La costanza del figlio

Davide de Zan. Foto di Francesco Pizzo

L’amico Pantani, l’abominevole Armstrong, l’insegnamento di papà Adriano, la pulizia esemplare di Nibali e un libro che taglia ogni traguardo: De Zan a ruota libera.

di Simone Sacco – foto di Francesco Pizzo

Davide De Zan, classe 1962, milanese DOC, figlio del mai troppo poco rimpianto Adriano (la voce della golden age del ciclismo, in onda ininterrottamente sulla Rai dalla metà degli anni Cinquanta agli albori del terzo millennio), volto noto di SportMediaset, ha da poco pubblicato il suo nuovo libro In Fuga; volume agile ed emotivo che segue altre due imprese letterarie come Pantani è tornato (pamphlet giornalistico) e Pedala! (storytelling romantico). Lo abbiamo incontrato in un suggestivo bar milanese e, ovviamente, ci siamo messi a discutere con lui di rapporti, pedivelle, sellini e manubri. Oggetti inanimati resi però epici da chi li ha utilizzati a dovere. Soffrendo, vincendo, volando. I ciclisti dei nostri sogni, insomma. La razza preferita della dinastia De Zan.
Qualcuno una volta ha detto che «il testo emotivo è l’unico possibile»: In Fuga, per te, è un testo emotivo?
Direi di sì visto che io cerco sempre di trasferire sulla pagina le emozioni che ho dentro di me, perché sono le emozioni, al tirar delle somme, i veri colori della vita.
E tu di “pittura” giornalistica direi che te ne intendi…
Il privilegio di uno che fa un mestiere come il mio sta tutto lì: assistere all’esplodere di questi colori per poi donarli al lettore. Anche se io non amo definirmi “scrittore”, parola grossa e ingombrante, ma un semplice “raccontastorie”.
Non commentare le grandi corse a tappe (Giro d’Italia e Tour De France) da oltre vent’anni, ti fa addirittura scrivere meglio? Nei tuoi libri c’è una sorta di compensazione per quella gioia negata?
Questo non lo so, ma di certo parlare di uno sport così bello e brutale per me resta la mia ragione di vita. Onestamente, durante la mia carriera, non ho commentato solo giri memorabili (le vittorie a metà anni ’90 di Rominger e Tonkov, pur rispettandole tantissimo, non sono state quel diluvio di emozioni) però assistere in prima persona alla dinastia di Indurain o all’esplosione di Pantani sono cose che inevitabilmente ti segnano. Per venire alla tua domanda, certo che mi manca non essere lì! Esultare all’arrivo di tappa e spararmi ogni giorno le mie tot ore di diretta. Sarebbe come dire a un cantante lirico che gli è negata La Scala. Però non posso farci niente: in questo caso vince sempre chi ha i milioni di euro per accaparrarsi i diritti televisivi… (sospira, NdR).
Parliamo di tuo papà Adriano?
Molto volentieri. Vai!
Lui era milanese d’adozione. De Zan senior ha pure frequentato la Bocconi e negli anni Settanta condusse diverse edizioni de La Domenica Sportiva che è sempre stata simbiotica con gli studi di Corso Sempione. Tu, che eri un ragazzino all’epoca, che ricordi hai di quegli anni?
Memorie bellissime, struggenti. Entravo nella sede Rai e mi godevo le partite in bassa frequenza con mostri del calibro di Beppe Viola, Bruno Pizzul (leggi la nostra intervista qui) e Nando Martellini che io ho sempre visto al pari di un monumento. Se oggi faccio questo lavoro è stato sicuramente per l’esempio nobile di papà, ma anche per l’aria che ho respirato in quegli anni. Quando Milano era ancora bella manzoniana, sicuramente molto più di adesso.
Luoghi del cuore?
Tanti: la vecchia Fiera Campionaria dove avevano casa i miei genitori. Quarto Oggiaro dove abitavano i nonni. Brera, i Navigli, la cerchia dei Bastioni, le vecchie mura. Te l’ho detto: sono manzoniano nell’anima!
Prima hai citato Martellini, sicuramente “the voice” per antonomasia dello sport italiano; ma anche tuo papà non scherzava affatto: puntuale, precisissimo, pregnante…
La voce di babbo era stupenda, molto meglio della mia e sicuramente più squillante. Dall’esterno, quando mi riascolto, non è che la mia voce mi piaccia granché: la trovo sempre un po’ strana. Eppure i doppiatori di Mediaset non la ritoccano mai in post-produzione, quindi direi che va bene così. Mi fido di loro.

