Una pietra miliare

Odoardo-Fioravanti

Designer di prodotto a tutto tondo, Odoardo Fioravanti ha una carriera costellata di riconoscimenti, Compasso d’Oro compreso, ma lui si definisce prima di tutto un “aggiustatore”. Uno che quando progetta fa ordine, incastrando tra loro le cose e i pensieri.

di Marilena Roncarà

Come ha vissuto e come vive questo momento storico tra quarantena e post lockdown da Covid?

All’inizio pensavo che avrei sofferto molto per la limitazione dello spazio, invece mi sono reso conto che il vero tema è il tempo, questa intensificazione del presente. Dal punto di vista lavorativo, tutto dipende da quello che succederà nei prossimi mesi: è come per la macchina, se la tieni spenta per un tempo ragionevolmente limitato poi rimetti la chiave e si accende, in caso contrario rischia di non accendersi più. Se questo fermo durerà a lungo, si imporrà anche un ripensamento del modo di utilizzare la merce.

Ci spieghi meglio…

Il tempo dei mobili era diventato quello stesso della moda, della durata di una stagione e la casa era perlopiù percepita come un luogo di passaggio. Ora questo esserci rimasti incastrati dentro nelle nostre case, ci ha costretto a rivedere delle priorità.

Cosa ci lascerà questo periodo?

Sostanzialmente per me può vincere l’inerzia. Andando in giro dai clienti in questi giorni mi rendo conto che se le aziende riescono, si rimettono sulla stessa careggiata di prima. Se invece questo non sarà possibile, andremo incontro a qualcosa di nuovo di cui ancora non sappiamo la forma.

Perché abbiamo bisogno di design?

Si può dire la stessa cosa della poesia, della letteratura. L’agire dell’uomo è informato dal suo tempo. L’idea di contenere un fiore era già risolta parecchi anni prima della nascita di Cristo e tuttavia ora noi risolviamo quella stessa esigenza in modo diverso. La questione è che il vaso ci rappresenta: noi diamo forma agli oggetti per quello che siamo.

Cosa cerca in un oggetto?

Deve in qualche modo cambiare la situazione in cui si trova, come una pietra angolare viene a portare una piccola svolta. E poi c’è tutta una check list da rispettare: come sta in mano, il suono che ha… L’altra cosa che mi interessa è che sia intellettualmente elegante, che dia forma al pensiero in modo sintetico, senza fronzoli o ammennicoli.

In che termini si può parlare di innovazione nel design?

Fare innovazione è cercare di spingere un po’ avanti dall’interno il confine tra quello che c’è e quello che non c’è. Non va confusa con la novità: è qualcosa di disruptive, capace di creare una nuova rete di valori e un nuovo mercato.

Il suo lavoro ha ricevuto molti riconoscimenti, dal Compasso d’Oro del 2011 per la sedia in legno Frida di Pedrali all’IF Design Award Winner del 2020. A quale è più legato?

Il Compasso d’Oro è un mito. È come se sei in ascensore e improvvisamente sale e si mette vicino a te uno come Michael Jackson, per esempio; qualcosa di impensabile per la tua vita fino a un secondo prima. È una specie di magia. Un’emozione molto forte, che per me si è liberata dopo, quando ho realizzato che è stato un punto molto alto della mia carriera.

Che rapporto ha con i social?

Sono una cosa che ti tira dentro e non sai bene che effetto ha o cosa ti può indurre, come l’alcol e le droghe, per questo ogni tanto mi sconnetto.

Si è trasferito a Milano da Roma a 24 anni, com’è andata e com’è stato trascorrere in città la quarantena?

All’inizio ho fatto un po’ fatica ad ambientarmi, ma riconosco che Milano è una città molto generosa e se hai voglia di fare, ti ripaga abbondantemente. Ma in questa quarantena ho sentito il richiamo del mare, perché il mare per me funziona come un riparo: mi ripara interiormente.

Il Salone del Mobile di quest’anno è stato rimandato, cosa ne pensa?

Dal punto di vista economico è un danno enorme: basti pensare solo all’indotto degli alberghi con 900 mila persone in arrivo per il Salone o a tutta la macchina del Fuori Salone, saltata completamente. E poi la parte fieristica dove molte aziende staccavano ordini.

Si fa un gran parlare di sostenibilità per il mondo del design…

Sostenibilità non significa scegliere per forza il legno al posto della plastica, è interrogarsi sulle leve del progetto, sul perché mettere al mondo un prodotto nuovo, su quanto potrà durare. È ragionare sull’aspetto estetico, perché se fai un oggetto che cerca di essere garbato ed entra in questo modo nella vita delle persone, gli allunghi la vita. Il discorso è complesso e va oltre le etichette.

C’è qualche augurio che le viene da fare per il futuro?

Che il mondo del design torni a essere più onesto possibile, perché onesto non è una parola sfigata. Bisogna uscire da questa sofisticazione eccessiva che non è ricerca di eleganza, ma a volte di superfluo, per tornare a fare cose che servano alla gente, che possano migliorare la vita su questo pianeta, che abbiano un prezzo plausibile e un valore reale. È una responsabilità importante.

Odoardo-Fioravanti

Intervista pubblicata su Club Milano 56 maggio – giugno 2020. Clicca qui per scaricare il magazine.

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