Un capolavoro a due passi dal Duomo

Pellizza da Volpedo. Il Quarto Stato olio su tela Foto Carrà

Simbolo delle lotte del proletariato, il celebre dipinto di Giuseppe Pellizza da Volpedo, esposto nel 1902 a Torino e poi caduto nell’oblio per due decenni, è a Milano dal 1920. Dopo aver cambiato sede più volte, “Il Quarto Stato” ha trovato casa al Museo del Novecento, dove può essere ammirato gratuitamente.

di Matilde Quarti

Impossibile non vedere, alla destra del Duomo, il Museo del Novecento: la sua veste migliore la indossa al tramonto, quando il marmo che riveste la facciata si fa più rosato e i neon di Lucio Fontana cominciano a brillare attraverso le vetrate. Nonostante sia relativamente recente (è stato inaugurato nel 2009) il museo è amatissimo dai milanesi; non tutti però sanno che qui è possibile visitare anche un capolavoro dell’arte moderna senza necessità di biglietto e per di più durante tutto l’orario di apertura. Si tratta del Quarto Stato realizzato dal pittore Giuseppe Pellizza da Volpedo nel 1901 e divenuto presto simbolo delle lotte di classe, nonché icona del proletariato. Il celebre dipinto si trova in cima alla rampa d’accesso al Museo del Novecento, in una sala dedicata, appena prima della postazione predisposta al controllo dei biglietti. Si tratta di una posizione prestigiosa che apre idealmente la collezione del museo. Nonostante sia a tutti gli effetti nel passaggio d’accesso, la sala è sufficientemente ampia da permettere la visione del dipinto con la tranquillità necessaria per confrontarsi con un’opera così carica di significati storici e sociali e di tanti particolari da scoprire. L’opera che ha impegnato Pellizza per tre anni di lavoro e ben dieci di studio non a caso è stata definita una Spoon River dipinta. Il motivo? I suoi protagonisti sono quasi tutti riconosciuti come reali abitanti del paese piemontese di Volpedo e dei suoi dintorni. Certo, l’identificazione a volte è basata su fonti orali e non scritte, eppure tra i personaggi della fiumana (questo peraltro è il titolo di uno dei primi studi dell’opera), si possono ritrovare fabbri ferrai, contadini, muratori, carrettieri: persone che incarnano quella vasta umanità senza voce che adesso nel quadro rialza finalmente la testa. Solo uno di loro, Filippo Gatti, farmacista e amico del pittore, appartiene a un’altra classe sociale. Gatti si sarebbe prestato da modello per incarnare la figura al centro della scena: l’uomo che, affiancato da un altro lavoratore e da una donna con bambino – costei con il viso di Teresa, l’amata moglie di Pellizza – con il suo incedere dà ritmo a tutto il dipinto. Il valore sociale del Quarto Stato ha garantito al pittore una fama immensa, ma nessuna fortuna. Rimbalzato di rivista in rivista, il dipinto diviene infatti in breve tempo famosissimo, eppure non c’è alcuna galleria che accetti di comprarlo, tanto che Pellizza, suicida nel 1907, vede il suo lavoro esposto solo un paio di volte. Passa un decennio prima che il Comune di Milano, nel 1920, decida di comprarlo ed esporlo in luoghi simbolo come Palazzo Marino e la Galleria d’Arte Moderna (GAM). Un regalo a tutta la cittadinanza, che lo può ammirare ancora oggi nella sua nuova casa.

 

Articolo pubblicato su Club Milano 49 marzo – aprile 2019. Clicca qui per scaricare il magazine.

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