Sulle orme degli scapigliati

Scapigliatura. Filippo Carcano - Ora Riposo durante lavori Esposizione 1881

Il quartiere che a Milano conserva più memoria della Scapigliatura è quello delimitato da corso Monforte, corso di Porta Venezia e viale Majno, all’epoca un idilliaco frammento di campagna a due passi del tumulto della città. Si trovava qui lo studio di tanti pittori scapigliati nonché la celebre osteria del Polpetta e l’Ortaglia del conte Cicogna.

di Alessandra Cioccarelli | 7 luglio 2020

Era il 1858 quando Cletto Arrighi, anagramma di Carlo Righetti, usò per la prima volta il termine “Scapigliatura” nell’Almanacco del Pungolo. Il termine sarebbe stato ripreso nell’introduzione del suo romanzo La Scapigliatura e il 6 febbraio impiegato a indicare un gruppo di giovani ribelli che con atteggiamenti anticonvenzionali si poneva contro i costumi della società borghese e le convenzioni della letteratura contemporanea.

Milano, una casa per gli scapigliati

La Milano postunitaria, la Milano che vedeva l’abbattimento del Rebecchino e del Coperto dei Figini per lasciare posto alla Galleria Vittorio Emanuele II, la Milano della luce elettrica e dello sviluppo industriale e ancora la Milano che si ergeva a capitale economica del Regno d’Italia non poteva che essere il centro pulsante dell’esperienza scapigliata. In un clima, non privo di tensioni e conflitti sociali, dove si faceva avanti prepotente la classe borghese e nasceva il proletariato, prese le mosse un gruppo di giovani pittori, scultori, letterati e musicisti che diedero vita a un movimento “scomposto, travagliato, turbolento e irrequieto”, come scrisse nel 1862 Cletto Arrighi. Prostitute, delinquenti, mendicanti, emarginati o ancora le lavandaie del Naviglio o le fioraie erano i piccoli grandi protagonisti di tante opere scapigliate, impregnate del racconto di soprusi e disordini sociali ma anche di una passione viscerale per il soprannaturale e l’esoterismo, dai toni anche macabri. Se la letteratura di Praga, Tarchetti, Boito si imperniava sul tema del dualismo – ideale e vero, bene e male, razionale e fantastico –, la pittura di Daniele Ranzoni e Tranquillo Cremona cercava di fermare la sfuggente realtà contemporanea nel genere del ritratto, mentre con Giuseppe Grandi ed Ernesto Bazzaro la scultura prendeva nuove forme per l’arte commemorativa in parallelo all’esperienza del Cimitero Monumentale (qui sono sepolti peraltro celebri Scapigliati come Arrighi, Cremona e Bazzaro). Per approfondire vedete qui.

Galleria d’Arte Moderna, Milano.
Daniele Ranzoni. “I figli del principe Troubetzkoy” 1874.
Crediti immagine: Umberto Armiraglio

L’Osteria del Polpetta e i ritrovi d’elezione

Uno dei luoghi di ritrovo più appassionati degli scapigliati, all’ora del mezzogiorno, era l’Osteria del Polpetta in via Vivaio, all’angolo di via Conservatorio e, sempre sulla stessa via, l’Ortaglia, giardino dei conti Cicogna con campo da bocce. Altri luoghi di vivace frequentazione erano il Caffè Manzoni (nell’omonima via), la Cassina de’ Pom (via Melchiorre Gioia) e l’Osteria Nos (Porta Ticinese). Un po’ maudit, un po’ bohemiens, tra una bevuta e l’altra nelle osterie della città gli Scapigliati decantavano versi e preparavano la rivoluzione nella cultura e nell’arte. Il quartiere del resto, dove la maggior parte di loro aveva il proprio studio, era quello che oggi è delimitato da Corso Monforte, corso di Porta Venezia e viale Majno. Emilio Praga, ad esempio, abitava nel quartiere Monforte, all’epoca definito la “Montmartre milanese”. A quei tempi si trattava di una zona prevalentemente di campagna e oggi su quei terreni sorge l’Istituto dei Ciechi.

