Bob Krieger

IL GARBO DELLA BELLEZZA

Considerato uno dei maggiori ritrattisti internazionali, Bob Krieger è nato nel 1936 ad Alessandria d’Egitto. Nella sua carriera ha fotografato i volti più noti della politica, dell’industria, dello spettacolo, della cultura e della moda: da Giorgio Armani a Indro Montanelli, da Bill Gates a Carlo Bo, da Miuccia Prada a Gianni Agnelli. Negli anni Ottanta è stato sempre lui a documentare il boom della moda italiana nel mondo, firmando ben tre copertine per il Time. Ancora adesso più di ogni altra cosa lo emozionano il talento e chi lo usa per creare benessere per tutti.

di Marilena Roncarà

Lei è nato nel 1936 ad Alessandria d’Egitto e poi dal 1967 vive a Milano. Che cosa l’ha trattenuta qui e che cosa l’ha trattenuta nella nostra città?
Ero un girovago, un gitano. Mi ha fermato a Milano la curiosità e soprattutto una proposta quasi indecente di lavoro. All’epoca incontrai per caso Beppe Modenese (ora presidente onorario della Camera Nazionale della Moda Italiana) in via Monte Napoleone che in francese mi chiese: «Lei che lavoro fa?» – Il fotografo, risposi io, al che rilanciò: – «Vuole fare trenta pagine per Mila Schön?». Non mi sembrava vero, da allora non mi sono più mosso. Ho imparato l’italiano, anche perché mia madre, che si definiva “frutto del Regno delle due Sicilie” parlava solo francese, mentre mio padre che era prussiano e diceva di appartenere al Sacro Romano Impero, parlava inglese. E infine io, che ero nato ad Alessandria d’Egitto, mi consideravo macedone, perché Alessandro era macedone. Insomma come famiglia eravamo un derivato mondiale decisamente cosmopolita. Ma ora mi considero italiano.
Come ha vissuto le evoluzioni di Milano e come la trova oggi?
Di sicuro migliorata. L’ho conosciuta per la prima volta già nel dopoguerra, perché dall’Egitto venivamo qui in vacanza per tre mesi con l’autista, i bagagli, il cane e avevamo delle tappe forzate: Napoli, Firenze, Milano e dopo ci spostavamo in Francia e in Svizzera. Era tutto un giro prestabilito che ogni anno si ripeteva. Ben presto ho cominciato la scuola di fotografia a Losanna e con quella anche la mia carriera fotografica, ma all’inizio non ero convinto e soprattutto non avevo delle necessità impellenti. Ero curioso del mondo. Ho fatto tutti i viaggi transatlantici possibili con le navi dell’epoca, in uno di questi ho anche conosciuto Wallis Simpson e il marito Edoardo VIII. Devo riconoscere che in Italia sono sempre stato accolto a braccia aperte, in modo ospitale e garbato e questo lo apprezzo molto. Mi piace il modo di comunicare degli italiani e io con loro comunico bene.
Che cosa l’ha fatta innamorare della fotografia?
La necessità della sopravvivenza, solo dopo mi sono scoperto fotografo: questa è la verità. Soprattutto sono innamorato dell’estetica, anche per la mia estrazione artistica, tra i miei antenati c’è infatti anche Giuseppe Cammarano, un importante pittore e librettista napoletano, cui si devono parte degli affreschi della Reggia di Caserta e di Palazzo Reale di Napoli.
Quale contenuto le interessa veicolare attraverso l’estetica?
Il garbo della bellezza.
Garbato è una parola che torna anche quando si tratta di descrivere il suo carattere…
È stato indispensabile anche sul lavoro, dove mi ha aperto un sacco di porte.
Qual è stato il suo momento di gloria come fotografo di moda?
Di sicuro il 1982 quando ho firmato per Time una copertina con il ritratto di Giorgio Armani. Era la prima volta che uno stilista italiano finiva sulla cover di un giornale così importante, si trattava di una specie di consacrazione, una sorta di Nobel. E io ero lì con lui a godere di questo successo.
Ha conosciuto la moda italiana nel suo apice…
Sì, nel suo momento glorioso, in quegli anni Settanta e Ottanta che sono stati anche una delle meraviglie di Milano. All’epoca gli americani fecero un titolo sulla testata Vogue che diceva: «The Italians are coming», come se fosse un’invasione, ed è stato proprio così: Armani, Ferré, Missoni, Trussardi, Valentino, Versace, Gucci, Dolce&Gabbana sono sbarcati come re e regine negli Stati Uniti. Abbiamo invaso il mondo con la nostra moda. In questo entusiasmo c’era qualcosa di infantile, era un po’ come essere Alice nel paese delle meraviglie: tutto sembrava impossibile e possibile al tempo stesso. E lo era. Così Giorgio Armani è riuscito a nobilitare il prêt-à-porter, che fino ad allora era considerato un “voglio ma non posso”, perché andare in giro griffati era una sorta di diktat. Oggi credo che il diktat più bello della moda sia la libertà di mettere quello che si vuole, come faccio io. Mi vesto come voglio e come mi sento, dipende dalla giornata.


