Enrico Ruggeri

Enrico Ruggeri. Foto di Francesco Pizzo

INGUARIBILE BASTIAN CONTRARIO
Mai avvezzo ad assecondare mode e politiche (discografiche o radiofoniche) Enrico Ruggeri è un artista che continua a fare buona musica, dedicandosi anche a radio, televisione e libri. La musica però la fa solo se si diverte e promette di entusiasmarsi anche con la conduzione di “Una storia da cantare”, in prima serata su Rai1 dal 16 novembre. Un vero e proprio racconto sui cantautori e la musica italiana nel periodo di massima creatività: quegli anni Settanta e Ottanta in cui lo stesso Enrico si divertiva tantissimo.

di Nadia Afragola – foto di Francesco Pizzo

Dopo le esperienze passate con “Il bivio” e “Mistero” torna alla conduzione. Che effetto le fa?
Non è la prima volta che vesto i panni del conduttore televisivo, mi è già capitato in passato, erano gli anni 2000, era Italia 1 ed ero in seconda serata. Insomma, correvo molti meno rischi di oggi. Ma la vita è bella proprio perché ti mette alla prova. Ed è ancora meglio quando riesci a superarla con successo, quella prova.
Cosa ci sarà in questa nuova avventura televisiva?
Anche a me piacerebbe saperlo. Non abbiamo fatto riunioni di rito, sappiamo solo che c’è una convergenza di intenti che punta verso il cantautorato anni Settanta e Ottanta. Un periodo d’oro per la canzone d’autore italiana che in quegli anni ebbe il suo picco massimo di popolarità grazie al talento di cantautori capaci di raccontare storie personali, ma al tempo stesso collettive. In queste tre serate, si tratta infatti di uno “speciale”, si canterà, e canterò anche io, e ci muoveremo tra alcune delle città considerate “culla” del cantautorato. Da Roma a Genova, da Milano a Bologna, da Napoli a Firenze, luoghi con una cosa in comune: hanno dato i natali ad autori considerati dei veri e propri talenti nella scrittura.
Nella sua carriera il teatro, la radio, due romanzi gialli, la poltrona da giudice a XFactor. C’è qualcosa che le manca? Qualcosa che non rifarebbe?
Mi guardo indietro e penso che rifarei tutto. Nonostante abbia già fatto televisione, mi mancava una prima serata e sono felice di aver tagliato anche questo traguardo. Ora però mi concentro su altri progetti, perché per una persona curiosa come me, c’è sempre un altro orizzonte a cui guardare.
I talent hanno dei limiti, altrimenti gli artisti durerebbero di più. Che cosa ne pensa, è d’accordo?
In questi programmi vince chi canta meglio, che però non è mai quello che poi dura nel tempo. Lo dimostra la storia, non lo dico solo io. Nella musica italiana pensate a De Gregori, a Vasco, a Ligabue, a me… Che dite, abbiamo delle voci perfette? Cantiamo meglio di chiunque altro? Credo di no, ma abbiamo delle cose da dire, cose nelle quali molta gente si riconosce.
In passato ha preso parte all’Eurovision. Perché in Italia fatichiamo a comprendere quel tipo di format?
L’Eurovision non esprime la qualità più alta della musica europea. È la rappresentazione di quanto di più pop e “leggero” ci sia in circolazione. Il livello della musica che trovi in Inghilterra, Francia o Germania è ben altra cosa. Ecco forse perché non ci riconosciamo in quella rappresentazione, fatichiamo a dargli il peso che ha nel resto d’Europa. Voglio convincermi del fatto che il nostro orecchio sia abituato a musica migliore.
A proposito… come sta la musica?
Da come può vedere e intuire il livello è piuttosto basso e i testi spesso sfiorano l’analfabetismo. C’è purtroppo poca voglia di rischiare e questo non sempre per colpa dei protagonisti, intendo di chi fa musica, ma di chi sceglie di puntare solo su cose che funzionano adesso, non domani o magari tra dieci anni. Pensate ai grandi nomi della musica mondiale, a quelli che hanno segnato una strada… Dubito che qualcuno di loro abbia iniziato con un tormentone.
E l’Italia come sta? Come si vive nel nostro Paese?
Si legge ciò che ci rassicura, ma quasi mai si approfondisce o si prova a capire anche l’altra parte. Questo succede in politica, nello sport, nella musica. Non so quando sia accaduto tutto ciò: oggi la gente ha un bisogno viscerale di essere rassicurata, vuole continuare a rimanere ovattata nella propria comfort zone, senza guardare cosa accade più in là del proprio naso, ma provando rancore per tutti. Oggi si vota contro, non si vota più a favore di un progetto. Questo imbruttimento a cosa è dovuto? Ditemelo voi, io non capisco.
Crede che oggi potrebbe nascere e soprattutto essere compreso un artista come David Bowie?
Assolutamente no. La discografia non ha tempo per queste cose, né la voglia di investire in prospettiva su artisti che per dire la loro in ambito musicale hanno bisogno di tempo, come certi frutti per maturare sugli alberi.
Ha cantato il disagio mentale, si è schierato contro la pena di morte dal palco di Sanremo. Qual è il compito della musica d’autore?
La musica deve aprire gli occhi alle persone, ha un compito sociale non indifferente. A volte è più facile far passare un messaggio attraverso una canzone che con mille proclami. Pensate a John Lennon, a Bob Dylan, a eventi come il concerto per il Bangladesh del 1972, a quello che la musica ha fatto per cause come la guerra del Vietnam o la fame nel mondo. Oggi nella maggior parte dei casi gli intenti dei musicisti sono più sterili e sembra essere più importante inseguire il sogno di un’auto più bella piuttosto che di un mondo più bello.
I suoi figli che musica ascoltano?
Quello di 30 anni, Pier Enrico, la mia stessa musica, con qualcosa di reggae in più, è un po’ fricchettone. Poi ci sono gli altri due Ugo ed Eva, di 14 e 9 anni. In casa apprezzano la mia musica, poi fuori si schierano e ascoltano ogni mese “uno” diverso, e se oggi gli parli di chi ascoltavano due mesi fa neppure se lo ricordano. Le politiche delle case discografiche sono cambiate, sono in cambiamento continuo e con loro mutano anche i gusti dei ragazzini che devono ancora allenare l’orecchio verso ciò che è buona musica e ciò che invece fa solo parte dello show business. Perché, sono due cose diverse… Lo capite, vero?
Non sempre generi musicali che hanno segnato la discografia hanno avuto successo anche da noi. Basti pensare al punk, che ha contaminato i suoi inizi. Come si è arrivati, oggi, all’enorme successo che la musica rap ha in Italia?
Semplice: per omologazione. Nel mondo funziona e funziona anche in Italia. Siamo impostati in questo modo. Nel panorama del rap di oggi ci sono delle cose interessanti, ma la maggior parte sono di basso livello.
“Alma” è la sua ultima fatica discografica: cose c’è dietro la bellissima cover realizzata da Dario Ballantini?
C’è Dario Ballantini. Un artista poliedrico, un pittore di indubbia bravura e un amico illuminato. Gli ho chiesto di ritrarmi come mi immaginava e lui ha fatto quel lavoro meraviglioso che tutti vedete sulla copertina del mio ultimo album. Un acrilico su carta fotografica con pennellate su una foto in cui il mio viso è in primo piano rispetto a un panorama urbano, una metropoli che sembra sciogliersi in quella che vuole essere una poesia di colori e sentimenti. Ecco cosa c’è nel disco: quei colori e quei sentimenti che Dario ha disegnato in copertina. Tutto torna!
Quindi dentro al disco cosa accade?
Si cerca di coniugare il rock con la musica d’autore. Una sfida che ho sempre sostenuto nella mia vita. Ho provato a fare del buon rock fin dagli esordi, anche se non sempre era presente nelle canzoni, era però facilmente rintracciabile nei contenuti dei miei testi.

