Lo dicono i fiori. E non solo loro

Rosalba Piccinni

Conversazione con la cantafiorista Rosalba Piccinni, che oggi alle 19 presenta il suo primo libro all’Open More Than Books di Milano, sua città d’adozione.

di Paolo Crespi | 1 luglio 2019

Il nome d’arte è da “piccola fiammiferaia”, ma lei, Rosalba Piccinni, meglio nota come la “cantafiorista” – un neologismo che è la sintesi delle sue due grandi passioni, i fiori e il canto, entrambe coltivate con talento –, è anche un’imprenditrice originale e di successo. Potafiori, il suo bistrot di via Salasco, in zona Porta Romana, è da qualche anno un punto di riferimento top per chi a Milano coniuga volentieri fiori, cibo e design. Senza dimenticare la musica, colonna sonora di molte serate a sorpresa (per non allarmare il condominio) in cui Rosalba, accompagnata da altre voci e strumenti, fa spontaneamente, a casa sua, quello che in veste professionale ha spesso diritto di cittadinanza anche al Blue Note o, più recentemente, in televisione, in un programma di prima serata. Cantare era il sogno e forse il destino della mia vita, fin da quando avevo sei anni. Ma i sogni, si sa, fanno fatica a essere convertiti in una famiglia di otto figli, ciascuno con le proprie esigenze. «Da bambina per giocare mi costruivo il necessario con il bricolage: come quando mi inventai l’ascensore della Barbie con una scatola da scarpe e qualche filo di lana. Insomma, sono sempre stata molto creativa. Certo, la carriera scolastica ne ha un po’ risentito…».
Cos’ha studiato?
Niente. Fosse dipeso da me avrei fatto il conservatorio o la scuola d’arte. Ma, appunto, non c’erano le possibilità.
E la cultura che emerge da ogni gesto, da oggi parola detta o cantata?
Sono un’autodidatta. Quando si dice “l’università della vita” non è del tutto vero. Piuttosto un’innata curiosità, molti libri che a casa dei miei (ad Almè, il primo paese della val Brembana) per fortuna non mancavano, così come la musica. Poi a un certo punto ho avuto un mentore, una persona speciale che mi ha aiutata a descrivermi e ad evolvere attraverso la parola.
I fiori, cui ora ha dedicato un libro, sono tanta parte della sua vita. Com’è iniziata questa storia?
Per mantenermi dovevo lavorare, così giovanissima mi sono trasferita in città, a Bergamo, per andare a bottega. Il caso ha voluto fosse quella di una fiorista. Lì ho imparato le basi del mestiere, undici anni come commessa. Ma quando ventitré anni fa ho rilevato l’attività, è iniziato davvero il mio percorso. Con una piccola rivoluzione.
Tipo trasformare il negozio?
Quello è stato il primo passo. Sentivo che dovevo esibire la mia anima, ciò che sono. Perché assecondare la propria natura vuol dire elevarsi. Da lì in poi è stato un successo. Chi mi amava mi seguiva nella mia ricerca. Ovunque.
Anche a Milano, nella super offerta della grande metropoli?
Bergamo a un certo punto mi andava stretta, così nel 2008 ho aperto il mio primo negozio milanese in via Broggi, dov’è tuttora. Una grande sfida per me che venivo dalla provincia e vendevo merce deperibile. E una scommessa vinta con l’unica arma che ho sempre avuto: provarci. Dopo appena un mese incassavo già più che a Città Bassa… Ma io sono fatta così: potrei lavare i piatti in un ristorante e lo farei diventare un lavoro speciale.

Rosalba Piccinni

Rosalba Piccinni

Un ristorante, anche se molto particolare, l’ha aperto anche lei. Potafiori, oltre che con il gardening ha per caso a che fare con…
… l’origine del mondo, quell’interiezione un po’ volgare che noi bergamaschi infiliamo in ogni frase. Cercavo qualcosa da abbinare ai fiori, tanto valeva partire da lì.
Pochi piatti raffinati, composizioni floreali che fanno tendenza, buona musica. È questo il mix del successo?
È un buon punto di partenza. Nel mio lavoro non puoi accontentare tutti, ma puoi piacere a molti. Dopotutto non ho fatto altro che unire tre passioni in una realtà vendibile. Come? Lavorando venti ore al giorno e controllando sempre tutto. Io per esempio non so cucinare, ma so assaggiare. E riconosco subito se una cosa funziona oppure no. E poi io faccio parte della genia dei “tori”: fedeli, concreti, artisti-imprenditori.
Ecco, appunto, l’arte. Alla fine ce l’ha fatta a esprimersi anche con il canto. E non sotto la doccia, ma sul palco più in di Milano e in tv, ospite fissa a “Portobello”. Com’è andata con Antonella Clerici?
Non la conoscevo. Due anni fa, sapendo che tra le mie perversioni c’è quella di entrare in casa della gente portando i fiori e cantando, mi avevano chiesto di farle una serenata a domicilio. Mi sono messa in treno con un fascio di 100 rose e mi sono presentata da lei, a Roma, con un classico di Mina-Battisti: “Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi…”. Si è innamorata di me, del mio personaggio.
Cosa ama cantare?
Dopo tante cover in inglese, ultimamente frequento soprattutto la canzone cantautorale italiana, in chiave jazz. Tenco, Fossati, Dalla, Lauzi, Conte, Gino Paoli. Adoro cantare canzoni maschili, di cui cambio la tonalità, per adattarla al mio registro, ma non tocco una virgola del testo, preferisco rispettare fino in fino in fondo il senso di un brano.
E intanto progetta nuovi spazi e attività…
Ho sempre bisogno di fare un salto, se no mi spengo. Per il 2023 conto di avere aperto cinque Potafiori, in varie zone d’Italia. E poi c’è Pota Love, il mio progetto dedicato alla morte della morte.
In che senso, scusi?
Prendersi cura delle persone nell’ultimo atto della loro vita. Io mi metto a disposizione con le mie competenze: fiori, cibo e musica… E poi mi sono detta: perché non disegnare anche il contenitore?Se ne parlerà nella presentazione editoriale di oggi?
Oggi il protagonista è il libro Lo dicono i fiori, edito da Vallardi, racconta in forma un po’ romanzata il mio rapporto con questo giardino meraviglioso che è la vita.
Un segreto che vuole condividere con i lettori di Club Milano?
Dai fiori ho imparato che il segreto della felicità è assecondarne la natura, e ho imparato a trasferire questa capacità nelle relazioni con le persone e con le cose. Vi aspetto.

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