Coordinate spaziali

Paolo Nespoli, foto di Gabriele Rigon

313 giorni, 2 ore e 36 minuti: è il record assoluto per un italiano nello Spazio. Lo detiene Paolo Nespoli, milanese (di Verano Brianza) classe 1957, astronauta, ingegnere e maggiore dell’Esercito Italiano, il secondo europeo ad avere trascorso più tempo in orbita dopo il tedesco Thomas Reiter. Ha partecipato a tutte le tappe della vita della Stazione Spaziale Internazionale, dalla nascita all’età adulta. Esperia, MagISStra e Vita sono i nomi suggestivi delle sue tre missioni, mentre dal primo novembre 2018 è ufficialmente in pensione.

di Nadia Afragola

Come si dorme nello Spazio?
Questo è un problema molto serio, fortemente connesso alla forza di gravità. Ognuno sulla Terra ha la propria posizione e se non riesci a trovarla, difficilmente ti addormenti. La prima volta che ho dormito sulla stazione spaziale, eravamo imbragati con degli elasticoni che davano in qualche modo la sensazione di cadere da un momento all’altro. Per qualche giorno è anche accettabile, ma quando devi viverci per un periodo prolungato è diverso. Così dopo qualche anno hanno inventato un “crew quarters”, ossia delle cuccette private, il tuo unico spazio personale e personalizzabile.
Quanto è importante fare esercizio fisico in assenza di gravità?
Dobbiamo fare due ore e mezza di esercizio ogni giorno sulla stazione. Sono momenti ben organizzati, perché siamo in sei e la strumentazione è esigua. Il corpo si deve abituare a cambiamenti fisici importanti, non essendoci la forza di gravità. Considera che il fisico reagisce eliminando l’ossatura scheletrica, cominciando un processo di scioglimento. Nello spazio perdiamo calcio a un ritmo dieci volte maggiore rispetto a una persona osteopatica sulla Terra. In sei mesi ho perso il 4% del mio peso scheletrico: numeri che impongono contromisure. Altri problemi riguardano il flusso dei liquidi verso l’alto, che portano a una compressione degli occhi e della scatola cranica. Per tornare alla tua domanda, utilizziamo una cyclette particolare senza sedile e senza manubrio con una specie di cintura di sicurezza che gestisce l’equilibrio. Le forze nello Spazio agiscono in maniera diversa rispetto alla Terra, immagina di dover compiere un’azione semplice come svitare un bullone, sulla Terra prenderesti un cacciavite e lo gireresti. Nello spazio, se giri normalmente, ruoti tu e il bullone rimane fermo.
Voi astronauti “guardate il mondo da un oblò” come cantava Gianni Togni nel 1980. Che effetto fa?
Di sera, quando finivamo di lavorare ci trovavamo davanti a una specie di finestrone che si chiama cupola, da cui si poteva osservare la Terra che viaggiava sotto di noi a 28.000 km/h. Dalla cupola si vedevano un’alba e un tramonto ogni 30 o 40 minuti, tutti i continenti e l’avvicendarsi delle stagioni. Un momento è notte e il minuto successivo è di nuovo giorno e ti ritrovi a guardare ambientazioni che cambiano a un ritmo incredibile. Quel momento preciso in cui guardi il mondo è… speciale.

