell’uno e dell’altro. Uno ha più fantasia e l’altro è più razionale, uno è più cauto e l’altro è più incosciente, uno è più estroverso, l’altro meno, ma la cosa bella è che queste caratteristiche si interscambi ano tra noi a seconda delle situazioni e dei lavori.

Gino: Ho letto di recente una battuta firmata da noi di cui mi ero totalmente dimenticato. Non ricordo nemmeno chi di noi l’ha scritta, ma diceva che la differenza tra di noi era che: “Io sono un uomo di spettacolo e lui è uno spettacolo di uomo”.

M: L’avrà fatta sicuramente lui, si vede quanto è orgoglioso di questa frase.

Da Drive In a Zelig, passando per Su la testa! con Paolo Rossi e non solo. Una carriera incredibile come autori, sorge spontaneo chiedervi se satira e comicità sono due facce della stessa medaglia…

G: Il discorso è molto complesso. La satira è una categoria della comicità. I più ritengono che la seconda, più popolare e rozza, sia un sottoprodotto della prima, considerando quest’ultima più nobile. In realtà per chi fa questo mestiere è vero esattamente il contrario: la comicità è arte, la satira è invece artigianato. Un po’ come la differenza

che c’è tra la tragedia e il dramma. La tragedia è immortale, il dramma invecchia. Se tu guardi un pezzo di Totò di cinquant’anni fa, ridi allora come adesso. Se guardi un pezzo di satira di cinque anni fa, per essere efficace non devono essere cambiate le situazioni e i personaggi. Anche se bisogna dire che in Italia le cose non sembrano cambiare con grande velocità. Questo è stato uno dei motivi per cui abbiamo deciso di dare un taglio alla satira e occuparci solo di comicità. Non ne potevamo più di scrivere delle stesse cose. Gli unici

che, ormai però vent’anni fa, hanno portato un po’ di aria fresca nella satira sono stati Berlusconi e Bossi.

Com’è cambiata invece la comicità di oggi rispetto a quella degli anni Ottanta?

G: La comicità in realtà è molto legata al talento di chi la fa e quindi alle sue qualità comiche. Per cui è chiaro che un contemporaneo come Checco Zalone ha delle caratteristiche diverse, per esempio, dalla coppia Zuzzurro e Gaspare degli anni Ottanta. Sono le caratteristiche dei talenti a fare diversa la proposta comica. Per questo è molto più difficile fare i comici e non i satiri, perché la comicità finisce per confrontarsi e toccare sempre gli stessi argomenti: la moglie, la suocera, il dentista, il carrello del supermercato, etc.

E allora riuscire a essere originali pur dovendo utilizzare degli ingredienti che hanno già sfruttato tutti è estremamente difficile e significa essere veramente artisti.

Siete due milanesi doc, avete conosciuto sia la “Milano da bere” che quella di oggi…

M: Milano, come tutte le grandi città va a periodi, ha alti e bassi. Ma non è detto che i bassi siano per forza momenti totalmente negativi. Durante la “Milano da bere” c’erano anche delle grandissime avanguardie di spiccata intelligenza, che poi hanno condizionato il lavoro artistico in tutto il Paese. Per

esempio il teatro dell’Elfo era in quegli anni un luogo di grande fermento culturalee artistico. La “Milano da bere” non esiste più in quei termini. La città risente forse anche di quello che è più in generale l’Italia oggi, cioè un paese in cui non c’è più una determinata spinta e voglia di fare. Queste ti vengono quando hai lo spazio per muoverti e per crescere.

G: Io la amo molto. Poi è indubbio che ci sia da tempo una disattenzione verso tutto ciò che è cultura e arte. Milano, come qualcuno ha detto è una città molto pragmatica e con la cultura non si mangia. Ma siamo sicuri di questo?

Se uno dice Zelig, la prima cosa che viene in mente è Milano. Ormai il locale è uno dei simboli della città. Si può parlare di comicità milanese o è riduttivo?