Davide de Zan. Foto di Francesco Pizzo

Davide de Zan. Foto di Francesco Pizzo

Torniamo a In Fuga dove, fin dalla copertina, rimbomba la figura di Pantani. Pensi che il mito di Marco, nel 2019, sia appannaggio degli over 40 e che si sia un po’ affievolito tra i giovanissimi?
Forse no. Anche perché solo parlarne col veicolo del cuore, a oltre vent’anni dall’accoppiata Giro/Tour ’98 e a quindici da quel maledetto residence riminese, è comunque una sensazione forte e dolce amara. Voglio dire: se a Marco non avessero inferto la mazzata di Madonna di Campiglio (squalificato al Giro ’99 per tasso di ematocrito oltre la media, NdR), probabilmente in quegli anni avrebbe vinto almeno tre corse rosa e altrettanti Tour. Diventando di conseguenza un nuovo Coppi.
Il paragone, impegnativo, con l’Airone non è campato per aria, vero?
Da un punto di vista sportivo, ma anche emotivo, ci sta tutto. Mia papà, quando parlava di Fausto, aveva gli occhi lucidi esattamente come quando commentava in diretta le imprese di Marco. E lì, in quegli anni Novanta, ho capito che stava accadendo qualcosa di straordinario al ciclismo. Pantani era un’atleta modernissimo e antico allo stesso tempo. O viceversa. Emozioni come quelle che mi ha dato lui le sto ancora aspettando. E intanto il tempo passa…
Coppi sarà per sempre il “Campionissimo”. Per Pantani, invece, tu hai usato un aggettivo che scomoda il misticismo: “sovrannaturale”.
Non mi ricordo di averlo descritto così, ma sicuramente ci sta! Di solito non adopero il cervello quando parlo del Pirata, ma solo la voce del cuore. Probabilmente ho usato quell’aggettivo, sovrannaturale, perché la forza di gravità su Marco, in salita, funzionava in maniera diversa rispetto ad altri miliardi di esseri umani.
La sua impresa scioccante sul colle del Galibier, al Tour ’98, rappresenta l’high light assoluto di tutta la storia del ciclismo?
Eh, bella domanda.
50 chilometri di salita, condizioni meteo sfavorevoli (per usare un eufemismo) e nove minuti di distacco inferti al capoclassifica Jan Ulrich, fai te…
Che sia stata l’impresa delle imprese onestamente non lo so. Bisognerebbe chiederlo a papà, lassù in cielo, che di biciclette ne ha masticate molte più di me… Di mio ti posso dire che alla vigilia del Galibier io ero con Marco, nella sua roulotte, e gli intimavo di scattare proprio su quel tratto di strada. Gli ripetevo che su quel colle (e non altrove) avrebbe schiantato di brutto uno come Ulrich che, ricordiamolo, era un ciclista impressionante, mica un novellino. E lui mi diceva: «Ma sono cinquanta chilometri di salita! Come diavolo faccio?». E intanto gli si sprigionava quella lucina dagli occhi. Lui lo sapeva già, pur negandolo, che il mito era ad un passo. Pantani ce l’aveva nell’anima, il mito.
Quello fu anche il Tour dello scandalo Festina. Con annesse perquisizioni a tappeto e la squalifica di ben nove ciclisti, tra cui il campione del mondo in carica Laurent Brochard. Il cosiddetto “doping di squadra”…
E Marco non ci pensò due volte a minacciare di levarsi il numero dalla schiena. E lo stava facendo in maglia gialla, non da centesimo in classifica! Non fu una piazzata, la sua, ma un netto schierarsi dalla parte dei colleghi contro gli organizzatori del Tour. Contro la ferocia di quei controlli. Qua il campione non c’entra. Questa io la chiamo la grandezza di un uomo.
E lì qualcuno si indispettì non poco verso questo Pantani in versione “capopopolo” e forse più grande, lui da solo, dell’intero movimento ciclistico mondiale…
So già dove vuoi andare a parare.
Aveva ragione Renato Vallanzasca quando l’anno dopo, intercettato telefonicamente a una settimana dalla fine del Giro ‘99, diceva: «Puntate sul secondo o sul terzo che tanto Marco al traguardo non ci arriva»?
Eh, qui tocchi un nervo scoperto che ho analizzato nel mio libro Pantani è tornato del 2014… Guarda, all’epoca non potevo dire o scrivere di più perché c’era un’indagine in corso e io ho grande rispetto delle forze dell’ordine (nella vita sono stato anche carabiniere) e della magistratura. Eppure il passaggio più triste, di tutto quel dannato Giro ‘99, fu il processo di Trento dove non venne messo agli atti l’esame medico che Marco si era fatto poche ore dopo Madonna di Campiglio. E che riportava i suoi valori sotto alla media del 50 per cento.
Quello di Imola, giusto?
Sì. Esame svolto ad Imola quattro ore dopo il famoso primo controllo, presso un clinica rinomata, da un professionista del settore che ci mise pure la firma. Niente. Era tutto in quelle carte che non furono mai prese in esame, ma addirittura giudicate “prive di valore”. La verità sta lì. E spero con tutto me stesso che un bel giorno qualcuno farà giustizia.
