Il ritorno della competenza

Gisella Borioli

Abbiamo incontrato Gisella Borioli, CEO di Superstudio Group e ideatrice di Superdesign Show, per parlare di architettura, design, moda, formazione e, soprattutto, di futuro, che non potrà non essere guidato dal faro del sapere.

di Enrico S. Benincasa

A distanza di qualche anno dalla prima intervista, nel momento in cui Milano e l’Italia tutta si è fermata per il coronavirus, abbiamo incontrato di nuovo Gisella Borioli.

Sul sito di At, il trimestrale di Superstudio Group, ha scritto un editoriale che ha un titolo chiaro e diretto: “La nuova responsabilità degli architetti”. Quanto saranno importanti queste figure e, in generale, il sapere e la competenza una volta che questa crisi sanitaria sarà finita?

Il centro del discorso è proprio questo: sapere e competenza. Il mondo è fatto di luoghi chiusi e aperti, dove viviamo e ci incontriamo, dove lavoriamo e ci confrontiamo. Le persone competenti come medici, scienziati o professori sono basilari perché risolvono i problemi che aleggiano intorno a noi. Il compito di progettare gli spazi dove queste persone – e non solo loro, ovviamente – possano trovare le risposte ai problemi è prerogativa degli architetti. Sono professionisti che non lavorano soli, nei loro studi si confrontano tantissime altre eccellenze di diversi campi.
Hanno in mano una parte importante del nostro destino, perché devono “fornire” a noi e a chi possiede una competenza specifica i luoghi per indirizzare il mondo. Per questo penso siano tra i primi a doversi prendere una nuova responsabilità.

Possiamo ampliare il discorso anche ai designer?

C’è molta sinergia e comunanza tra questi due mondi, ma ci tengo a sottolineare come i designer non possano più evitare di confrontarsi in maniera stabile con la tecnologia e l’innovazione. In questi giorni abbiamo avuto un ottimo esempio in questo senso, mi riferisco all’utilizzo della stampa 3D e di maschere da snorkeling per creare uno strumento medicale. Li metto vicini agli architetti: neanche loro devono lavorare da soli, devono andare oltre l’estetica e la funzionalità per arrivare a una dimensione più tecnologica e, in un certo senso, filosofica.

È un discorso che in qualche modo può essere applicato anche al mondo della moda?

La moda è un settore variegato e complesso, che è in grado di anticipare rivoluzioni e cambiamenti ma anche di guardarsi indietro e proporre stilemi che hanno radici nel passato. È stato un bel segno vedere gruppi come Armani, Prada e Marzotto, giusto per citarne alcuni, dare un supporto concreto in questa situazione di emergenza sanitaria, in alcuni casi provando anche a riconvertire le loro produzioni. Non è però mia intenzione sminuirla: anche qui la tecnologia sta diventando importante soprattutto dal punto di vista dei materiali. La moda, però, rimane un mondo che crea bellezza, che esprime la creatività di alcuni individui geniali. Lasciamole il compito di farci sognare.

In tutto questo discorso, il fattore formazione diventa fondamentale…

La preparazione delle persone competenti deve partire, a mio modo di vedere, dal primo giorno di scuola, se non di asilo. È da qui che si comincia a formare i cittadini di domani. Ricordiamoci però degli insegnanti: occorre un gran lavoro su chi ha in mano la formazione e ci vuole tempo. Ho molta fiducia nella generazione dei millennial, ma mi accorgo che viviamo in una società superficiale e con poco senso civico. Bisogna rimettere al centro del discorso l’impegno e la responsabilità: è fondamentale.

In questa situazione di emergenza, abbiamo avuto l’ennesima prova della Milan col coeur in man…

Sì, è l’aspetto più bello di tutta questa tragedia. A partire dall’iniziativa Fedez-Ferragni, che per primi e con i loro strumenti, utilizzati in maniera ottimale, hanno ottenuto grandi risultati. Giovani che vivono a Milano e che hanno restituito più che qualcosa alla città. Sono nate tante iniziative concrete, non c’è stato in questo caso il problema del “dove vanno a finire i nostri soldi” e si sono creati circoli virtuosi positivi.

Il rinvio di tanti eventi, compresa la Design Week, avrà ovviamente un impatto sulla città. È senz’altro presto, ma avete già iniziato a pensare a come potrà essere la prossima edizione di Superdesign Show a Superstudio?

Per il nostro mondo e per tutta la città questo rinvio è veramente impattante, è inutile negarlo. In un contesto come Superdesign Show i progetti sono sempre delineati su ciò che aziende e designer vogliono presentare. Abbiamo sempre sostenuto e continueremo a sostenere la visione “meno fiera più museo”, cercheremo di stimolare ancora di più i nostri interlocutori della necessità di un modo diverso di spiegare il design e cosa c’è dietro a tutta questa progettazione. Perché è in questi oggetti che potrà esserci il mondo di domani.

Intervista pubblicata su Club Milano 55 marzo – aprile 2020. Clicca qui per scaricare il magazine.

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