Guardando alla moda adesso, che pensieri le vengono?
Come si dice in inglese “anything goes”, tutto va bene. La guardo con curiosità, ma non mi soffermo più di tanto, perché mi crea qualche disagio. Io che ero abituato all’estetica, a cercare che tutto fosse delicato, che i movimenti fossero fluidi, che ci fosse uniformità nello stile, per cui se si fotografava un abito di Armani, tutto doveva essere Armani, perché se si mettevano le scarpe di Versace e il cappello di Valentino era un dramma. Adesso è tutto cambiato. E poi la cosa che mi stupisce è che oggi la moda fa parte dei nostri tempi. Allora se si doveva fotografare un abito di Valentino per strada bisognava coprirlo con un lenzuolo per paura di essere copiati e per lo stesso motivo i fotografi non erano ben accetti durante le sfilate. Adesso, invece, vengono chiamati e si sa che nell’istante stesso in cui viene scattata, quella foto lì è già a Tokyo, a Shanghai, a New York e viene copiata e se uno ti copia vuol dire che vali, mentre se nessuno ti copia è meglio che cambi mestiere.
Una sorta di cambiamento mentale…
Prima si veicolava qualcosa di prezioso da proteggere, ora al contrario è qualcosa da far conoscere: è la globalizzazione. Non conosco la teoria, ma certo ne sono un testimone.
Milano e la settimana della moda, cosa pensa della fashion week?
In quella settimana Milano esplode ed è ancora più attraente anche da un punto di vista culturale, perché la moda diventa quasi un mezzo per far arrivare la gente in città, che poi si mette a esplorarla: va nei musei, nei teatri, va a vedere le opere. La moda è diventata un veicolo o più che altro un tutt’uno con la cultura.
Le sue foto hanno contribuito a veicolare lo stile italiano nel mondo, che effetto le fa?
Ho partecipato a quel processo, ma non ne sono stato l’unico artefice. Non uso mai la parola io, perché la trovo inappropriata. Anche se faccio una bella foto, non è mai solo merito mio. Dico sempre “abbiamo fatto una bella foto”, perché c’è la modella e senza la modella non si può fare, c’è il truccatore, il parrucchiere, l’abito. È un team. Poi quando il lavoro è corale, la soddisfazione è sempre più grande.
Che cosa cerca nella fotografia?
Come fotografo di moda, perché così mi sono sempre qualificato, non mi sono mai sostituto allo stilista, l’ho sempre accudito tentando di far sembrare quello che aveva creato ancora migliore, provando a valorizzarlo in ogni modo. In questo senso mi definisco un fotografo garbato.
Qual è stato il momento più bello della sua carriera?
I ritratti. Non è che rinnego la moda, ma c’è sempre un inizio e una fine e a un certo punto ho capito che quella fase era finita. Quindi grazie anche alla mia grande amica Susanna Agnelli ho potuto conoscere tantissime personalità che ho fotografato: da Ciampi a Bill Gates, da Leonardo Del Vecchio a Christiaan Barnard. A ogni ritratto corrisponde un incontro, un legame di vita, spesso indimenticabile.
I suoi ritratti preferiti?
Quelli di Gianni Agnelli e di Giorgio Armani e poi adoro Lang Lang, che resta il mio pianista preferito in assoluto. Dopo il ritratto ha voluto omaggiarmi suonando in esclusiva per me alla Scala di Milano e io l’ho ascoltato seduto completamente da solo nel palco reale. Un’emozione ancora forte a distanza di molto tempo.