Di Lance Armstrong, di cui parli in toni adirati nel libro, che mi dici?
Un tradimento in piena regola. Prima il suo nobilissimo ritorno alla vita e poi, dal terzo Tour in poi, un sentore di marcio che si faceva sempre più pungente. La sua vita è stata un film hollywoodiano (la guarigione dal cancro, la vittoria sui Campi Elisi nel ’99, la sua splendida moglie Kristin arrivata prima di Sheryl Crow, la paternità ecc.) tramutatosi poco alla volta in un pessimo horror. Posso farti un paragone sentimentale?
Prego.
Lance è come la fidanzata che ti tradisce e della quale non vuoi più sentir parlare. Ho dei libri a casa mia dedicati al suo rapporto disinvolto e bulimico col doping. Li tengo sulle mensole in alto, ben distanti dalla vista, perché solo a vederne le copertine mi danno il voltastomaco.
Altro capitolo importante di In Fuga. Il 18 luglio 1995, quando Fabio Casartelli (oro olimpico a Barcellona ’92) muore per una brutta caduta al Tour De France, tu eri in diretta su TMC mentre papà Adriano, come sempre, sulla Rai.
E chi se la dimentica più una giornata nera come quella…
Tu interrompi la telecronaca lasciando scorrere le immagini mute mentre Adriano De Zan la completa, con una fatica indicibile e la voce rotta dal pianto. Due modi di intendere l’uso dei media, entrambi rispettabilissimi.
Grazie per aver posto la questione perché questa è una cosa che non ho scritto nel libro, probabilmente per un eccesso di pudore. In quel caso io fui più istintivo, mentre papà più legato alla vecchia scuola del giornalismo. In un secondo tempo mi spiegò le ragioni del suo gesto che gli costò comunque uno stress emotivo tremendo. «Sai Davide, ho preferito agire come mio padre, alias tuo nonno. Anche lui una volta, prima di andare in scena, fu raggiunto dalla notizia di un lutto tremendo. Fece lo spettacolo per senso del dovere, ma poi congedò il pubblico con le stesse parole che mi sono sentito di adoperare anch’io a fine telecronaca». E quelle parole del babbo furono: «E ora lasciatemi andare a piangere un amico che non c’è più». Serve aggiungere altro?
Senti, uno come Vincenzo Nibali ti scalda il cuore come i vecchi leoni (Pantani, Cipollini, Bugno, Chiappucci ecc.) che racconti nel libro?
Sì. Perché ho un rispetto assoluto per la dose di credibilità che uno come Vincenzo sta restituendo al ciclismo robotizzato di questi anni. Peter Sagan? Un guascone. Potrebbe essere il nuovo Cipollini per quel che riguarda l’equazione campione/personaggio mediatico, ma Nibali mi dà decisamente di più. La sua è stata una carriera lineare, pulita, germogliata poco alla volta. E io, sai, dubito sempre delle esplosioni dal nulla al tutto. Esplosioni miracolose, incredibili che affollano questo sport da troppi anni a questa parte.
Chris Froome, giusto per non fare nomi…
Ecco, Froome mi dà le stesse emozioni di un marciapiede di Liegi in un giorno di pioggia! (ride, NdR). Anche se la sua fuga monumentale di 80 chilometri, al Giro d’Italia 2018, me lo ha un po’ riabilitato a livello di ciclismo epico. Però, dai, lasciami il beneficio del dubbio.
La lezione giornalistica più importante che hai imparato finora?
Che con i grandi della bicicletta – e io fortunatamente ne ho conosciuti tanti – devi avere più rispetto che pudore. Tant’è che le critiche che poni loro in gara, anche se sei loro amico e ci vai a cena assieme, assumono ancora più valore se alla base, appunto, resta il rispetto reciproco.
Sono d’accordo con te.
Pure con Gianni Bugno – uno già più chiuso di carattere – non ho mai avuto problemi adoperando questo metodo. Le prime interviste che feci ad Armstrong, quando da giovane si allenava a Como, le ricordo perfino con affetto. E poi c’era il Pirata. Ecco con lui siamo sempre stati Marco e Davide, non Pantani e De Zan. E la cosa non ha mai inficiato sulla bontà dell’informazione giornalistica.
Hai già un altro libro in testa?
Non ancora, anche se parecchie storie fanno capolino nei miei pensieri. Mi piacerebbe scrivere un romanzo.
Quindi ci ritroviamo qui, tra qualche tempo, per brindare al tuo primo romanzo?
Forse sì. E magari a quel punto sarò pure diventato un vero scrittore! (ride, NdR).

 

‘In Fuga’ (Piemme Edizioni, 2018) di Davide De Zan è attualmente disponibile nelle migliori librerie e store digitali. È un libro che fa bene al cuore.

 

Leggi anche l’intervista nella versione della rivista, pubblicata su Club Milano 49 marzo – aprile 2019. Clicca qui per scaricare il magazine.

Commenti

commenti

Be first to comment