Denis Curti

_Denis Curti. Foto di Giovanni Gastel

DARE RETTA AL CUORE

La sua è una passione che dura da quarant’anni e che nel tempo è sfociata nella direzione artistica di festival e musei, nella curatela di mostre e ora anche nell’apertura di uno spazio milanese che da ottobre parlerà il linguaggio dei sentimenti.

di Alessia Delisi – foto di Giovanni Gastel

A Milano ha da poco annunciato l’apertura di un nuovo spazio dedicato alla fotografia, di cosa si tratta?
L’idea è occuparci di fotografia a 360 gradi. Siamo infatti riusciti a costruire uno spazio che ci consentirà di ospitare mostre piuttosto significative, per cui il prossimo 10 ottobre, in via Zamenhof 11, apriremo con “Ladies”, un progetto di Lady Tarin sull’erotismo al femminile. Subito dopo, a novembre, ospiteremo “Witness”, una mostra di Marco Craig dedicata all’unicità degli oggetti. Come facevamo a Still, vorremmo continuare a presentare più o meno sette mostre all’anno, di cui due rivolte agli under 30, intervallandole con altre attività. Partiremo quindi a ottobre con tre masterclass, la prima dedicata al collezionismo, la seconda al mestiere del curatore e la terza alla fotografia 2.0 e a tutte quelle professioni che ruotano intorno all’immagine fotografica. Sono previsti anche una masterclass sul futuro dell’editoria, un workshop one to one a cura di Claudio Composti, attività di editing e letture portfolio. Soprattutto sarà attivo un laboratorio di pensiero all’interno del quale io e i miei collaboratori svilupperemo progetti espositivi, libri, cataloghi e prodotti corporate per le aziende. Me lo immagino
davvero come uno spazio aperto alla città, dove sarà possibile scambiare opinioni sulla fotografia, perché credo che oggi a Milano manchi un luogo con queste caratteristiche.
Lei ha iniziato giovanissimo a occuparsi di fotografia, cosa l’ha fatto innamorare di questa disciplina?
Mi sono innamorato della fotografia nel momento in cui ho capito che questo linguaggio ambiguo è il più indicato per indagare la realtà delle relazioni. Noi non viviamo soltanto in un mondo fatto di cose, ma soprattutto in uno più intangibile, che ha a che fare con la nostra identità e i nostri sentimenti e che è quello delle relazioni. Credo che nessun linguaggio abbia indagato questo mondo meglio della fotografia. Essa è un bisturi capace di entrare nelle pieghe più nascoste della pelle, senza creare dolore. Naturalmente mi piacciono anche la musica, il cinema e le arti visive in genere, ma per formazione mi trovo più a mio agio con la fotografia. Il mio è un innamoramento che dura da quarant’anni.

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Qual è secondo lei il ruolo della fotografia oggi?
Penso che la fotografia stia vivendo una sorta di “Nuovo Rinascimento”, come dice Giovanni Gastel, perché è trasversale a tutte le esperienze connesse agli esseri umani, dalla scienza alla poesia. C’è un incredibile interesse verso questo linguaggio che è profondamente cambiato. Il fotografo non è più il custode di segreti tecnici e tecnologici, oggi è uno storyteller in grado di affascinarci con nuove trame.
Come orientarsi quindi nell’acquisto di opere di un giovane fotografo?
Sicuramente bisogna dare retta al cuore, ma anche ai consigli di un gallerista esperto e di un curatore i quali, conoscendo il processo creativo del fotografo, sono in grado di intuirne le potenzialità. Quello dell’arte è un sistema complesso che comincia con la produzione dei lavori artistici e si basa sulla complicità tra autori, curatori, gallerie, fiere e musei. È importante quindi che il collezionista abbia fiducia in tutti i suoi operatori.
Quali sono i fotografi a cui è più legato affettivamente?
In Italia ho un rapporto speciale con Nino Migliori, che conosco dagli esordi della mia carriera. Ancora oggi, se ho bisogno di un consiglio, è a lui che mi rivolgo, perché per me è davvero un punto di riferimento importantissimo sui temi della sperimentazione. Negli ultimi anni ho lavorato molto con Ferdinando Scianna. Ho legami importanti con Luca Campigotto, Maurizio Galimberti, Francesco Jodice, Olivo Barbieri. Sul piano internazionale stimo molto David LaChapelle, di cui ho portato la mostra a La Casa dei Tre Oci di Venezia e a La Venaria Reale di Torino.
Oltre che autore di libri sulla fotografia, lei è curatore di numerose mostre e rassegne fotografiche. Come vede questa figura che sempre più spesso si intreccia a quella dell’artista?
Faccio questo mestiere da quando avevo 25 anni. Credo che il curatore sia quella figura capace di condividere un percorso con l’artista, declinando la sua produzione attraverso libri ed esposizioni. Ad esempio, il progetto allestitivo della mostra di David LaChapelle a La Venaria Reale è stato realizzato da un architetto in seguito al confronto tra tutti gli attori in campo.
Vorrebbe lasciarci un’istantanea della Milano che le piace?
Villa Necchi Campiglio di cui il regista Luca Guadagnino è riuscito a restituire un’immagine straordinaria nel film Io sono l’amore. Questo luogo rispecchia davvero la mia idea di Milano, perché non esiste etica che non discenda dall’estetica.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 52 settembre – ottobre 2019. Clicca qui per scaricare il magazine.

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