Umberto Angelini

Umberto Angelini. Foto di Gianluca Di Ioia

IL TEMPO DELL’ASCOLTO

«Sconcerto e preoccupazione, ma anche un forte desiderio di esserci e di non interrompere il dialogo con la propria comunità»: ecco come Triennale Milano ha reagito all’emergenza coronavirus. A testimoniarcelo è Umberto Angelini, dal 2017 al timone di Triennale Teatro in qualità di curatore artistico. Per farlo ci ha raccontato del progetto “Decameron: storie in streaming”, attivato quasi contemporaneamente alla chiusura obbligata di teatri e musei, e dell’importanza di mettersi a riflettere, ora più che mai, sui bisogni e le priorità reali della propria vita, sia privata sia professionale. Senza tralasciare il valore del tempo.

di Marilena Roncarà – foto di Gianluca Di Ioia

Partiamo dal presente. Sono giorni incredibili quelli che stiamo vivendo, come ha reagito Triennale Milano a questa emergenza?
La reazione è stata di sconcerto e di preoccupazione per tutti, ma è stato anche forte il desiderio di non interrompere il dialogo con il nostro pubblico e da qui in poco tempo è nato il progetto Decameron: storie in streaming, che invita artisti, designer, architetti, intellettuali, musicisti, cantanti, scrittori, registi, giornalisti ad “abitare”, ogni giorno alle 17, con una personale narrazione il canale Instagram di Triennale. In un primo tempo abbiamo coinvolto le persone a noi più vicine, ora l’esperienza continua con un palinsesto rinnovato di settimana in settimana e tra gli ospiti abbiamo avuto anche il primo ministro dell’Albania Edi Rama, l’artista Adrian Paci e il coreografo Virgilio Sieni.
Che tipo di feedback avete avuto?
Direi positivo. All’inizio c’è stato anche per tutti noi un desiderio di partire, di fare, di non dare l’idea di un’assenza. Adesso c’è la necessità di riflettere su come condurre i prossimi passi, immaginando che questa sarà una situazione lunga da affrontare e anche il Decameron necessariamente subirà una sua trasformazione, una sua evoluzione. Ogni settimana ci interroghiamo per capire come alimentare in maniera interessante quella che è la nostra attività, cercando anche attraverso la sola presenza digitale di essere d’aiuto e d’interesse sia per il nostro pubblico sia per un pubblico più ampio. Di sicuro questa dimensione tragica e drammatica del virus impone a chi si occupa di produzione culturale di confrontarsi con una riflessione seria e profonda su quello che davvero serve ed è necessario per la cultura.
Quale rapporto si può creare tra la comunicazione digitale e il teatro?
Con il teatro parliamo di spettacolo dal vivo ed è inutile nascondersi che mai nulla sostituirà l’esperienza dal vivo che è fatta di corpi, di sguardi, di scambi, di sensazioni, di profumi, di presenze, di una relazione che si crea tra chi guarda e chi è guardato in quel momento lì. E tutto questo non può essere sostituito da una dimensione digitale che però apre, anche per chi si occupa di teatro, delle possibilità semplicemente altre, non sostitutive, ma integrative.
C’è qualche altra realtà culturale a cui Triennale guarda come esempio?
C’è stato e c’è un rapporto forte e uno scambio continuo di informazioni, anche su come muoversi dal punto di vista normativo e legislativo e non solo artistico, sia con le realtà culturali della nostra città sia con i colleghi all’estero che, non bisogna negarlo, erano già più avanti sul versante della produzione digitale rispetto all’Italia e quindi in qualche modo anche più pronti a mettere a disposizione contenuti di qualità.
Nessuno ha la bacchetta magica, ma come immagina lo scenario tra un mese, tra due?
Tra un mese non penso che la situazione sarà molto cambiata, tra due forse qualcosa succederà. Credo che sia molto difficile vivere a un metro di distanza gli uni dagli altri e quindi mi auguro davvero di poter presto abbracciare anche fisicamente i miei colleghi e il pubblico che arriverà a teatro in Triennale. Sicuramente il 2020 è un anno che andrà completamente ripensato e gli occhi che ci porteranno a programmare il 2021 saranno nuovi, diversi, speriamo pieni di gioia. Per ora va riconosciuta la grandissima generosità degli artisti che si sono messi a disposizione con enorme disponibilità per tutti quei progetti che abbiamo visto in rete.