Bob Krieger

Bob Krieger

Cosa le fa dire questa foto è buona?
Lo so già. Mi basta una chiacchierata preliminare di qualche momento con il protagonista del ritratto, perché sono un osservatore attento: della persona, del suo viso, di come muove le mani e poi con la macchina fotografica cerco di ritrovare quegli attimi che la qualificano, quelle sporgenze di verità. Nel momento in cui catturo quei particolari la foto è buona.
Qual è il ruolo della fotografia oggi?
È la nostra memoria. Forse addirittura è più necessaria delle parole, perché attraverso di essa con uno sguardo, se il fotografo è bravo, riesce a farti capire chi è il personaggio che hai di fronte, più di un’intera biografia.
Se dovesse dare dei consigli a dei giovani fotografi cosa direbbe?
Non posso dare consigli. È brutto dirlo, perché non voglio fare una marcia funebre, ma quel tipo di lavoro e di mentalità che praticavo io quando facevo il fotografo di moda, non esistono più. La tecnologia ha cambiato tutto. Secondo me tra pochi anni la fotografia si accoderà alla pittura, perché non ci saranno più gli elementi materiali per poterla produrre. Già oggi con il digitale è diventata qualcosa di quasi estraneo, impalpabile e il rischio è perdere il senso della realtà totale.
Che effetto le ha fatto rivedersi nella mostra: Bob Krieger Imagine. Living through fashion and music ‘60 ‘70 ‘80 ’90 che per quattro mesi, fino alla fine dello scorso giugno, ha animato le sale di Palazzo Morando?
Mi ha stupito l’entusiasmo con il quale i visitatori guardavano e commentavano le immagini. È chiaro che lì dentro c’era la mia anima e la mia famiglia. Non ho padre, madre e nemmeno figli e perciò la mia famiglia sono i personaggi che ho fotografato e che ho incontrato.
Se pensa al nostro Paese adesso che cosa le viene in mente?
Penso che ci sottovalutiamo, anche se da certi punti di vista riconosco che ci sono tutti gli elementi per farlo, ma poi se si va altrove è forse anche peggio. Noi già godiamo di una libertà che non è indifferente e poi non si possono emettere giudizi negativi nei confronti del popolo italiano: se ti poni in modo cortese, la risposta è sempre altrettanto cortese e più si scende di livello, più questa cosa è vera. Ecco quello che mi ha fatto innamorare degli italiani.
Com’è oggi Milano?
La trovo molto migliorata, anche se preferisco la sua parte storica. Questi grattacieli nuovi sono bellissimi, ma non sai più se sei a Shanghai, a New York o a Tokyo. La milanesità che mi piace, la ritrovo ad esempio a Palazzo Reale o all’Arengario che, pur essendo edifici di periodi diversi, sono una testimonianza della storia, la nostra storia.
Che cosa non smette di emozionarla?
Ammiro coloro che hanno delle doti, un talento e che lo usano per creare un benessere generale. Anche la scienza e il suo operato continuano a stupirmi: chi avrebbe mai pensato di andare nello spazio o sulla luna? Per certi versi è fantascienza, di sicuro è meraviglioso.

 

 

Intervista pubblicata su Club Milano 54 gennaio – febbraio 2020. Clicca qui per scaricare il magazine.

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