Il suono della città

Fonderia Napoleonica

Nel quartiere Isola si nasconde una fonderia di origine napoleonica, dove un tempo venivano forgiate le campane delle chiese e statue iconiche come il monumento di Vittorio Emanuele II di piazza del Duomo. Oggi i suoi forni sono spenti, ma non i suoi spazi, che ospitano un museo e tanti eventi.

di Elisa Zanetti

Se via Thaon di Revel ci fa pensare per lo più ai locali di tendenza del quartiere Isola, un tempo, in questa via, nasceva il suono della città. Al civico 21 sorge infatti l’antica Fonderia Eugenia, dalle cui fornaci sono uscite le campane che ancora oggi spesso segnano con i loro rintocchi il passare delle ore a Milano e anche fuori dai suoi confini. Il nome Eugenia racchiude un omaggio al suo fondatore, Eugenio di Beauharnais, viceré del Regno d’Italia e figlio di primo letto di Giuseppina Beauharnais (più nota in quanto moglie di Napoleone Bonaparte), che nel 1806 chiamò in Italia da Parigi i fratelli Manfredini, orafi ed esperti fonditori. Ai Manfredini seguirono dal 1868 i Barigozzi che, già attivi con diverse officine, acquistarono la fonderia per destinarla alla produzione di campane. Inattiva dal 1975, la fonderia continua a vivere raccontando la sua storia attraverso gli spazi del museo interno, cui si accede su appuntamento, e grazie ai numerosi eventi e mostre che ospita nelle sue sale. All’interno dell’area museale i visitatori possono intraprendere un affascinante viaggio alla scoperta dell’arte fusoria e della vita della città a cavallo tra la fine dell’Ottocento e gli anni Sessanta del XX secolo. Negli ambienti di lavoro restaurati il museo conserva la struttura degli antichi forni in muratura e le attrezzature originali utilizzate per l’attività dell’officina e in particolare gli strumenti necessari al complesso procedimento di lavorazione delle campane. Una pesa di precisione per il calcolo dei pani di metallo da fondere, sagome in legno con le quali venivano realizzate le forme delle campane, calibri regolabili per il controllo della circolarità della forma e altri antichi strumenti di misurazione raccontano un mondo quasi scomparso. A completare il tutto un archivio cartaceo con lettere e documenti antichi, una gipsoteca con formelle in gesso e terracotta raffiguranti oranti e figure sacre, che servivano alla decorazione delle campane e infine un archivio fotografico. Gli scatti svelano gli ambienti durante il loro periodo di attività, i prodotti finiti e i momenti di festa nelle chiese in cui le campane venivano accolte e benedette o ancora scultori in posa accanto al frutto del proprio lavoro, pieni di orgoglio. Del resto ne avevano ben donde: da questi spazi infatti sono uscite celeberrime sculture. Oltre a opere di Enrico Butti, Lodovico Pogliaghi, Ettore Ximenes, Vincenzo Vela e Francesco Penna, ne ricordiamo due su tutte: la sestiga, ovvero il cocchio a sei cavalli, che corona l’Arco della Pace presso Parco Sempione (risalente al 1835) e la statua equestre per il monumento a Vittorio Emanuele II di piazza del Duomo (del 1896).

 

Articolo pubblicato su Club Milano 54 gennaio – febbraio 2020. Clicca qui per scaricare il magazine.

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