È tutto un attimo (di genio)

Mario Lavezzi

MARIO LAVEZZI

Ha scritto per i più grandi (Bertè, Vanoni, Oxa, Dalla, Morandi, Ramazzotti ecc.) mantenendo allegria e stupore nel suo sguardo. Il 20 gennaio è al Dal Verme dove presenta il suo tuor “… e la vita bussò”.

 di Simone Sacco

Mario Lavezzi, tante vite artistiche, centinaia di canzoni, decine di hit e un solo, riconoscibilissimo autore. Sorridente e col guizzo nello sguardo. “Una persona solare come le sue canzoni, immediato, di facile accesso”, disse una volta di lui l’amica/collaboratrice Ornella Vanoni prendendoci in pieno. Un milanese vero che un giorno suonò le chitarre acustiche ne Il Mio Canto Libero di Lucio Battisti. Uno, Lavezzi, pronto a dirci la verità.
Dove nasce musicalmente uno come lei?
Sulle panchine di piazza Napoli, qui a Milano, quand’ero solo un ragazzino con tanti sogni nella testa. Era il 1963 e fondai questo gruppetto chiamato i Trappers mentre oggi siamo circondati da tutti questi giovani che fanno musica trap: che tragica ironia, eh? (sorride) Come si dice in questi casi: corsi e ricorsi storici.
Chi c’era con lei in piazza Napoli?
Tonino Cripezzi col quale poi sarei entrato ne I Camaleonti; Bruno Longhi, il cronista sportivo, che ritroverò più avanti nei Flora Fauna Cemento; Mimmo Seccia e Gianfranco Longo, futuri collaboratori di Adriano Celentano. Lucio Battisti viveva lì vicino: in fondo a via Vespri Siciliani. C’è passata tanta buona musica su quelle benedette panchine…
Mi dica la verità: è stato difficile includere in quest’antologia, “… e la vita bussò”, cinquant’anni di sua vita artistica?
No, perché sono stato aiutato da due discografici illuminati come Mario Limongelli e Claudio Ferrante. Il mio spettacolo dal vivo si muove lungo un preciso percorso cronologico – dal 1965 de I Trappers fino ad oggi – e così pure questo cofanetto. Un po’ come la vita no? Ti innamori per la prima volta e magari nell’aria c’è quella canzone; poi vai a lavorare e ce n’è un’altra; nasce tuo figlio e lo associ ad un’altra ancora.
La musica è giusta, Lavezzi? Glielo chiedo perché suo nonno era pretore e suo padre avvocato…
La musica è passione: o ce l’hai oppure è meglio che tu ti metta a fare altro. E poi c’entra anche la sofferenza, certo, perché questo è un mestiere fatto di continui alti e bassi. Io non ho mai sognato di diventare una popstar: miravo al divertimento del comporre, non ad andare primo in classifica. Il mio primo album solista, Iaia del 1976, l’ho fatto con i miei amici de Il Volo. Idem Voci del 1991, composto di duetti con i più grandi nomi della musica italiana. Il lato ludico è sempre stato presente in me e teneva a bada l’ego sfrenato.
Eppure lei ha contribuito in prima persona a far vendere milioni di copie a Loredana Bertè e ad altri big. Non c’è mai stato il rischio di lasciarsi andare?
E come avrei potuto? A volte hai un’idea – tipo Stella Gemella che diedi ad Eros Ramazzotti – e ti ritrovi cantato in mezzo mondo. Altre volte credi ciecamente in un brano e questo non combina nulla. E lì ci stai male, oh se ci stai male! Solo che la nostra vita di autori è fatta così: sempre sotto esame. Sempre rivolta al futuro. A quella prossima melodia che ci verrà in mente.
Anche Milano pare costantemente proiettata nel futuro…
Beh, detto che Milano sta vivendo da anni un rinascimento straordinario, non potrà mai competere con quei privilegi che abbiamo avuto noi negli anni ’60 e ’70. All’epoca questa metropoli era davvero prima in ogni settore: musica, moda, design, fumetti, arti figurative. Oggi viviamo questo senso civico bassissimo e un imbarbarimento culturale creato dalla velocità assurda a cui ci hanno costretto gli ultimi decenni. Una ricetta per uscirne? Ci vorrebbero più ideali, ecco.