Galleria d’Arte Moderna, Milano.
Tranquillo Cremona “Attrazione” 1874.
Crediti fotografici: Umberto Armiraglio

I luoghi di memoria scapigliata

Un percorso ideale per rivivere la “Milano della Scapigliatura” può partire dai Giardini Pubblici, sede dell’Esposizione Industriale del 1881, fino alla via San Primo, dove si tenne l’ironica manifestazione dell’Indisposizione di Belle Arti. Amato luogo di ritrovo dei giovani scapigliati era in particolare il Padiglione del Caffè, all’interno dei Giardini di Porta Venezia, che oggi ospita una scuola materna. Tra i posti più frequentati vi era anche l’Osteria della Noce di Piazza XXIV Maggio e l’Osteria del Lumetta all’incrocio tra via Brera e via Fiori Scuri. La destinazione che però godeva di maggiore fama era appunto l’Osteria del Polpetta di via Conservatorio, sinonimo all’epoca di aperta campagna e rustiche abitazioni. La polpetta milanese, piatto gustoso, povero e di recupero per antonomasia, era così famosa fra gli Scapigliati che il poeta e commediografo dialettale Ferdinando Fontana compose la gustosa Polpetta del Re. Un vecchio articolo di Primo Levi, apparso sul Corriere della Sera nel 1908, descrive questo luogo come: “Un’osteria seria e dignitosa, severa quasi, con i suoi tavoloni di lucida rovere, i suoi duri panconi, i suoi frizzanti vinelli bianchi di Montevecchia e Monterobbio”. Più che nota era la passione degli Scapigliati per osterie e locali, a volte anche malfamati, come confermano le parole di Carlo Dossi che diceva del mentore di tutti loro, Giuseppe Rovani: «Ebbe sempre una grande propensione per l’osteria, la casa di chi non ne ha. L’osteria per lui si nobilitava in un’aula di università». E proprio quell’angolo di mondo ispirò a Filippo Carcano e a Giuseppe Barbaglia due deliziose tele che raffiguravano la vegetazione lussureggiante e i riflessi per il tremolar dei raggi del sole attraverso le fronde. Una tecnica pittorica che diverrà la cifra stilistica della pittura scapigliata e che Borgomainerio chiamava “pizzicotti della luce all’ombra”.

Una visita alla villa GAM di Milano

Per chi voglia immergersi nell’universo della Scapigliatura merita una visita la villa neoclassica GAM di Milano, che nel Museo dell’Ottocento ospita significative opere e sculture della Scapigliatura. Da non perdere anche il monumento a Cesare Beccaria nell’omonima piazza realizzato da Giuseppe Grandi. L’opera originale in marmo si trova ora all’interno del Palazzo di Giustizia di Milano, in piazza Beccaria si trova la copia meno delicata in bronzo.

Milano. Giuseppe Grandi (1843-1894). Monumento alle 5 giornate, (1895).
Foto di Giovanni Dall’Orto.

Tra statue e monumenti

In via Marina, all’angolo con via Senato si trova invece il monumento dedicato a Felice Cavallotti realizzato da Ernesto Bazzaro: il monumento raffigura Leonida morente, considerato il difensore della libertà dei popoli greci. Tutto attorno i bassorilievi narrano episodi della vita di Cavallotti. E per concludere un tour memoriale della Scapigliatura non può mancare la visita del Monumento alle Cinque Giornate di Milano a Porta Vittoria. Frutto di un lavoro arduo e appassionato di Giuseppe Grandi, durato più di 13 anni: a rappresentare le Cinque giornate vengono scelte come modelle cinque ragazze di estrazione popolare.
Una curiosità: Giuseppe Grandi si creò un piccolo serraglio di animali, tra cui un leone in gabbia, per avere modelli vivi per le sue sculture. L’artista morì prima di vedere inaugurata la sua opera, ma la città di Milano decise di dedicare la piazza alla sua memoria.

In apertura: Filippo Carcano – Ora Riposo durante lavori Esposizione 1881

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