Umberto Angelini. Triennale Milano Teatro

La sala restaurata di recente di Triennale Milano Teatro

Sono tre anni in cui ricopre la carica di curatore artistico di Triennale Milano Teatro: un bilancio?
Sono stati anni di grandi cambiamenti: solo da un punto di vista “fisico” il teatro è stato completamente restaurato e la Triennale ha avviato i lavori che la riporteranno, per quanto possibile all’architettura originale di Giovanni Muzio. E Triennale può tornare alle origini perché era frutto di un progetto visionario che anche dal punto di vista architettonico l’aveva immaginata come un’unica grande macchina scenica, un luogo dove design, architettura e teatro erano destinati a convivere. Proprio come è successo in questi ultimi anni, quando ha dato prova della sua enorme potenzialità come un’identità plurale che trova nella sua unicità il punto di convergenza. Ed è così che il teatro è tornato a parlare il linguaggio della Triennale nel segno della sperimentazione, dell’internazionalità, della ricerca e anche della radicalità di alcune azioni.
Senza parlare di tutto il lavoro fatto sul recupero e la nascita di un nuovo pubblico. Il recupero di quelli che erano gli affezionati del miglior CRT delle avanguardie e l’apertura a un nuovo pubblico, giovane, internazionale e fatto anche di studenti stranieri.
Qual è il compito della cultura oggi e tanto più in una situazione come quella che stiamo vivendo?
Mantenere un legame con la propria comunità e far sì che questa abbia gli strumenti per crescere, per confrontarsi con la scoperta, con il dubbio, con l’incertezza. Triennale Milano sta cercando di mandare un messaggio di forte prossimità rispetto alla propria comunità e nello stesso tempo fa presente al mondo che è un’istituzione internazionale che non si ferma, ma resta in ascolto, a disposizione delle parole degli altri, pronta a farsi strumento e megafono di un’immagine, di una parola e di un corpo.
Cosa impariamo da quest’esperienza “targata” Covid-19?
All’inizio si è diffuso un senso di incredulità per il fatto che la scienza non riuscisse a fermare in tempi veloci il virus o a produrre rapidamente un vaccino, mentre fin da subito avremmo dovuto fare spazio a un umano sentimento di accettazione e dare il giusto tempo alla scienza. L’atteggiamento
fideistico nella scienza “onnipotente” ha spesso posto sotto una luce diversa anche il rapporto uomo e natura che oggi torna a porre in evidenza il concetto di fine, di limite. Questo, a mio parere, è un momento per riflettere su quali siano veramente i bisogni e le priorità di una vita professionale e privata, rimettendo al centro il valore enorme che ha il tempo: il tempo dell’ascolto, della riflessione e dell’attesa, un tempo troppo spesso sacrificato a favore della velocità.
L’impatto non solo personale, ma anche economico è per tutti più che impegnativo…
L’impatto economico per lo spettacolo è a dir poco devastante. Se solo pensiamo ai dati forniti dall’associazione di categoria nella prima settimana di chiusura e per le sole sette regioni interessate dalla prima ordinanza di chiusura dei teatri, sono stati annullati 7400 spettacoli per un valore Siae di biglietteria pari a 10, 1 milioni di euro. È tutta una filiera che è stata distrutta, perché oggettivamente se noi andiamo a cancellare quattro mesi di programmazione teatrale non la recupereremo certo nei mesi successivi, quando ci sono già altri spettacoli programmati. Quindi c’è una parte di valore che è andato distrutto, valore che significa lavoro delle persone più fragili, penso agli artisti e ai tecnici scritturati, alle prove interrotte, a coloro che vengono pagati a giornata e poi ci sono gli scenografi, i falegnami, i pittori, c’è tutto un lavoro di indotto che è enorme e quando si faranno i conti, me lo auguro, ma non ne sono certo, si prenderà coscienza di quanto sia forte il valore economico della cultura nel nostro Paese. Per molti saranno cifre nuove, mai sentite quelle che la cultura riporterà come danno e questo dovrebbe significare un’accresciuta consapevolezza della capacità economica, sociale ed educativa della cultura.

Umberto Angelini. Foto di Gianluca Di Ioia

Umberto Angelini. Foto di Gianluca Di Ioia

Guardando a Milano e all’Italia, come ci siamo mossi?
Ci siamo mossi bene, è chiaro che c’è stata una quantità di persone che soprattutto all’inizio ha avuto dei comportamenti irrazionali e pericolosi, ma credo che a prevalere sia stata una dimensione solidale e seria sia da parte della popolazione sia da parte delle istituzioni che ci governano. Magari con degli errori, ma siamo di fronte a un fenomeno nuovo, che non conosciamo e che fa paura e quindi credo che le reazioni possano essere confuse e scomposte all’inizio. In generale sembra che il Paese si sia davvero stretto attorno a tutti e tra gli effetti collaterali pare che questo virus abbia pure un po’ calmierato tanti insulti, tanto odio, tanto utilizzo vergognoso del web. D’altro canto non si può non osservare che tutte le altre nazioni che guardavano all’Italia e a Milano con atteggiamento solidale, ma anche come fosse una questione che riguardava solo noi, abbiano poi con enorme ritardo adottato le stesse nostre misure.
Com’è Milano in queste giornate di coronavirus?
È una città fantasma, di sicuro diversa, ma sempre capace di lasciarsi apprezzare. Io amo in maniera incondizionata Roma che trovo di una bellezza e di una luce straordinaria, ma amo in maniera incredibile anche Milano, proprio perché riesce a stupirti di continuo con i suoi tanti, piccoli e insoliti luoghi belli. E anche nei limiti del passeggio che va da casa mia al luogo dove fare acquisti per la spesa, la città mi si presenta sempre con un volto amico e affascinante.
C’è un augurio che le viene da fare per il nostro presente e futuro?
Che si possa di nuovo tornare a pensare, soprattutto a livello economico, in termini di crescita solidale, di investimenti di lungo periodo, di grandi investimenti per l’educazione, la scuola, la ricerca e la cultura perché ora sembra scontato che si debba trovare un vaccino, ma un vaccino è frutto di studi, di competenze, di ricerche e di investimenti. Ecco: non ricordiamocelo solo per il vaccino del coronavirus.

Intervista pubblicata su Club Milano 55 marzo – aprile 2020. Clicca qui per scaricare il magazine.

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