Incanto argentino

Hornocal Argentina. Foto di Michele Pisani

Dimenticate per un istante Buenos Aires, il caos di una città dai mille volti, il tango dei milongueros di San Telmo, per andare oltre gli stereotipi, alla scoperta di Jujuy, la provincia del remoto nord ovest.

testo e foto di Michele Pisani

È un giorno come tanti ad Humahuaca, il sole splende alto, nell’aria c’è un forte odore di terra rossa. La primavera australe penetra in ogni angolo di questa piccolo centro abitato situato all’interno della valle che prende il suo stesso nome e che dal 2003 è patrimonio dell’umanità. Ci troviamo nella provincia del Jujuy, dove l’Argentina rivela una delle sue anime meno convenzionali. Dove il mondo latino incontra le civiltà precolombiane e la Vergine si confonde con la Pachamama, antica divinità della terra e della fertilità. Il tempo pare scorrere più lentamente in questo angolo del pianeta. Nell’antica lingua degli aymarà, popolo andino che da millenni abita questi territori, si sente spesso pronunciare la parola sayta che significa ‘luogo dove poter riposare, dove il tempo si ferma’. Buenos Aires dista soltanto poche ore di aereo, ma sembra lontana… Per le strade polverose del centro di Humahuaca c’è qualche turista intento a comprare souvenir e maglioncini di lana di alpaca. In lontananza qualcuno sta suonando un sicu, uno strumento a fiato costituito da una fila di canne di lunghezza differente, aperte all’estremità superiore e chiuse in basso. La musica è ammaliante, il ritmo è quello del carnavalito humahuaqueño. A eseguirla è il luthier Carlos Alberto Maine, dalla sua piccola bancarella che si trova ai piedi della scalinata che dalla piazza principale porta al monumento agli Eroi dell’Indipendenza, simbolo delle battaglie sostenute da indigeni e creoli contro i colonizzatori. Carlos ci mostra le sue creazioni, ci fa ascoltare alcuni pezzi della tradizione humahuaqueña. Suo figlio, di circa otto anni, seduto al suo fianco lo ascolta estasiato. E noi con lui. Con ancora questa melodia nella mente, proseguiamo per le strade sterrate e i pendii che portano fin su in cima all’Hornocal.

Ruta Nacional 52. Argentina.-Foto-di-Michele-Pisani

Ruta Nacional 52

Un massiccio composto da undici diversi strati di roccia, dai colori vivissimi che cambiano al variare dalla luce del sole. E che lasciano letteralmente senza respiro, in tutti i sensi. Perché si sa, sulle Ande più si sale e più l’aria è rarefatta, la respirazione ne risente, il corpo si affatica. Il dislivello tra Humahuaca e il nostro destino è notevole: in poche decine di chilometri si passa dai 3000 metri sul livello del mare agli oltre 4500 di questa montagna incantata. Ed è per questo che durante il tragitto la nostra guida, tra una chiacchiera e l’altra, ci dà qualche consiglio su come combattere i sintomi del ‘mal de altura’. Il rimedio migliore a queste latitudini è da sempre la masticazione di foglie di coca, pianta sacra per i popoli andini, dall’effetto energizzante e che aiuta a mantenere bassa la pressione sanguigna. Arrivati in vetta il panorama è di quelli che restano impressi nella memoria per il resto della propria vita. Scendendo poi a valle, tra branchi di vigogne (animali più piccoli dei lama dalla lana pregiatissima), cactus e cespugli spinosi, ci ritroviamo a Tilcara, affascinante località turistica dove si può ammirare il Pucarà, un’antica fortezza di epoca pre-colombiana.

Tè alla coca. Argentina.-Foto-di-Michele-Pisani

Tè alla coca

Pochi chilometri più in là, altra tappa obbligatoria è Purmamarca con il suo cerro de los siete colores, un colle di rara bellezza che sembra quasi dipinto e che pare proteggere dall’alto questa incantevole cittadina. Intorno a noi è il deserto, la Puna argentina si espande in tutto il suo splendore. Paesaggi di un colore rosso intenso nel cuore della cordigliera delle Ande, al quale gli antichi abitanti (forse i Quechua), diedero appunto questo nome, che significa “alto”. Perché siamo sempre oltre i 3000 metri di altitudine e i ripidi tornanti della Ruta Nacional 52 sono qui a ricordarcelo. Tornanti che ci portano dal rosso marziano della Puna, al bianco lunare di Salinas Grandes, ultima sosta di giornata. Un deserto di sale che copre un’area di 6000 km², a due passi dal confine con il Cile, formatosi a causa dell’attività vulcanica oltre cinque milioni di anni fa. Una distesa immacolata dove di tanto in tanto si vedono spuntare delle piccole vasche squadrate, create dall’uomo per estrarre il sale secondo le antiche tecniche andine. Punta di diamante di questa area del mondo dal sapore millenario e lontanissima dai clichè dell’Argentina, la provincia del Jujuy è una regione remota e solitaria da scoprire, un luogo dell’anima dove perdersi per poi ritrovarsi.

In apertura Hornocal, Argentina

 

Articolo pubblicato su Club Milano 48 gennaio – febbraio 2019. Clicca qui per scaricare il magazine.

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