M: La cultura comica a cui noi apparteniamo è una delle culture della città. Milano è l’unica realtà italiana che sta cercando di studiare da grande metropoli. Una grande metropoli per essere tale deve essere formata da un’immigrazione di razze che provengono da tutto il mondo e che si concentrano in quel dato luogo. Ci vuole una cultura dell’accoglienza, non soltanto fisica, ma anche culturale. Questo discorso vale anche per la nostra comicità. Quella che si fa a Milano non è una comicità chiusa come quella di altre città. A Napoli si ride solo dei napoletani, a Firenze si ride solo dei toscani. A Milano, da sempre, il cabaret ha un suo perché milanese, ma importa anche da tutta Italia. Questa caratteristica è solo nostra ed è per questo che siamo così forti.

Rimanendo in città, qual è il vostro quartiere preferito?

G: Sicuramente la zona sud, sud-est, in cui ho passato tutta la mia vita.

M: Io sono cresciuto in Porta Vittoria. Sono convinto però che i milanesi storici considerano la Milano vera, quella composta dei quartieri di Porta Vittoria, Romana, Ticinese, Venezia e Città Studi. Poi tutto quello che c’è al di là del centro, come zona Fiera, sono aree bellissime, ma come diceva mia nonna era la parte dei “milanesi ariùs”, dei milanesi ariosi, quelli cioè che vengono da fuori.

Parliamo ora di un altro vostro grande successo, la Smemoranda, la cui paternità va condivisa con Nico Colonna. Per il 2014 sarà dedicata alla notte: “Se si usa di giorno sono le frasi scritte nella notte le più importanti”…

G: Bella questa frase, copiala (ride, NdR). Capisci che quando arrivi alla 36esima edizione è difficile trovare

ogni anno un argomento innovativo o comunque che abbia un particolare valore. Ormai la scelta è spesso a metà strada tra il gioco e la fantasia.

Rimanendo in tema, c’è una notte che è stata la vostra “notte prima degli esami”?

G: Direi l’11 maggio 2010 quando l’Inter vinse la Champions a Madrid, noi c’eravamo ed è stata veramente eccezionale.

M: Dovrei dire che mi associo, ma voglio essere un po’ più poetico: amo la notte in generale. Ha un fascino innegabile. Quando cala tutti i sensi cambiano, sei più sensibile, rifletti di più. Ho letto da qualche parte che è uno spazio senza tempo, non bene identificato, proprio perché i più lo considerano dedicato solo al sonno.

G: C’è una frase bellissima…

M: Sarà mia… (ride, NdR)

G: Forse è di Michele: “Cerca di raggiungere la luna, anche se non ci riuscirai avrai comunque vagabondato tra le stelle…”, che come messaggio di vita è sicuramente molto bella. E comunque

non è di Michele.

Qual è la forza del successo di Smemoranda?

M: Dopo tutti questi anni e grazie al successo che ha avuto, può scegliere i suoi collaboratori. Dallo sport alla

musica, dalla scrittura alla comicità e all’arte, abbiamo l’imbarazzo della scelta. Questa è la vera fortuna. I nostri collaboratori-amici cercano sempre di dire qualcosa, di dare degli stimoli. Sono messaggi semplici però basilari per la crescita di un Paese in senso democratico, aperto e tollerante. La Smemo ci permette, insieme a Nico Colonna, di essere degli imprenditori, dei creativi e anche, passami il termine un po’ brutto, degli educatori.

G: A proposito di stimoli, una cosa che vorrei segnalare è l’impatto zero di Smemoranda. Da ormai sette anni abbiamo piantato una vera e propria foresta: 120 mila alberi in territorio demaniale in prossimità di Milano. Magari ci copiassero in questo.

Cambiano i tempi, pensate che l’agenda cartacea verrà sostituita da quella digitale?

G&M: All’inizio lo temevamo, ora non più perché se ci pensi solo teoricamente l’agenda cartacea è sostituibile. Anche perché il biglietto del tuo primo concerto, il mozzicone della tua prima

sigaretta, il marchio delle labbra della prima ragazza che hai baciato, non li puoi mettere su un iPad. Noi confidiamo molto in questo: nel fatto che come archivio, come memoria adolescenziale di generazioni, Smemoranda sia insostituibile.

 

Intervista pubblicata su Club Milano #15, luglio – agosto 2013. Clicca qui per sfogliare il magazine.