La magia perduta

Messico. Foto-di-DEZALB-da-Pixabay

Il turismo di massa ha tolto molto del fascino che aveva in origine la Riviera Maya. Tra nuovi luccicanti resort e spiagge infestate dalle alghe è però ancora possibile intravedere quella magia che ha reso questa destinazione una delle più ambite del pianeta.

di Stefano Ampollini

La Riviera Maya è ancora una delle mete preferibili del pianeta? Me lo sono domandato dopo esserci tornato a distanza di oltre 20 anni. Le sue spiagge bianche, l’acqua cristallina, i colori e le forme uniche della barriera corallina, la storia millenaria delle rovine Maya di Tulum e la magia dell’acqua dolce che emerge dalla foresta attraverso grotte nascoste (i cenotes, NdR) hanno reso per decenni questi luoghi una destinazione irrinunciabile. Un volo da New York per Cancun prima del Covid costava poche centinaia di dollari e proprio la sua facile accessibilità ha giustificato lo sviluppo di progetti immobiliari molto aggressivi. Lo stesso nome “Riviera Maya” è un’invenzione di marketing che ha contribuito a rendere questo angolo di paradiso, una volta vergine e incontaminato, una delle destinazioni più sfruttate dal turismo di massa. La prima a cadere sotto scavatrici e bulldozer fu Cancun. Fino agli anni Settanta qui c’era solo una lingua di sabbia, larga poche decine di metri a forma di sette, schiacciata tra il mare e la laguna. Dopo pochissimi anni la ricca vegetazione di mangrovie ha lasciato il posto alla cosiddetta zona hotelera con giganteschi complessi più o meno di lusso e una vivacissima vita notturna.

 La spiaggia di Tulum, per molti mesi l’anno aggredita dalle alghe

Quando arrivai qua a fine anni Novanta uno dei locali più famosi era il Coco Bongo, la cui notorietà era dovuta al cult movie The Mask, uscito nel 1994, con protagonista Jim Carrey: proprio in questo locale erano state ambientate alcune delle scene più famose del film e tutte le sere venivano riproposte per i turisti attraverso spettacoli assordanti. Pare che sia così ancora oggi. A due ore di auto in direzione sud c’era Tulum, un sito Maya da visitare con una gita di un giorno. Se volevi dormire qui non c’era molta scelta: dovevi accontentarti delle Cabanas di Don Armando, un agglomerato molto spartano con una ventina di capanne sparse sulla spiaggia tra le palme, bagni in comune, un piccolo ristorantino che faceva anche da minimarket e un diving center piuttosto improvvisato. Immancabile il chiringuito sulla spiaggia, che era proprio come chiunque di noi se l’è immaginato almeno una volta nella vita. La sera si incontravano hippy semistazionari e giovani backpackers di passaggio.

La principale attrazione era infilarsi di notte nel sito Maya per guardare le stelle sdraiati accanto al celebre Castello, farsi un bagno nelle acque limpide del mare dei Caraibi lungo la barriera corallina oppure tuffarsi nelle acque fresche di uno dei tanti cenotes che si trovavano nella foresta. Il Gran Cenote, il più grande tra queste grotte considerate dai Maya dei luoghi sacri, era anche l’unico con ingresso a pagamento. Sono tornato quaggiù dopo oltre 20 anni. Ero già abbastanza preparato allo shock perché negli ultimi tempi erano sempre più frequenti i racconti di conoscenti e amici che c’erano stati e me lo descrivevano come una delle mete più “trendy” del momento.

Arte di strada a Isla Mujeres, di fronte a Cancun

Era inevitabile che un Paese come il Messico cercasse di sfruttare al massimo la magia di quei luoghi. Il sito Maya è ancora lì, intatto, anche se ormai è più simile a un parco divertimenti e non è più possibile entrarci di notte per ammirare le stelle. I cenotes oggi sono tutti a pagamento e hanno perso il loro fascino di luoghi misteriosi nascosti nelle foreste. Miracolosamente le Cabanas ci sono ancora, anche se nel frattempo Don Armando ha ceduto ad altri proprietari e oggi si chiamano Zazil Kin Tulum. Adesso Tulum è per lo più una località glamour e negli ultimi anni sono sorti su entrambi i lati della strada che costeggia la spiaggia innumerevoli resort con ogni comfort. Bisogna ammettere che si tratta in gran parte di strutture basse, moderne, ma spesso in legno, ben integrate nell’ambiente.

Le costruzioni si fermano ai confini della splendida riserva di Sian Ka’an, una vera e propria giungla protetta che ospita, tra gli altri, uccelli, delfini e tartarughe marine che è sempre un piacere ammirare nel loro habitat naturale. Uno sviluppo turistico, quindi, ben lontano dagli albergoni di Cancun o Playa del Carmen. Purtroppo negli ultimi anni questo tratto di costa è stato spesso aggredito dal sargasso, un’alga infestante impossibile da debellare e che rende comlicato immergersi comodamente in mare. Si pensa sia una diretta conseguenza dei cambiamenti climatici e anche questo, purtroppo, è il segno dei tempi. Il chiringuito non c’è più, ma ho portato le mie bambine in un ristorantino sulla spiaggia a mangiare un buon ceviche (insalata di pesce marinata con lime e coriandolo) e tacos di pollo. Alla più piccola brillavano gli occhi ed è subito corsa ad arrampicarsi sulle palme. In quel momento ho capito che ogni età ha il suo paradiso e che, forse, è meglio non esagerare a rimpiangere il passato. Chi è arrivato dopo non capirebbe.

In apertura: Tulum era un importante scalo commerciale. Per la sua posizione a picco sul mare fu la prima città Maya avvistata dagli Spagnoli nel 1517.

Articolo pubblicato su Club Milano 56 maggio – giugno 2020. Clicca qui per scaricare il magazine.

Commenti

commenti

Be first to comment