Calexico

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IL TEMPO È COME UN GATTO
In attesa del loro concerto milanese in programma a La Triennale, abbiamo raggiunto Joey Burns per farlo parlare di “Years To Burn”. E lui, in compenso, stava già meditando su Springsteen…

di Simone Sacco

Joey Burns, il 50% dei Calexico assieme al socio John Convertino, si collega su Skype dalla sua Tucson a un tiro di schioppo dal Messico. Il motivo sarebbe promozionale (la band in combo con Iron & Wine – nome d’arte del cantautore Sam Beam – si esibisce il 22 luglio a La Triennale nell’ambito di Tri-P Music Festival 2019), ma la chiacchiera prende subito le coordinate di una musica libera e selvaggia. Stavolta racchiusa nelle otto tracce di Years To Burn, album splendido e co-firmato con lo stesso Beam. Erano circa quindici anni, dai tempi dell’EP In The Reins, che Joey e Sam non incrociavano sguardi e chitarre per incidere canzoni così strutturate e sperimentali. Una vera tavola calda, la loro. Capace di sfornare ottimi burritos in salsa alternative-rock.
Joey, partiamo dalla data di Milano.
Si tratterà di uno show speciale perché c’è qualcosa di elettrico nell’aria della vostra città. E poi i Calexico hanno esordito tenendo concerti in piccole gallerie d’arte di Tucson. E ora l’onore di esibirci in un museo così prestigioso. Come vedi, tutto torna.
Hai qualche ricordo legato alla città?
Non mi dimenticherò mai una data al Tunnel assieme ai Mariachi Luz de Luna. Pubblico e location fantastici. Terminato lo show sembrava che si fossero riunite tutte le cose più importanti per chi fa questo mestiere: amici, amore per la musica e la dolcezza della vita notturna milanese.
Quindici primavere dalla realizzazione di In The Reins sono un gran lasso di tempo. Ti è spiaciuto non aver potuto lavorare di più con Sam durante tutti questi anni?
Beh, abbiamo suonato in album altrui e registrato una cover di Bob Dylan – Dark Eyes – per la colonna sonora del film I’m Not There diretto da Todd Haynes. Sai cos’è? Il tempo è come un gatto che porti a spasso in una scatola di cartone. E noi dovremmo sempre munirci della giusta scatola, magari colorata. Oltre a imparare a cinguettare come canarini per attirare quel benedetto felino! (ride, NdR).
Sam Beam ha scritto un bel po’ di canzoni per Years To Burn. Credi sia una semplificazione dire che lui ha portato il 90% del songwriting mentre tu ti sei occupato degli esperimenti sonori?
Sì, adoro dare una mano con gli arrangiamenti. Dato che avevamo solo quattro o cinque giorni di tempo, non mi è dispiaciuto cedere a Sam il timone e lasciarlo condurre la barca.
Pensi che aver lavorato nello stesso luogo (il Sound Emporium di Nashville) dove i R.E.M hanno registrato lo storico Document abbia donato una certa magia anche al vostro album?
Mettiamola così: quando sono entrato dalla porta sul retro del Sound Emporium, ho percorso questo corridoio con appese alle pareti foto di artisti leggendari d’ogni epoca. Ho dovuto impormi di non guardarle perché, nonostante fossi lusingato di trovarmi lì, volevo concentrami esclusivamente sulla mia musica. Terminato il lavoro, però, mi sono concesso un tour dell’intero studio di registrazione.
Cosa ti è piaciuto di più?
La “demo room”: una stanza adibita alla composizione delle canzoni. Fai conto che è piccola come un armadio e viene affittata a ore. Quello sgabuzzino ha prodotto molta musica di successo che si ascolta ancora oggi a Nashville.
Voi in compenso siete usciti col singolo Father Mountain, talmente ispirato e classico da sembrare quasi un brano di Graham Nash o Gram Parsons. Credi al potere di scrivere belle canzoni nell’epoca vacua di Instagram?
Mah, seguo i social media esattamente come qualsiasi altra persona al mondo e una bella canzone, alla fine, è soltanto una bella canzone. Ragion per cui mi piace tutto ciò che include il lato buono, brutto e cattivo della vita.
Years to Burn, curiosamente, è uscito lo stesso giorno (14 giugno) di Western Stars di Bruce Springsteen. Sei un fan del Boss?
Ho avuto modo di ascoltare Western Stars e mi piace! Penso che i Calexico dovrebbero fare una cover di uno di quei pezzi.
Lo sai che mi stai dando uno scoop?
Più penso a questa idea e mi dico: perché no? Forse Springsteen sentirà la nostra versione e gli verrà voglia di visitare Tucson. John e io potremmo portarlo in giro per la città. Sentendo nell’autoradio The River che, per la cronaca, resta sempre uno dei miei dischi preferiti.
Hai mai visto Bruce dal vivo?
Sì, nel 1980 e fu straordinario. Tre ore di musica suonata col cuore da un mucchio di rocker talentuosi. Springsteen fu un treno, quella notte. Quel tipo di treno per cui pagherei sempre un biglietto pur di viaggiarci sopra.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 51 luglio – agosto 2019. Clicca qui per scaricare il magazine.

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