In balia dei flutti

Alcuni passano la vita a rincorrere l’onda perfetta per inseguire qualcosa che fa battere il cuore, altri sulle onde arrivano alla ricerca di un futuro migliore. Quello che è certo è che le onde continuano a incantarci e ad aprirci altri mondi possibili, anche grazie all’arte.

di Marilena Roncarà

Potenti, anomali, da sole o accompagnate da altrettante sorelle, lontane dalla riva o arrivate a frangersi sugli scogli. Ogni onda è una storia, che finisce là dove finisce il mare. Per raccontarle partiamo da quelle del nostro Mediterraneo, dove le onde, anche se più rare, non sono seconde a nessuno, nemmeno a quelle oceaniche. In balia di tre correnti in perenne lotta tra di loro: l’atlantica, la continentale e l’africana, il nostro mare è, infatti, caratterizzato da onde che cambiano forma e direzione nel giro di poche ore, per questo i rider italiani, quelli che passano la vita a rincorrerle, oltre a conoscere i fondali, la morfologia della costa e le previsioni meteo, sono anche disposti a mettersi in macchina macinando chilometri su chilometri per anticipare la mareggiata.

Peninsula Locandina

Peninsula

Tuttavia quella del surfista non può ancora essere considerata una professione in Italia, perché sono in pochi a camparci per davvero, come racconta bene Peninsula un docu-film del 2014 di Luca Merli che ci trasporta con passione dentro questo mondo. I nostri surfisti sono un popolo variegato, abitano tanto sul mare quanto in città e sono artigiani, studenti, architetti, imbianchini, medici, operai, impiegati e shaper, ovvero quelli che le tavole le costruiscono proprio e tutti, dai principianti ai super esperti, sono ugualmente motivati dall’amore per il nostro mare. Lasciando per un attimo le onde per passare alle ondate, è un fatto che sempre questo stesso mare sia anche il principale teatro dei flussi migratori degli ultimi dieci anni: dal 2009 al 2018 sono arrivati in Europa attraversando il Mediterraneo quasi 2 milioni di migranti. A dirlo è uno studio del Pew Research Center sui dati di Frontex e dello United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR). Sempre secondo il rapporto, le rotte principali sono sostanzialmente tre: l’occidentale, che collega il Marocco alla Spagna, la centrale, dal nord Africa all’Italia e l’orientale dalla Turchia alla Grecia. E se quest’ultima resta la rotta più battuta, al secondo posto si conferma quella che porta dal nord Africa all’Italia. Il picco di arrivi si è registrato nel 2015 in conseguenza dei conflitti in Siria, Iraq e Afghanistan e nonostante da allora le migrazioni siano calate è cresciuta invece di molto l’ondata xenofoba che come uno tsumani pare investire le menti di molti. La questione, si sa, oltre a essere complessa è di sicuro uno dei temi forti del nostro presente e chiede di essere affrontata nel migliore dei modi, vorremmo noi, magari ricordando che i fenomeni migratori sono antichi quanto l’uomo, mentre dovrebbero essere del tutto nuove e inedite le soluzioni.

La grande onda di Kanagawa di Hokusai. Foto di WikiImages da Pixabay

La grande onda di Kanagawa di Hokusai. Foto di WikiImages da Pixabay

Ad arrivare in nostro soccorso ci pensano a questo punto le onde dell’arte che, viste di fronte, di lato o da dentro ci fanno accedere ad altri universi. Tanto per cominciare va precisato che le onde non compaiono nell’arte prima del Romanticismo, all’inizio dell’Ottocento, perché è in quel momento che l’uomo comincia a sentire la forza della natura, mentre fino ad allora si era illuso di poterla controllare. A onore del vero qualche anticipazione si trova già in età barocca, con Marco Ricci che dipinge alcune imbarcazioni tra i flutti, mentre le barche nella tempesta le aveva realizzate pure Pieter Bruegel il Vecchio nel 1569. Ma per trovare le prime onde senza pescatore bisogna aspettare William Turner che le dipinge a olio e ad acquerello, con pochi tratti, con trasparenze, con l’acqua nebulizzata dagli schizzi e risultati così sintetici ed eterei da farne delle composizioni astratte. Di quegli stessi anni (realizzata tra il 1826 e il 1833), ma molto più celebre al punto da essere diventata un’icona, è La grande onda di Kanagawa di Hokusai, dove la barchetta dei pescatori è fondamentale per dare la misura degli stessi flutti, così grafici nello stile da anticipare di circa settant’anni l’Art Noveau. È però con l’Impressionismo che il mare non spaventa più, basta guardare a quello di Renoir dove è tutto scrosci e schiuma o ai riccioletti luminosi di Monet che si rincorono sotto un cielo sereno. Proseguendo per salti temporali non possiamo non citare le onde di Emil Nolde, che sembrano più che altro allucinazioni allo stato liquido per arrivare poi ai giorni nostri con Shepard Fairey, l’artista del famoso ritratto di Obama in rosso e blu. Nelle sue onde, oltre agli echi di Hokusai e di Escher, c’è molto pop, tanto che ce le ritroviamo pure sui muri della città di Jersey City, nel murales The wave di Grove Street. Come a dire che le onde non finiscono mai di incantarci, anche dai muri delle città.

Articolo pubblicato su Club Milano 51 luglio – agosto 2019. Clicca qui per scaricare il magazine.

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