Paolo Nespoli

Paolo Nespoli

Come è cambiato il suo punto di vista sul nostro Pianeta una volta tornato con i piedi per terra?
Sulla Terra siamo troppo vincolati alla dimensione in cui ci troviamo. Nello Spazio allarghi la tua prospettiva e la visione di insieme ti obbliga a guardare con occhi nuovi. A 400 chilometri di altezza non noti i dettagli, ma osservi una grande nave che viaggia nell’universo, in un equilibrio delicatissimo. Dovremmo lavorare insieme, dimenticarci i piccoli confini tra di noi, sapere che abbiamo un impatto globale quando facciamo qualcosa e capire come stiamo influenzando questo ambiente.
Ripensando ai giorni nello Spazio, quali sono stati i momenti più difficili?
Le cose pratiche sono difficili nelle prime settimane. Devi diventare extraterrestre, quasi come fossi diversamente abile. Se il tuo cervello è bloccato nel cercare di capire dove sia l’alto o il basso o quando mangiare o come dormire, come fai a lavorare? Sentirsi a proprio agio e diventare padrone di questa terza dimensione è la condizione essenziale per lavorare bene. Tutto quello che facciamo è governato da procedure scritte da persone sulla Terra. A volte capita che, svolgendo un’azione, sperimenti un modo migliore rispetto alla procedura. In quelle situazioni chiedi a Houston se puoi “cambiare la regola” e se funziona meglio, il tuo consiglio viene seguito.
“Houston, abbiamo un problema”. Le è mai capitato di dire questa frase?
Non l’ho mai detta, ma durante la mia prima missione abbiamo avuto un problema serio ai pannelli solari, che ha richiesto una passeggiata spaziale d’emergenza. Il mio comandante non ha utilizzato quell’espressione, ma aveva un tono e una voce davvero concitati.
Non si è mai sentito solo?
Durante la mia seconda missione è mancata mia madre, è stato molto forte. Ero davvero legato ai miei genitori. Lì mi sono sentito solo e impotente, poi però ci ripensi razionalmente e capisci che la tua presenza non avrebbe cambiato le cose. Mi sarei sentito solo allo stesso modo.
Le mancava mai la privacy? Di fatto siete inseriti in una specie di Grande Fratello, in cui venite costantemente misurati, pesati, monitorati.
Non sono mai stato un concorrente del Grande Fratello, ma penso che lì le telecamere ci siano per riprenderti mentre fai cose che suscitano attenzione o che magari non dovresti fare. Sulla stazione invece hanno il compito di documentare e consentire ai controllori di volo e agli scienziati di monitorare quello che stai facendo. Quando stai svolgendo un’attività importante, sei tu stesso a prendere la telecamera e puntarla sul tuo lavoro, anche per essere supportato. È come avere una seconda mano che ti aiuta. A ogni equipaggio viene chiesto come gestire le telecamere e noi avevamo dato l’autorizzazione ad accenderle dalle 7.30 alle 19.30, il nostro orario di lavoro. Se ci dimenticavamo le telecamere accese, era Houston stessa a spegnere il segnale video.

