Roberto Negro

Roberto Negro. Piano City 2019

GLI OGGETTI E IL PIANOFORTE

Nato in Italia, non ci ha mai vissuto, ma ora che è un noto talento del “jazz set”, il musicista visita più spesso il Belpaese e ci racconta la sua prima volta a Piano City. By night e con uno strumento pieno di oggetti che toglie via via.

di Paolo Crespi

La premessa biografica, nel suo caso, è d’obbligo. Roberto Negro nasce a Torino 39 anni fa da genitori italiani che però, ancor prima di svezzarlo, si trasferiscono per motivi di lavoro a Kinshasa, capitale del Congo. Nel paese francofono il pianista in erba mette le basi della sua formazione musicale («mai pensato di fare altro nella vita») grazie alle lezioni di classico impartitegli da un insegnante congolese, da una pianista italiana (Maria Grazia Spada Gasco, ex docente del Conservatorio Giuseppe Verdi, NdR) e da una concertista russa. A 14 anni con la famiglia lascia il Centrafica alla volta della Francia, dove studierà jazz al Conservatorio di Chambery. Oggi vive per scelta a Parigi, da cui si muove per raggiungere i palcoscenici di mezza Europa e oltre. Ma la sua compagna Aurora è italiana, di Palermo, e insieme hanno una bimba di sei mesi, destinata anche lei a vivere all’estero e a molti legami con il Paese d’origine…
Il 19 maggio, tra le due e le tre di notte, farai il tuo solo per Piano City, all’interno della Palazzina Liberty. Come approdi alla kermesse milanese?
Il link è un concerto che ho fatto alla Casa del Jazz di Roma. Luciano Linzi che la dirige ha parlato di me alla curatrice Ricciarda Belgiojoso e così è nato questo mio primo concerto per la vostra città. A un orario davvero insolito, anche per un jazzista.
Cosa significa il titolo della tua composizione, che è anche un disco, “Kings and Bastards”?
L’interpretazione è aperta, decide sempre chi ascolta. Il titolo mi è venuto per caso, mentre ero in aereo e cercavo un nome da dare a un solo binario, fatto di due tempi molto diversi, quasi antagonisti, eseguiti di fila come un pezzo unico di 50 minuti. Nel primo tempo il pianoforte è totalmente “preparato”, con una serie di oggetti di legno, plastica o metallo che inserisco preventivamente fra le corde per alterare la timbrica, secondo la lezione di John Cage.
Una performance in piena regola. Che succede poi?
Durante la mia esecuzione comincio a “spogliare” lo strumento dei pezzi aggiunti. C’è un momento cardine in cui suono una specie di ostinato con la mano sinistra mentre con la destra tolgo uno a uno i vari oggetti. E finisco con il piano naturale.
E lo spartito?
Nella mia testa. Ho scritto integralmente questa e tutta una serie di partiture con preparazioni fisse che eseguo a memoria e che contengono anche una piccola dose di performance.
Il jazz è inteso spesso come sinonimo di improvvisazione…
Un’idea errata, non essendo l’improvvisazione necessariamente legata a uno stile musicale. All’inizio ci sono “cascato” anch’io. Dopo tanta accademia e repertorio classico mi interessava cavarmela senza uno spartito, trovare un mio percorso nella musica anche come autore. Al jazz sono arrivato dopo aver ascoltato da ragazzo soprattutto rock degli anni Sessanta e Settanta. È stato subito amore, ma più per la filosofia che per la “grammatica” del jazz: poter includere il gesto improvvisato in un discorso musicale e condividere questa cosa con altri musicisti, in diretta.
Solista, leader di varie formazioni musicali, interprete per altri. Ma la musica che fai oggi è quasi sempre farina del tuo sacco.
Sono un compositore. La musica che suono nei miei progetti è quella che scrivo. L’impulso e la natura del mio essere musicista coincidono.
E invece con chi ti senti in sintonia nelle altre arti?
Al cinema con David Lynch. Lavorando molto sulla forma e sul modo di presentare le cose mi auguro che anche nel mio caso possa scaturire una sorta di narrazione, anche se non sempre chiara. Nella pittura prediligo l’astrattismo. Amo molto Miró e il francese Soulages.
Non vieni da una stirpe di musicisti. In famiglia ci sono altri talenti?
L’attrice Laura Curino, anche lei torinese, è mia cognata. Ho collaborato con lei creando le musiche di Malapolvere, il suo spettacolo sull’amianto. E Ambra Senatore, ballerina e coreografa che ha trovato riconoscimento professionale a Nantes, pur essendo poco più grande di me è figlia della figlia del fratello di mio padre, che era del 1924.
Ora l’Italia è più a portata di mano?
È poco che ci vengo regolarmente e ogni volta è una piacevole sorpresa. Ma in vacanza ci sono sempre tornato per qualche giorno, anche solo per venire a trovare mia madre, che vive in Valle d’Aosta.
Un tuo prossimo impegno?
Sentimentale. Andrò per un weekend a Bruxelles. Lì abita la mia antica maestra italiana di pianoforte. Ci siamo rivisti solo cinque anni fa, con grande emozione: l’ultima volta insieme era a Kinshasa e io avevo dieci anni.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 50 maggio – giugno 2019. Clicca qui per scaricare il magazine.

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