Per la canzone italiana è davvero finita? Venendo a mancare l’interesse culturale e gli investimenti economici, non usciranno mai più i cosiddetti evergreen?
Non so che dirle. Io stimo gente come Ghali, Guè Pequeno o Fabri Fibra, ma non so cosa sarà dei loro brani dato che non sono eseguibili al pianobar: è quello il vero spartiacque tra il successo o l’oblio di una canzone. Con Fabri Fibra ho pure collaborato in E La Pula Bussò (che campionava la mia E La Luna Bussò) solo che, a livello di SIAE, ne ho goduto più io che lui. Siamo sempre lì: fermi ai classici di quarant’anni fa.
Le manca un amico come Lucio Battisti?
Sì. E il motivo è banale: con lui c’era amicizia vera. Nei primi anni ’70 ci sfidavamo a chi possedeva la macchina fotografica migliore e ci siamo pure costruiti la camera oscura in comune: certe cose le fai solo con chi ci stai bene assieme. Lucio era un uomo verticale e ho esultato, lo scorso 29 settembre, quando i suoi pezzi sono comparsi su Spotify facendo subito numeri da capogiro. Battisti era senza compromessi: faceva musica elettronica sperimentale negli anni ’90 quando noi eravamo ancora fermi alle chitarre acustiche. E oggi, se fosse ancora qui, magari avrebbe ripreso a scrivere canzoni classiche con Mogol visto che siamo invasi da produttori che creano basi banali su di un computer. E comunque, mi creda, una canzone firmata Mogol/Battisti sarebbe d’avanguardia pure nel 2020…
Lei inaugura quest’anno nuovo con una data di “teatro canzone” al Dal Verme (20 gennaio 2020). La convince come definizione?
Sì, il mio è un “teatro canzone” perché mi è sempre piaciuto spiegare le mie composizioni a voce o per iscritto. Lo trovo un valore aggiunto perché è giusto che l’ascoltatore sappia. Vita portata al successo da Dalla/Morandi, ad esempio, non nasce come un brano sull’esistenza visto che in origine era dedicata ad una donna e cominciava con un “Cara in te ci credo”. Fu Lucio Dalla, cambiando una sola parola, a dargli quell’importanza filosofica.
Lavezzi, soffre per non aver scritto una determinata canzone oppure il bicchiere è comunque mezzo pieno?
Mi manca che l’ultimo pezzo che ho dato ad Eros Ramazzotti, Avanti Così, non abbia avuto il successo che meritava. Credo così tanto in quella melodia che, nel cofanetto, ci ho messo anche il provino originale con la mia voce. Poi, certo, ogni volta che ascolto L’Essenziale di Marco Mengoni mi do un colpo sulla fronte dicendomi: “Ma perché non è venuta in mente prima a me?” (ride). Sì, quella hit era proprio nelle mie corde.
Ultima domanda: a quando un “Voci 4”?
Eh, ho questo sogno con Renato Zero. Un disco in cui io produco e basta, un po’ alla Quincy Jones, con tutte le dovute differenze! Ha presente Quanto Ti Amo di Lorenzo Vizzini? Sta  su Zero il Folle, l’ultimo album di Renato, e quel pezzo è una vera bomba. Ci sono tanti giovani cantautori in Italia che meritano ben più di una chance.
Allora il suo nuovo disco potrebbe chiamarlo “Scouting”…
Sì, come titolo mi piace! Così come mi piace lavorare dietro le quinte.

 

Le date del tour di Mario Lavezzi:
18 gennaio – Cagli (PU), Teatro Comunale
20 gennaio – Milano, Teatro Dal Verme
24 gennaio – Bologna, Teatro Duse
28 gennaio  – Roma, Auditorium Parco della Musica
31 gennaio – Torino, Teatro Colosseo

 

Di seguito l’intervista pubblicata su Club Milano 54 gennaio – febbraio 2020. Clicca qui per scaricare il magazine.

Commenti

commenti

Be first to comment