Resistenza culturale

James-Bradburne-Musei-Brera. Foto di James O’Mara

Cosa può fare l’arte, ai tempi del coronavirus, per non restare isolata nei suoi bellissimi musei ed entrare invece nelle case della gente? A indicarci qualche risposta è l’architetto James Bradburne, riconfermato (lo scorso ottobre) direttore della Pinacoteca di Brera.

di Nadia Afragola – foto di James O’Mara

Come si fa cultura ai tempi del coronavirus?
Come si fa normalmente: con creatività e un po’ d’ironia. Il virus non cambia il modo di fare cultura, anzi è l’arma migliore per combattere in tempi difficili, poiché ci aiuta a contrastare la paura. L’unica cosa che cambia davvero oggi è l’assenza di fisicità tra le persone. Dobbiamo sviluppare una cultura che agisca a distanza.
Quando parliamo di cultura agile, di cosa stiamo parlando?
Dell’attività a distanza, resa possibile dal mondo dei social media, da internet e dai media classici. Si tratta di un’agilità a doppia via: per le persone che possono accedere al contenuto culturale a distanza, e per quelle in quarantena, che da casa possono crearne di nuovi, attraverso filmati, letture, immagini, programmi. Normalmente invito a sperimentare la cultura di persona, ma ora siamo chiamati alla massima creatività, obbligati a iniziative che rendano accessibile l’esperienza dei nostri istituti.
L’emergenza sta mettendo a dura prova l’economia di tutto il nostro Paese, cultura compresa. Come ne usciamo?
Il costo del contenimento del virus sarà altissimo, in particolare in Italia, dove l’economia era già compromessa. La cultura e gli istituti pubblici già sotto pressione, adesso sono ancora più a rischio. Per le realtà private – teatri, musica, cinema – è difficile prevedere chi sopravvivrà.
“Appunti per una resistenza culturale”: come nasce l’idea di questo progetto?È l’idea di resistere utilizzando come mezzo la cultura. L’espressione resistenza include molti significati: c’è la resistenza psicologica, quella politica e sociale; e poi chiaramente c’è la resistenza immunologica, la lotta fisica contro il coronavirus. Quindi dobbiamo resistere, resistere, resistere. Sotto ogni aspetto.
Proseguirà anche dopo la fine dell’isolamento a cui è posto l’intero Paese?
Certo! Come ho detto, eravamo già molto attivi nell’esplorare nuove possibilità per raggiungere il pubblico che non poteva venire al museo. La crisi attuale ha soltanto accelerato un lavoro già in corso.
Il virtuale ha realmente accorciato le distanze?
Direi in una maniera inaspettata – siamo andati da una media di 2.000 visite virtuali al giorno a oltre 600.000 – una crescita che indica l’importanza della cultura in questo momento senza precedenti. Ci sentiamo molto vicini al nostro pubblico, e riceviamo tanti feedback positivi.
Il 28 settembre è stato riconfermato per altri quattro anni dal ministro Dario Franceschini, che lo aveva nominato nel 2015. Una conferma molto attesa in città, approvata dal sindaco Giuseppe Sala e dell’assessore alla Cultura Filippo Del Corno. Come si arriva a un simile consenso?
Ho lavorato e continuo a farlo duramente non solo per Brera, ma per tutta la città. Come ha detto Fernanda Wittgens: «Brera non è l’hortus conclusus del collezionista, il museo delle preziosità: Brera è una galleria nazionale di ampio tessuto storico, creata da Napoleone a educazione del popolo secondo un profondo pensiero illuministico che noi, eredi, non possiamo tradire». Brera non è soltanto un bel palazzo, ma un faro di valori, i valori della cultura.
La naturale conseguenza dell’impresa portata a termine di riallestire tutte le 38 sale della Pinacoteca…
È stata la conclusione della prima fase per ridare Brera alla sua città. Abbiamo ancora molto da fare. Brera non si ferma.
Accessibilità e accoglienza: com’è messa l’Italia dei musei, dell’arte, della cultura?
Il nostro lavoro a Brera e negli altri musei autonomi, parlo del Sistema Musei gestito del Direttore Generale Musei, Antonio Lampis, è di sviluppare un modello di accoglienza che potrebbe essere imitato da tutto il mondo. Abbiamo ancora molto da fare.
È un architetto, un museologo, un manager culturale, bene, per un profano qual è il suo compito?
Sono un giardiniere. Il mio compito è sostenere la crescita delle persone e dell’Istituto.
Il suo sogno nel cassetto – la passerella di vetro, che, scavalcando l’Orto Botanico, congiunga il Palazzo di Brera con Palazzo Citterio – è l’obiettivo da raggiungere entro la fine del secondo mandato?
L’obiettivo da raggiungere è aprire Palazzo Citterio. È la città a chiederlo, da quasi 50 anni. Lì saranno ospitate e aperte al pubblico le collezioni d’arte moderna di Brera. Poi certamente dovremmo concentrarci sulla passerella, sulla nuova entrata, la nuova scala e l’allestimento delle sale espositive.

 

Intervista pubblicata su Club Milano 55 marzo – aprile 2020. Clicca qui per scaricare il magazine.

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