Enrico Rava

Enrico Rava

UNA VITA NON IN SORDINA

Triestino per caso e torinese da sempre, ha compiuto lo scorso 20 agosto ottant’anni. Ora è atteso il prossimo 5 novembre alla Triennale di Milano nell’ambito di JazzMi per un concerto della sua Special Edition. Jazzista di razza, trombettista d’avanguardia e conversatore mai banale, in questa lunga intervista l’autore de “Il Giro del Giorno in 80 Mondi” ha riletto con sincerità vari passaggi della sua incredibile cavalcata. Giusto per citarlo, un “Rava plays Rava” messo su carta, ma travolgente come certi suoi assolo…

di Simone Sacco

La richiesta è ferma, ma cortese, a inizio telefonata. Non ce l’ho di fronte, ma è come se mi inchiodasse. Col suo baffo iconico e lo sguardo che sa di brace. «Sono pronto a risponderti a tutto: basta che non mi fai gli auguri per il compleanno…». Enrico Rava, classe 1939, mira deciso al futuro incendiando di concretezza il presente. La musica che suona da circa sessant’anni (e che lo ha portato a incidere oltre 30 album suoi e almeno 90 tra quelli dei suoi colleghi) d’altronde glielo impone. Il jazz è, fin dai tempi del Dixieland, suono che brucia l’attimo pensando immediatamente a cosa accadrà tra un minuto o tra un decennio. Rava è il jazz in Italia. Punto. Uno dei suoi interpreti più amati, non parliamo poi dei premi che gli hanno conferito. Parlare con lui è un piacere sottile. Conversare con Miles Davis, ai tempi, non dovrebbe essere stato così differente. Perciò lanciamoci in una chiacchierata che, allo spettro del luogo comune, preferisce di gran lunga il groove del fraseggio.
Rava, cosa ascoltiamo come sottofondo di questa nostra chiacchierata?
Quello che vuoi tu. Ti pregherei solo di sorprendermi.
Prima stavo ascoltando The Quintet – Jazz at Massey Hall, una registrazione dal vivo del 1953 con dentro la crème dei boppers: Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Bud Powell, Max Roach e Charlie Mingus. Scommetto che le dice qualcosa…
Certo, lo conosco quel disco. Eppure, nonostante la notevole sovraesposizione che ha avuto fin dalla sua uscita, io non l’ho mai ritenuto un grande album.
Come mai?
Perché quell’egocentrico di Charlie Mingus volle reincidere il suo contrabbasso. Girava voce che le parti di Mingus fossero rimaste in secondo piano e così, dopo l’intervento dell’“arrabbiato”, è venuto fuori questo ibrido di un doppio strumento che stona al mio orecchio. E forse non solo al mio.
Senta, e se alla fine optassi per “The Third Man”? In quel disco, uscito per la ECM, lei e Stefano Bollani siete in stato di grazia.
Mi piace The Third Man, ma il mio album preferito in duo con Bollani resta Rava Plays Rava. Tutte composizioni mie più uno Stefano al piano davvero ispirato e non ancora così popolare come è al giorno d’oggi che fa televisione. Mi ha fatto piacere che il Corriere della Sera l’abbia recentemente ristampato nella collana dedicata allo stesso Bollani. Penso che sia stata un’idea di Stefano scegliere quel disco e quindi approfitto di questa occasione per ringraziarlo.
So che lei ha ricevuto la cittadinanza onoraria da Chiavari (suo comune di residenza), Atlanta e alcune cittadine francesi. Milano quando si aggiunge alla lista?
Non lo so e non è nemmeno così importante. Voglio dire: la cittadinanza onoraria è solo un titolo di facciata. Fa piacere, ok, ma non è che ti abbuonino le multe o paghi meno IMU nel comune che te l’ha rilasciata! (Ride, NdR).
Perché Atlanta? Avrei capito New York, dove lei si era trasferito a suonare negli anni Settanta, ma la capitale della Georgia non so esattamente a cosa associarla…
Fu per via della Creative Collaboration, un progetto messo in piedi dal mio amico e artista visuale Michelangelo Pistoletto. Su suo invito, nel 1979/80, ci trasferimmo tutti in Georgia per un mese (di quel gruppo facevamo parte io, il regista Lionello Gennero e il compositore americano Morton Feldman) mettendoci a fare cose bellissime. Io, per esempio, misi in piedi una big band presso l’università locale ed ebbi anche la chance di conoscere Maynard Jackson, il mitico sindaco della città.
