Sempre in divenire

Reduce da un grande album, “Il cammino dell’anima”, ispirato alle opere della monaca tedesca Hildegard Von Bingen e felice neo-settantenne, Angelo Branduardi, il “violinista malandrino”, sta già lavorando a nuova musica pur di sfuggire alla cupezza del Covid-19.

di Simone Sacco – foto di Ferdinando Bassi

Angelo Branduardi mi risponde cordiale al cellulare quando manca poco all’ora di pranzo. Non ha molto tempo, l’umore è un po’ così, siamo nel pieno dell’epidemia del coronavirus con tutta Italia barricata in casa, ma la verve – una volta stimolata – è subito pronta a esplodere irrefrenabile. Il gancio dell’intervista sarebbero le settanta primavere che l’autore in grado di fondere folk, world music e sonorità medioevali (così come rinascimentali) ha gloriosamente compiuto lo scorso 12 febbraio, ma appunto c’è dell’altro fuori dalle nostre porte. Qualcosa di brutto e insidioso. E la conversazione è giusto che parta da lì.

Branduardi, sono tempi difficili per tutti gli italiani, ma anche e soprattutto per chi fa musica ed è costretto ad annullare concerti su concerti già programmati. Come reagisce lei a questo stop forzato?

Allenandomi col violino e continuando a comporre. Tra l’altro, in questi giorni di calma piatta, sono andato controcorrente sviluppando un’idea pazzesca e – me lo conceda – per nulla modesta. Sa, uno la “peste nera” l’avverte anche se mette assieme le note. Scrivere è terapeutico, ok, ma noi artisti dobbiamo impegnarci un bel po’ affinché la mente torni a volare.

Mi può anticipare qualcosa su questa sua “idea pazzesca”?

Spiacente, no. Lo prenda come un progetto folle che non so neanche se vedrà mai la luce; però preferisco dedicarmici anima e corpo per tenermi vivo. Ho la fortuna di avere un grande studio di registrazione a casa mia, in una località a seicento metri sopra al Lago Maggiore, e questo indubbiamente aiuta.

Sbaglio o lei, lo scorso 12 febbraio, ha festeggiato i suoi primi settant’anni un po’ sotto tono?

Già. Per me i compleanni sono dei mezzi funerali. Quel giorno alcuni giornalisti mi hanno chiamato chiedendomi un bilancio sulla mia carriera e mi sono presi i brividi. Bilanci? Impossibile farne per chi suona il violino da soli 65 anni! (Ride, NdR).

La vecchiaia porta saggezza?

Pia illusione. Nella mia carriera cinquantennale avrò registrato qualcosa come 45 dischi, ma mi ritengo ancora un musicista in divenire. E se lo lasci dire da un adolescente che ha 500 anni.

Insomma, nostalgia vade retro!

Esatto. Solo così potrò proseguire il mio cammino artistico che assomiglia a tutto fuorché a una autostrada con l’asfalto bello lucido. So benissimo che la mia vita è una ricerca cavalleresca nei confronti di un qualcosa che non troverò mai. Anche i templari, d’altronde, erano consapevoli della non esistenza del Santo Graal però mica smettevano di cercarlo…

Lei è nato a Cuggiono, alle porte di Milano, ma poi è cresciuto a Genova, prima di fare ritorno, da ragazzo, nel capoluogo lombardo. Giusto?

Sì, a Milano ci ho abitato tanto a differenza di Cuggiono dove ho trascorso solo i primi due mesi di vita. Di Genova, invece, ho ricordi magnifici: la mia famiglia prese casa all’angiporto e là, in piena darsena, ho imparato a suonare il violino fin dall’età di cinque anni. La Genova cantata da Fabrizio De André era una città vista con gli occhi di uno che veniva da una classe agiata. Io invece l’ho vissuta dall’interno. Tra ladri, prostitute e traffici strani.

Cosa si porta nel cuore legato alla città di Milano?

L’altare della basilica romanica di Sant’Ambrogio. E le spiego subito il perché. Quell’altare poggia su degli scalini composti da delle vistose lastre di marmo che i fedeli, nell’antichità, adoperavano per ballarci sopra. Ecco, io questa idea meneghina di “gospel ante litteram” la trovo meravigliosa! Poi il Concilio di Trento (1545-1563) abolì queste pratiche e noi ci siamo scordati della cosa per troppi secoli. Eppure quelle lastre sono ancora là, stupende, e ogni volta che le vedo mi torna il buonumore.

Un suo amico importante era Giorgio Faletti, che è mancato sei anni fa…

Giorgio era il mio amico del cuore con la “A” maiuscola. Qualche fan talvolta mi chiede se scriverò mai una musica dedicata a lui e io gli rispondo che questi sono lutti privati. Dolori che è giusto restino nel mio diario segreto piuttosto che stampati tra i solchi di un LP.

Fuor di retorica, il Branduardi del 2020 chi è?

A domande del genere replico con una frase di un ignoto menestrello dell’anno Mille d.C. che recita così: «Io sono il trovatore e sempre vado per paesi e città. Oggi sono giunto fino a qui e lasciate che, prima di partire, io canti». Una dedica struggente che faccio ogni volta mia e spero di esserne sempre all’altezza.

L’intervista è finita, ma sarebbe bello darci appuntamento a un suo prossimo concerto. Chissà quando però…

Oggi mi sembra presto per parlarne. Tanti ipotizzano delle date per la ripartenza della musica live nel 2020, ma forse ci vorrà ancora un po’ di più…

Intervista pubblicata su Club Milano 56 maggio – giugno 2020. Clicca qui per scaricare il magazine.

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