Maria Grazia Mazzocchi

Maria Grazia Mazzocchi

I NOMI DELLA BELLEZZA

Nel 1982 ha fondato Domus Academy e l’ha diretta per 27 anni. Ma questo è stato solo il primo dei tanti ruoli di responsabilità di una carriera che nel 2016 l’ha portata a MuseoCity, con un’unica mission: il museo deve essere per tutti.

di Marilena Roncarà

Cominciamo da MuseoCity, un’associazione no profit da lei fondata assieme a un gruppo di amici nel 2016. Qual è la genesi di questo progetto?
Ci siamo ritrovati in otto amici, tutti a vario titolo interessati alle arti e concordi sul fatto che Milano fosse pronta per valorizzare la funzione culturale dello straordinario patrimonio dei suoi musei. Così nel 2016 è nata l’associazione e dall’anno successivo abbiamo realizzato la tre giorni di MuseoCity: oltre 80 musei coinvolti per un’affluenza che è arrivata a toccare le 80 mila presenze.
Quest’anno, a seguito dell’emergenza sanitaria per il coronavirus, la manifestazione che avrebbe dovuto tenersi all’inizio di marzo, è stata spostata a data da destinarsi.
Sì, bisognerà capire quando sarà possibile programmarla, dipende dalla fine dell’emergenza e dal palinsesto del Comune di Milano, ma noi siamo pronti.
Come avevate immaginato l’evento di quest’anno?
Il filo conduttore è Donne protagoniste e l’idea è mettere in luce il talento di artiste, collezioniste e intellettuali e anche di valorizzare opere custodite nei musei cittadini in cui la donna è il soggetto rappresentato.
C’è qualche prerequisito per partecipare a Museo City?
Il nostro criterio è fare partecipare tutti quelli che lo desiderano. Non a caso abbiamo realtà di ogni tipo: dal Museo della macchina da scrivere al Museo Alfa Romeo, dal Museo del Cinema al Museo dei bambini e non ci fermiamo qui, perché siamo consci della nostra importante missione culturale.
Riesce a spiegarci cosa intende?
Il museo deve essere per tutti e se da un lato vogliamo facilitarne l’accessibilità e la comodità, ad esempio introducendo delle sedute e degli sgabelli da posizionare nelle sale per garantire al pubblico un punto d’appoggio o la possibilità di sedersi. D’altro canto cerchiamo di rendere più piacevole la fruizione, anche utilizzando la musica, il teatro e in genere il mix delle arti. Vogliamo svecchiare i musei, togliendo loro quell’alone di antico e noioso che talvolta li avvolge.
Pensando alla tecnologia, quanto è uno strumento e un linguaggio integrato all’interno del museo?
Per ora non abbiamo ancora veri e propri percorsi tecnologici attivi. Però ci piace l’idea di Museo diffuso che stiamo sviluppando con la app di MuseoCity per raccontare le opere d’arte sulle facciate degli edifici del XX secolo presenti in città. E lo stesso vogliamo fare per le sculture: l’obiettivo è rendere la comprensione della bellezza accessibile a tutti. Inoltre, in questo momento di emergenza sanitaria, abbiamo realizzato un podcast: Pausa Caffè MuseoCity, per dare voce a tutti i musei cittadini chiusi da settimane.
Lei ha ricoperto diversi ruoli di responsabilità nel corso della sua carriera professionale. C’è qualche realtà a cui è particolarmente legata?
Senza dubbio la Domus Academy che ho fondato nel 1982, quando ancora il Politecnico non aveva una laurea in design: è stata un’esperienza incredibile, c’erano studenti da tutto il mondo a cui abbiamo trasmesso anche l’importanza di avere un mondo interiore valido e ricco per poter poi realizzare progetti altrettanto validi e creativi.
Da dove le arriva questo dinamismo inesauribile?
Dall’aver imparato e assimilato profondamente la parabola dei talenti: guai se noi mettiamo il talento sotto la terra e lo lasciamo lì. Bisogna utilizzarlo al massimo fino a che si può.
«La mia vera natura è quella di una donna a cui il destino ha dato compiti da uomo, ma che li ha sempre assolti senza tradire l’affettività femminile». Sono parole di Fernanda Wittgens, la prima donna direttrice della Pinacoteca di Brera, che sarà protagonista di una delle tante “Storie milanesi” di MuseoCity. Cosa ne pensa?
Di sicuro è stata una donna precorritrice dei tempi. Lei dice di aver fatto un mestiere da uomo. Io non ho mai avuto questa impressione. È vero che se poi guardo indietro i miei consigli di amministrazione, i miei comitati scientifici, erano fondamentalmente composti da uomini, però ho sempre avuto l’impressione di lavorare come donna e qui forse devo ringraziare mio padre che, con due figlie femmine, non ci ha mai dato il dispiacere di non avere avuto un erede maschio. Oggi credo sia comunque molto importante portare avanti questa campagna per le donne che, ad esempio, guadagnano meno degli uomini o che sono relegate a certe professioni, perché anche da noi resistono delle sacche di arretratezza: non dico a livello locale, ma nelle menti, nel cuore e nel sentire delle persone.

Intervista pubblicata su Club Milano 55 marzo – aprile 2020. Clicca qui per scaricare il magazine.

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