Gli spazi e le persone

Beniamino Saibene

BENIAMINO SAIBENE

Presidente di Milano Film Festival e membro fondatore di esterni, si occupa di impresa culturale in città da oltre vent’anni. Gli abbiamo chiesto qualcosa dell’ultima edizione del MFF e cosa vuol dire “fare placemaking”.

di Enrico S. Benincasa

Com’è andata la 24esima edizione del Milano Film Festival?
È andata bene, abbiamo raggiunto gli obiettivi che ci eravamo posti non solo in termini numerici. Il festival aveva bisogno di un rilancio, per questo abbiamo deciso di cambiare e metterci alla prova. Direi che siamo in una fase nuova del MFF, è come se fossimo su un trampolino, ci siamo dati la spinta per iniziare un nuovo tuffo.
Perché vi siete spostati in centro?
Le edizioni precedenti a Base sono state sperimentali, essendo esterni uno dei soci di questo progetto ci è sembrato naturale portare un po’ di calore in questo spazio. La decisione di spostarci in centro nasce dall’idea che il “cuore” di Milano sia un posto ultimamente molto visitato dai turisti, ma poco vissuto dai cittadini se non in occasioni speciali. Riaccendere un interesse diverso in quest’area è una sfida in sintonia con quello che è lo spirito di esterni, quello di rivitalizzare i luoghi e dare nuove sensazioni alle persone. Ci piaceva poi confrontarci con un cinema storico come l’Odeon, che spesso viene individuato solo come multisala da blockbuster. La sfida in questo caso era portare qui un pubblico nuovo e pensiamo di esserci riusciti.
Ripeterete questa esperienza anche nella prossima edizione?
Sì, la nostra volontà, sia dal punto di vista artistico sia da quello gestionale, è quella di confermare questa location e, magari, di invadere pacificamente nuovi pezzi del centro di Milano.
Ci sono sempre più festival di cinema a Milano, spesso tematici. È stato fatto un buon lavoro dal punto di vista del calendario?
Penso che l’Assessorato alla Cultura stia facendo sotto questo aspetto un buon lavoro. Secondo me c’è sempre spazio per altri festival, sia a Milano sia altrove: nuovi temi, in fondo, non mancano mai. Si potrebbe indagare su come lavorano altre città, come Berlino e Parigi, dove ci sono festival di cinema quasi ogni giorno.
Durante la conferenza stampa di presentazione del MFF hai accennato a cosa non funziona nell’assegnazione dei contributi pubblici da parte di un ente come il MIBAC. Come si potrebbe migliorare questo aspetto?
Credo che il Ministero abbia un pregresso ingombrante e capisco che ci siano organizzazioni, abituate a ricevere contributi, che diano l’assegnazione sempre per scontato. D’altra parte, però, ci sono realtà più giovani che meriterebbero un’attenzione diversa per quello che è il loro valore. I criteri alla base dei finanziamenti non sono chiari, sarebbe utile capire come siano attribuiti i punteggi. Se occorre ridefinirli, sarebbe opportuno parlare di come considerare le realtà nuove che trattano nuovi linguaggi. A mio parere, poi, sarebbe giusto premiare i festival che riescono a finanziarsi sul fronte privato.
Cosa si può fare per agevolare le imprese culturali a Milano?
Le istituzioni stanno facendo bene, ma per quanto possibile mi piacerebbe che ci fosse ancora più coraggio nel dare fiducia alle iniziative, anche con un po’ di sana follia. La città è in un momento favorevole e un po’ più di deregulation farebbe bene. Vediamo tutti gli anni come quello che succede durante la design week, dove una deregulation ufficiosa aiuta la città. C’è spazio per sperimentare, insomma.

Beniamino Saibene

Beniamino Saibene

Oggi è più semplice fare impresa culturale rispetto a quando avete iniziato con esterni?
Non direi. Quando abbiamo iniziato c’era meno concorrenza rispetto a quella che un nuovo progetto potrebbe avere oggi. Oggi, d’altro canto, c’è forse più fermento e ci sono più mezzi di comunicazione che possono aiutare.
C’è un progetto riguardante la città che ancora non siete riusciti a realizzare?
A Milano siamo concentrati sulle nostre attività a Base e Cascina Cuccagna. Stiamo lavorando a collaborazioni internazionali con altre realtà di placemaking e su un progetto per un’altra città italiana che mi piacerebbe presto svelare. In ogni caso viviamo la città e notiamo sempre qualcosa che si potrebbe fare, magari in uno spazio che abbiamo già utilizzato in passato. In fondo l’osservazione continua è il motore del nostro lavoro.
“Impresa culturale di placemaking” è appunto l’espressione usata da esterni per autodefinirsi. Come spiegheresti quello che fate a chi non ha mai sentito parlare di placemaking?
Portare più individui possibili in uno spazio che non frequentano, accompagnandoli in percorsi che non conoscono all’interno del loro habitat. Vivere insieme spazi pubblici ci rende liberi, capaci di pensare ed esprimerci, ed è quello che con esterni abbiamo sempre cercato di fare.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 53 novembre – dicembre 2019. Clicca qui per scaricare il magazine.

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