La costanza del figlio

Davide de Zan. Foto di Francesco Pizzo

L’amico Pantani, l’abominevole Armstrong, l’insegnamento di papà Adriano, la pulizia esemplare di Nibali e un libro che taglia ogni traguardo: De Zan a ruota libera.

di Simone Sacco – foto di Francesco Pizzo

Milanese, figlio del grande Adriano (la voce dell’età dell’oro del nostro ciclismo), volto di SportMediaset, Davide De Zan ha pubblicato il suo nuovo libro In Fuga volume emotivo che segue altre due imprese come il pamphlet giornalistico Pantani è tornato e lo storytelling romantico Pedala!. Lo abbiamo incontrato in un suggestivo bar milanese e ci siamo messi a discutere di rapporti, pedivelle e sellini, oggetti inanimati resi però epici da chi li ha utilizzati a dovere. Soffrendo e vincendo. I ciclisti dei nostri sogni, insomma. La razza preferita della dinastia De Zan.
“In fuga” è un testo emotivo?
Direi di sì visto che cerco sempre di trasferire sulla pagina le emozioni che porto dentro. Perché sono le emozioni i veri colori della vita. Nonostante questo, non amo definirmi “scrittore”, parola ingombrante, ma semplice “raccontastorie”.
Hai già un altro libro in testa?
Non ancora, anche se parecchie storie fanno capolino nei miei pensieri. Mi piacerebbe scrivere un romanzo.
Non commentare Giro e Tour da oltre vent’anni ti fa addirittura scrivere meglio? Nei tuoi libri c’è una  sorta di compensazione per quella gioia negata?
Questo non lo so, ma di certo parlare di uno sport così bello e brutale resta la mia ragione di vita. Aver assistito in prima persona alla dinastia di Indurain o all’esplosione di Pantani sono cose che ti segnano. E certo che mi manca non essere lì! Esultare all’arrivo di tappa e spararmi ogni giorno le mie tot ore di diretta. Sarebbe come dire a un cantante lirico che gli è negata La Scala. Però non posso farci niente: i milioni di euro per accaparrami i diritti televisivi del Giro o del Tour purtroppo non li ho…
Tuo papà Adriano era milanese d’adozione. De Zan senior, in città, ha frequentato la Bocconi e negli anni Settanta condusse diverse edizioni de “La Domenica Sportiva” che è sempre stata di casa negli studi di Corso Sempione. Il Davide ragazzino che ricordi ha di quegli anni?
Memorie bellissime, struggenti. Entravo nella sede Rai e mi godevo le partite in bassa frequenza con mostri del calibro di Beppe Viola, Bruno Pizzul e Nando Martellini. Se oggi faccio questo lavoro è stato sicuramente per l’esempio nobile di papà, ma anche per l’aria che ho respirato allora. Quando Milano era ancora bella manzoniana, molto più di adesso.

Davide de Zan. Foto di Francesco Pizzo

Davide de Zan. Foto di Francesco Pizzo

Luoghi del cuore?
Tanti: la vecchia Fiera Campionaria dove avevano casa i miei genitori. Quarto Oggiaro dove abitavano i nonni. Brera, i Navigli ecc. Te l’ho detto: sono manzoniano nell’anima!
Sulla copertina di “In fuga” si staglia, eroica, la figura di Pantani. Pensi che attualmente il mito di Marco si sia affievolito tra i giovani?
Forse no. Anche perché solo parlarne col veicolo del cuore, a oltre vent’anni dall’accoppiata Giro e Tour ’98 e a quindici da quel maledetto residence riminese, è comunque una sensazione forte e dolceamara. Voglio dire: se a Marco non avessero inferto la mazzata di Madonna di Campiglio (dove, al Giro ’99, fu squalificato per tasso di ematocrito oltre la media, NdR), probabilmente in quegli anni avrebbe vinto almeno tre corse rosa e altrettanti Tour. Diventando di conseguenza il nuovo Coppi.
Il paragone, impegnativo, con Coppi non è campato per aria, vero?
Da un punto di vista sportivo e emotivo ci sta tutto. Mia papà, quando parlava di Fausto, aveva gli occhi lucidi così come quando commentava le imprese di Marco. E lì, in quegli anni Novanta, ho capito che stava accadendo qualcosa di straordinario al ciclismo. Pantani era un’atleta modernissimo e antico allo stesso tempo. Emozioni come quelle che mi ha dato lui le sto ancora aspettando. E intanto il tempo passa…
Di Lance Armstrong – di cui parli in toni adirati nel libro – che mi dici?
Un affronto indescrivibile. Prima il suo nobile ritorno alla vita e poi, dal terzo Tour in poi, un pungente sentore di marcio. La sua vita è stata un film hollywoodiano tramutatosi in un pessimo horror. Sì, Lance è come la fidanzata che ti tradisce e della quale non vuoi mai più sentir parlare!
Uno come Nibali ti scalda il cuore come i vecchi leoni Pantani, Cipollini, Bugno e Chiappucci?
Sì, perché ho un rispetto assoluto per la dose di credibilità che uno come Vincenzo sta restituendo al ciclismo robotizzato di questi anni. La sua è stata una carriera lineare, pulita, germogliata poco alla volta. E io dubito sempre delle esplosioni dal nulla al tutto. Esplosioni miracolose che affollano questo sport ormai da troppi anni.
La lezione giornalistica più importante che hai imparato finora?
Che con i grandi della bicicletta devi avere più rispetto che pudore. Tant’è che le critiche che poni loro in gara, anche se ci vai a cena assieme, assumono ancora più valore se alla base resta il rispetto reciproco.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 49 marzo – aprile 2019. Clicca qui per scaricare il magazine.

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