Paolo Nespoli. Foto di Gabriele Rigon

Paolo Nespoli. Foto di Gabriele Rigon

È stato il primo a registrare dallo spazio un messaggio che è andato su Wikipedia. Come è cambiato il modo di fare comunicazione dalla prima alla terza missione, dal 1991 a oggi?
C’è stato un cambiamento radicale, anche in conseguenza dei social e bisognava adattarsi. La NASA ha sempre fatto un ottimo uso della comunicazione: ha portato la telecamera sulla Luna e ci ha fatto vivere il problema dell’Apollo 13 in diretta. Se vuoi coinvolgere la gente, quello è il modo migliore. I russi avevano un modo di comunicare che era completamente diverso: mandavano messaggi con giorni di distanza, scritti da giornalisti e probabilmente filtrati dal KGB. Poi gli astronauti hanno iniziato a twittare. Nella seconda missione ho voluto adeguarmi, anche se inizialmente mi sono imbattuto in parecchi ostacoli. L’ESA, come tutte le grandi aziende, aderisce al concetto che debba essere il capo a parlare. Mi dissero che potevo twittare, ma i messaggi sarebbero stati scritti da loro. Non accettai e così alla fine acconsentirono a sperimentare un nuovo modo di comunicare con la gente comune. Il risultato fu che nel giro di pochi mesi passai da 0 a 80.000 follower e nel medesimo periodo i profili stessi dell’ESA triplicarono i loro numeri.
313 giorni 2 ore e 36 minuti. Quali sono i giorni e i momenti che più di tutti gli altri porta nel cuore?
Due sono i momenti più forti. Il lancio, perché sei seduto su una “bomba atomica” e senti il peso delle aspettative, in fondo sei chiamato a compiere operazioni e a manovrare esperimenti per cui centinaia di ingegneri hanno lavorato anni. Anche il rientro ha la sua carica di adrenalina, mista al desiderio di tornare a casa a goderti i frutti del tuo lavoro. Il giorno in cui è morta mia madre è quello che ricordo maggiormente. Avevo bisogno di un momento di raccoglimento, sulla Terra questo si traduce con il funerale, nello spazio ho ottenuto un minuto di silenzio, insieme al mio equipaggio. Il centro di comando ha aderito alla mia iniziativa, insieme ai centri di controllo di tutto il mondo. È stato un momento molto particolare, anche perché quel minuto di silenzio è stato fatto proprio durante la fase di sorvolo sull’Italia.
Che padre e che marito è?
Qui entriamo in un’area che da ingegnere non mi è congeniale. Le relazioni nella vita sono complesse, scherzavo sempre con mia madre, diceva che le portavo a casa ogni volta una ragazza di una nazionalità diversa, con cui lei non riusciva a comunicare. Poi finalmente a 50 anni ho deciso di sposarmi, con una donna con cui mi sentivo davvero in sintonia e abbiamo avuto due figli, un maschio e una femmina. Mia moglie Alexandra dice che sono un padre un po’ assente, che viaggio troppo e non contribuisco alla crescita della famiglia. Tutto vero, a essere sinceri, ma sono un astronauta e per fortuna con mia moglie ho un’ottima intesa. A lei piace seguire la famiglia e lo fa con dedizione, io lo faccio quando posso. Abbiamo raggiunto un bellissimo equilibrio.
Qual è la più grande lezione di vita che ha avuto dal suo lavoro?
Quando arrivai a Houston rimasi colpito dal fatto che in ogni riunione ci fosse qualche astronauta anziano che si alzava e parlava di qualche azione stupida compiuta nel weekend. Ne ricordo una in particolare, in cui l’astronauta in questione aveva deciso di potare un albero salendo su una scala con la motosega in mano e, una volta perso l’equilibrio e caduto a terra, rischiò di piantarsi la lama in testa. Pensai che se mi fosse accaduto qualcosa del genere, non l’avrei raccontato in una riunione per paura di perdere credibilità. Col tempo capii che gli errori sono momenti di apprendimento e la condivisione fa sì che si tramutino in insegnamenti. Un errore in un simulatore può salvare potenzialmente delle vite durante la missione. Non sei stupido se l’hai commesso. È il sistema che ti ha permesso di compierlo e quindi va migliorato.
Le simulazioni di eventi catastrofici spaventano davvero o c’è sempre una componente artificiale percepibile?
Sono momenti in cui devi confrontarti con te stesso, con le tue paure e con quelle del gruppo. Ho imparato che con l’addestramento, la forma mentis, l’equipaggiamento e il team giusti si possono fare cose incredibili, come dormire 15 giorni a -20° C a 3000 metri di quota oppure andare sotto terra per dieci giorni.
Quanto del vostro successo è dovuto alla tecnologia?
Usiamo la tecnologia tutti i giorni cercando di farlo nel modo migliore, ma è sempre la persona che fa la differenza. L’attitudine è una cosa basilare. Nella mia vita ho vissuto molti fallimenti, che ho trasformato in momenti per imparare. Mi dicevano: «Se non sbagli vuol dire che continui a fare le stesse cose, se vuoi migliorare devi fare cose diverse».
Com’è mangiare nello Spazio?
È un problema tecnico molto complesso, immagina cucinare un piatto, confezionarlo e mangiarlo dopo due anni. La NASA si concentra soprattutto sul fatto che gli alimenti debbano essere facilmente assimilabili e poi gli americani non hanno la cultura del cibo che abbiamo noi.
Com’è la vita di un pensionato ex astronauta?
Di fatto andare in pensione non ha incrementato il mio tempo libero. Da un certo punto di vista devo capire cosa voglio fare da grande e anche se non sono più obbligato ad andare in ufficio ci vado comunque. Ricevo richieste da tutte le parti: scuole, università e devo a malincuore dire molti no, proprio per la quantità di inviti. Poi ho qualche difficoltà nella gestione delle comunicazioni: mail, sms, telefonate forse perché prima seguivo una pianificazione fatta da altri. Imparerò.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 51 luglio – agosto 2019. Clicca qui per scaricare il magazine.

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