Matteo Fedeli

Matteo Fedeli

FAMMI VEDERE COSA SAI FARE

Nasce a Milano, anche se considera gli Stati Uniti la sua seconda casa. La vocazione artistica gli deriva da un papà pittore, ma la sua missione, a cui non rinuncerebbe per nulla al mondo, resta portare a tutti la musica dei violini dei celebri liutai cremonesi.

di Marilena Roncarà

Classe 1972, milanese, Matteo Fedeli è stato protagonista del concerto di chiusura di Human Spaces presso l’Aula Magna della Statale di Milano, nel corso dell’ultima Design Week. Violinista di talento, si è costruito una fama internazionale per essere un vero e proprio ambasciatore dei violini dei celebri maestri liutai Amati, Stradivari e Guarnieri. La sua missione è, infatti, far conoscere al grande pubblico le eccezionali creazioni di queste famiglie cremonesi. Ha suonato più di venti violini Stradivari e attualmente utilizza uno strumento di Pietro Guarneri del 1709.
Come è nata la passione per il violino?
Ho iniziato con il pianoforte cui, una volta entrato in Conservatorio, ho affiancato lo studio del violino. Lì ho scoperto che era lo strumento con il quale riuscivo a esprimermi meglio per la sua particolarità timbrica.
Quando e come ha scelto di diventare un ambasciatore nel mondo dei celebri liutai cremonesi?
Ho cominciato a portare in giro questi strumenti con una specifica: volevo far arrivare la loro musica a tutti indistintamente, quindi ho creato un circuito concertistico che andasse a toccare chiese, chiostri, castelli, ospedali, scuole, case di riposo. In tanti si sono appassionati e così si sono aperte tante porte.
Come è riuscito a suonare strumenti così preziosi?
Il primo concerto l’ho realizzato per una serata di beneficenza per l’Ordine di Malta. L’obiettivo era trovare uno strumento particolare che creasse anche l’evento e grazie a un collezionista sono entrato in contatto con uno di questi violini. L’emozione è stata molto forte, a un certo punto ho avvertito come una sorta di voce che mi chiedeva: «Sono stato suonato dai migliori strumentisti del mondo, cosa faccio ora nelle tue mani? Fammi vedere cosa sai fare». Da qui è nata una sfida. Ho preso l’arco, ho abbracciato lo strumento e ne è uscita una bellissima musica. Avere in mano uno strumento che ha 300 anni di vita, certo non ti fa stare tranquillo e da allora non è mai diventata un’abitudine, perché ogni volta, anche se maneggio lo stesso strumento per più concerti, scopro sempre qualcosa di nuovo. I violini hanno carattere e personalità, non sono solo oggetti musicali: bisogna in un certo senso entrare in simbiosi con loro.
Lavora e viaggia spesso all’estero, specialmente negli Stati Uniti. Come si pone il pubblico straniero rispetto all’arte e alla musica italiana?
C’è molta attesa soprattutto negli Stati Uniti: si affacciano al mondo della musica con grande rispetto, attenzione e curiosità. Il loro approccio ti permette di trasferire le emozioni in maniera diversa: è un pubblico senza barriere. Anche se possono sembrare freddi, in realtà hanno un grande cuore.
Il concerto che non scorderà mai?
Era il 2012, ricorrevano i 20 anni dalla scomparsa di Astor Piazzolla e io ho suonato le sue Quattro Stagioni rielaborate sul sagrato del Duomo, davanti a 5 mila persone. Non sono numero usuali per la musica classica e anche se il Duomo non ha un’acustica favorevole, aver radunato così tanta gente in un luogo è un’emozione che ancora non mi lascia.

Matteo Fedeli

Matteo Fedeli

Quali sono i suoi autori preferiti?
Adoro Bach che evidenzia con il contrappunto ed è un autore senza tempo. Del periodo romantico scelgo Goldmark, un compositore ungherese che ha scritto un concerto straordinario per violino e poi mi piace la musica di Piazzolla perché oltre ad avere un sound particolare è espressione di tante culture diverse.
Manifestazioni come Piano City o MiTo hanno lo scopo di avvicinare il grande pubblico alla musica classica anche attraverso un coinvolgimento diffuso della città e l’apertura di luoghi spesso inaccessibili. Sono formule che apprezza?
Sono dei ponti che vengono creati tra le diverse culture che abitano il territorio, sono attività assolutamente positive.
Si è formato al Conservatorio di Milano. Cosa ricorda di quegli anni?
Si faceva tanta musica insieme agli altri studenti ed era fantastico. Quando ci si trova a suonare in gruppo si imparano degli equilibri, si impara il rispetto per gli altri, per le sonorità degli altri…
Come si pone con i giovani musicisti?
Stando con i giovani si impara a navigare nel tempo. C’è una parte di sfida, con tutta questa tecnologia che hanno a disposizione sono molto preparati e poi d’altro canto c’è la tua esperienza da mettere a disposizione. È uno scambio.
Cosa significa fare il musicista oggi?
La disciplina è un aspetto fondamentale del nostro mestiere, siamo come degli atleti che tutti i giorni devono fare la preparazione e poi c’è lo studio dei pezzi nuovi. Serve molto rigore, però non cambierei quello che faccio con niente al mondo: quando arrivi a suonare davanti al pubblico e senti la sua energia è un’emozione indescrivibile.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 51 luglio – agosto 2019. Clicca qui per scaricare il magazine.

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