Cos’altro ricorda di quella sua esperienza americana?
Beh, una volta Jackson decise di portarci in una chiesa di Atlanta “per ascoltare il vero gospel”, niente roba per turisti, e noi accettammo con gioia. Solo che, una volta giunti là, notammo quest’ambiente poco propenso ad accogliere quattro white men in libera uscita. Pensa che all’ingresso della comunità c’era questo enorme quadro raffigurante un San Giorgio di colore intento ad uccidere un drago bianco! Insomma, c’era diffidenza nell’aria, così a quel punto intervenne Jackson che disse: «Questi sono miei amici. Trattateli bene perché, tra loro, c’è pure un jazzista italiano: mister Rava, uno innamorato della musica afroamericana». Fu una serata fantastica.
Non fu quella la prima volta che il jazz le salvò la vita, vero?
Già. A 17 anni decisi di imparare la tromba stregato da un concerto di Miles Davis tenutosi qualche tempo prima nella mia Torino. Eppure il futuro mi appariva come un tunnel buio da cui non vedevo praticamente l’uscita.
Che fare a quel punto?
Un lavoro quotidiano da impiegato mi avrebbe probabilmente ucciso e così, nei primi anni Sessanta, scappai a Roma per suonare nel gruppo di Gato Barbieri. Sassofonista argentino, gran personaggio, colui che poi avrebbe firmato la colonna sonora di Ultimo Tango a Parigi di Bertolucci.
Aveva le spalle coperte o l’amore per il jazz non prevedeva un piano B?
Macché! Mio padre mi aveva tagliato i fondi da un bel pezzo e la mia fortuna fu appunto quella d’aver attirato l’interesse di uno come Barbieri. Il che voleva dire nove mesi di residence assicurata e paga puntuale in un locale di Roma. Da allora non mi sono mai più guardato indietro.
Era finalmente fuori dal tunnel.
Sì, tant’è che poi arrivarono anche la partnership artistica con Steve Lacy e la decisione di trasferirmi a New York. I primi anni nella Grande Mela furono difficili, ma niente in confronto alla decisione originaria di fare il trombettista.
Prima citava il sindaco di Atlanta, ma lei ha ammirato anche un altro Jackson: Michael, per l’esattezza.
Un paio d’anni dopo la sua morte incisi Rava on the Dance Floor, un cover-album in suo onore. Erano tutte canzoni sue, ma reinventate dalla mia tromba. Ora però, non chiedermi se ripeterò l’operazione anche con Prince. Adoro la sua musica, ma non mi va di venire etichettato come quello che fa i tributi alle popstar anni Ottanta decedute…
Cosa le piaceva del King of Pop?
Tutto. Dalle composizioni ai suoi video sempre all’avanguardia. Hai presente quello dove recitava assieme a Marlon Brando? (You Rock My World del 2001, NdR). Esattamente come mi piacciono nella loro interezza i Beatles, i Rolling Stones o la povera Aretha Franklin. Di Michael, inoltre, ho una predilezione per il suo ultimo periodo, quello di dischi come HIStory o Blood on the Dance Floor usciti quando il grande pubblico aveva iniziato a voltargli le spalle per via dei processi. Tra quei solchi c’è della musica stupenda e molto adatta a una interpretazione jazzistica.
Il suo primo album solista con la ECM – “The Pilgrim and The Stars” – uscì nel 1975. E lì conobbe lo strepitoso chitarrista John Abercrombie, uno che finirà per ispirare anche un certo Pat Metheny. Il povero John è mancato nell’agosto del 2017 e forse ce lo siamo scordati troppo in fretta…
Purtroppo Abercrombie era già in calo di popolarità durante gli ultimi suoi anni ma, si sa, l’ambiente chitarristico è sempre stato così: competitivo al massimo, costantemente alla ricerca dell’ultimo virtuoso, vorace. Di John non posso che dire bene: persona squisita, musicista elegante, amico nel senso profondo del termine. Mi manca molto, sì.