Enrico Ruggeri. Foto di Francesco Pizzo

Enrico Ruggeri. Foto di Francesco Pizzo

 

Cosa rappresenta per lei il cambiamento?
Una ragione di vita. Sedersi su quello che hai fatto è la cosa peggiore per uno ostinato come me.Parlando di cambiamenti. Come gestisce i suoi follower sui social? E soprattutto gli hater?Ho pochi hater e per quanto riguarda i fan, non ne ho milioni, ma sono certamente di qualità. C’è un bello scambio e spesso ci sono confronti stimolanti, e questa credo sia la parte interessante dei social: l’abbattimento delle barriere, l’avvicinamento delle persone e le interazioni costruttive. Fatico invece a comprendere il momento in cui, in rete, tutti pensano di essere presidenti del consiglio, allenatori della nazionale o discografici. Ecco quel regno della mediocrità proprio non mi appartiene.
E con i Decibel come è finita? Il vostro è solo un momentaneo arrivederci?
Non è finita. Il nostro è un laboratorio aperto e nel mio ultimo album tante sono le canzoni scritte da loro. Perché la gente pensa sempre che le cose finiscano, solo perché nel mentre si inizia a fare “anche” altro?Com’è la musica che passa oggi in radio nel nostro Paese?
Molto omologata. Se cambi radio continui a sentire la stessa identica musica, a parte pochissime eccezioni. Diciamo che ascolto poca radio e semmai mi capita di accenderla solo per capire cosa non va fatto. Io faccio il contrario per natura, da sempre, restando il più lontano possibile dalle sonorità che oggi la fanno da padrone.
Se sale sul palco e canta “Mistero” o “Il mare d’inverno” la gente è felice. Dove trova gli stimoli per proporre cose nuove?
È il modo che ho per bilanciare il mio presente con il mio passato. Fai sentire le cose che alla gente piacciono e le alterni con le cose che oggi piacciono a te, per svelare loro un altro pezzo dell’artista che sei o che sei diventato.
Se Milano fosse una canzone…
Milano è una città così carica di impulsi che è difficile condensarla nel modo giusto in un brano. Ci ritrovo sempre tanta ospitalità, umanità, diversità e soprattutto opportunità. Qui tutto succede prima, rispetto al resto del Paese. Per quanto riguarda me, sono convinto che tutte le mie canzoni, in un modo o nell’altro, volutamente o involontariamente, ne parlino.
Per chi come lei è diventato un pezzo della musica italiana che contorni ha il futuro?
Mi diverto molto a fare musica, dipende sempre dagli obiettivi che hai. Ho iniziato a fare questo lavoro sapendo che non avrei mai “fatto” San Siro, ma ero anche sicuro che non sarei scomparso, perché faccio cose in cui credo fortemente. Il mio futuro? In musica e non potrebbe essere altrimenti.
Supereroi. Quali sono i suoi?
David Bowie, Lou Reed, quelli che c’erano quando ho iniziato a fare musica. Sono loro ad avermi salvato e indicato la strada.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 53 novembre – dicembre 2019. Clicca qui per scaricare il magazine.

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