Enrico Rava

Enrico Rava

A proposito di concorrenza: che opinione nutre di uno come Kamasi Washington? Sembra che nel jazz del terzo millennio, a livello mediatico, esista solo lui…
Non so cosa stia combinando ora, ma una volta sentii un suo disco, per così dire, “atmosferico”. Il titolo non me lo ricordo però, quando lui entrava col suo sassofono, l’atmosfera era senz’altro piacevole. Kamasi mi sembra uno di quei fenomeni alla moda che ogni tanto saltano fuori. Non sarà il primo, ma neanche l’ultimo.
Torniamo a lei: il prossimo 5 novembre, presso la Triennale e nell’ambito di JazzMi, andrà in scena la sua Special Edition. Cosa ci aspetta?
Solo la mia musica: un Rava al 100% arrangiato da me e dai migliori jazzisti italiani esistenti sulla piazza. E nella fattispecie i creativi Gianluca Petrella (trombone), Francesco Diodati (chitarra), Giovanni Guidi (piano), Gabriele Evangelista (contrabbasso) e Enrico Morello (batteria).
Registrerà la data della Triennale?
Forse sì perché della Special Edition posseggo solo una registrazione realizzata a La Fenice di Venezia e non so ancora come sia venuta: se sarà pubblicabile o meno. Certo, lo studio è sempre il luogo migliore per immortalare certe sonorità però il teatro de La Triennale, a livello di acustica, rimane uno spazio perfetto; quindi perché no?
E poi la ECM ha un occhio di riguardo per i luoghi suggestivi, no?
Esatto. Non a caso il mio nuovo album Roma in uscita il 6 settembre, è stato inciso nella Città Eterna, in compagnia di Joe Lovano, Giovanni Guidi, Dezron Douglas e Gerald Cleaver.
Un disco giallorosso?
Al massimo rosso visto che quello è il colore del font della parola “Roma” nel titolo. In effetti manca il giallo…
Con tutto il rispetto per la Capitale, recentemente ha preso casa a Milano.
Sì, ormai abito più qui che nella “mia” Chiavari. Mi sono stabilito all’Isola, nel quartiere del Blue Note, e apprezzo i dintorni di piazza Gae Aulenti per quel loro mix di vecchia Milano ed estrema modernità dei grattacieli che riescono a comunicare ai passanti.
Ha un locale meneghino che porta nel cuore? Penso al vecchio Capolinea vicino a Piazzale Negrelli…
Sì, come club lo apprezzavo, ma non è che alla fine ci abbia suonato chissà quante volte: il Capolinea era più la tana di jazzisti milanesi come Franco Cerri e Gigi Cifarelli! Io sono sempre stato molto più attratto da posti come Le Scimmie. E, per quel che riguarda lo storico locale sul Naviglio Pavese, ancora mi rammarico della sua chiusura.
Possiede altre passioni oltre al jazz?
Amo un mucchio di arti: il cinema, la letteratura italiana e straniera, la pittura. Sono un tifoso tiepido ma, essendo juventino, uno del calibro di Michel Platini sapeva come scaldarmi il cuore.
I social network?
Ne faccio volentieri a meno, anche se ho la mia pagina Facebook che adopero per lavoro.
Che ne dice se chiudiamo l’intervista con una sua riflessione riguardo a quest’importante traguardo?
Faccio di tutto per non pensarci! Tant’è che il 20 agosto ho festeggiato in maniera talmente sobria da non accorgermi neanche di averli compiuti. Eppure ci sono e, sì, sono tanti…
In questi casi si dice sempre che è lo spirito quello che conta e non la carta d’identità.
Concordo, ma ottant’anni significa non sopportare più certi aspetti della tua vita che prima davi per scontati. Tipo le fatiche di una tournée con i continui spostamenti, le attese, le valigie, gli alberghi, gli aeroporti. Basta, queste cose mi hanno davvero logorato l’anima!
Però…
Però, fortunatamente, resta la musica. E il caro, vecchio jazz.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 52 settembre – ottobre 2019. Clicca qui per scaricare il magazine.

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