Guarda cosa fai

Tra noncuranza e cupidigia l’Homo sapiens, che poi siamo noi, lascia tracce di sé ovunque, tanto nell’ambiente naturale quanto in quello virtuale. Per non oltrepassare il limite bisogna tornare alla cura, nostra e del pianeta, perché ogni scelta che facciamo ha un effetto.

di Marilena Roncarà

Il deficit di natura è stato uno degli elementi che hanno reso impegnativa, almeno per molti, la quarantena. Tornare a passeggiare nel parco dietro casa, riprendere a correre nei percorsi noti o perdersi tra il verde pedalando in bicicletta, è stato come ricominciare a respirare, scoprendosi confortati da quella meraviglia infinita là fuori. E invece dal canto suo la natura, in nostra assenza, ha cominciato a stare meglio: è cambiata l’aria delle città, le acque sono tornate più limpide e tutti ci siamo sentiti un po’ sollevati guardando i grafici dell’inquinamento di Wuhan, specchio amplificato di quello che stava succedendo da noi, che si andava progressivamente riducendo. Come a dire che questo intervallo di messa in mora dell’Antropocene, l’età geologica del dominio dell’uomo sulla natura, ci ha dato dei segnali chiari sui danni creati dalla noncuranza, dall’ingordigia e dall’arroganza dell’Homo sapiens.

E poco importa se sono bastati pochi giorni dalla fine del lockdown per rivedere, ad esempio, il campano fiume Sarno di nuovo intorpidito dai liquami, probabilmente frutto di sversamenti illeciti, il segnale resta forte: bisogna rovesciare la prospettiva. Non più sfruttare il pianeta, ma prendersene cura progettando una coesistenza virtuosa e civile con la natura, mettendo al bando sprechi, consumi superflui e, per esempio, viaggi ping pong in aereo, per recuperare un rapporto più rispettoso con ciò che ci circonda. “Non lasciare tracce che il vento non possa cancellare” era il monito dello scrittore e viaggiatore Bruce Chatwin.

A ognuno la responsabilità di fare la propria parte, anche perché vivendo in una società iperconnessa le tracce che lasciamo in giro non si limitano a intasare l’ambiente esterno, ma vanno a saturare pure il web. Il fatto è che poi sullo stesso web vige, sempre da parte nostra, una certa superficialità e mentre non sembra proprio andarci giù il tracciamento dati proposto, ad esempio, da Immuni, l’app scelta dal governo per monitorare il contagio da Covid-19, tra un like, un click e una video chiamata su una delle tante piattaforme free, regaliamo, in ogni momento e quasi senza saperlo, dati che parlano di noi ai grandi del web.

La performance Google Maps Hacks di Simon Weckert

«Fa sorridere discutere di Immuni e di privacy (di un’app pubblica) in un momento storico in cui le percentuali di utilizzo delle piattaforme delle techno-corporation (Google, Facebook e Apple, NdR) crescono a due o tre cifre percentuali. Numeri che raccontano di una cessione di dati, da parte degli utenti, che ha dimensioni mai viste in precedenza» spiega il giornalista, imprenditore e docente Nicola Zamperini autore anche del libro: Manuale di sopravvivenza digitale. «I dati aggregati di miliardi di persone dovrebbero essere un bene comune; eppure li possiedono per lo più meta-nazioni digitali dalle quali nessuno è andato per reclamarli e pretenderne l’utilizzo con fini di sanità pubblica» spiega sempre Zamperini. Ma soprattutto, per evitare di regalare i nostri dati a Facebook, Instagram, Google e compagnia, saremmo davvero disposti a rinunciare a tutti gli aspetti positivi dei social? Sapremmo fare a meno di connessioni e contenuti anche importanti e di valore o della possibilità di comunicare e di ottenere informazioni in tempo reale?

Fermo restando che connessione non significa relazione, qui arriva in nostro soccorso il biologo statunitense Edward Osborne Wilson secondo cui: «Il vero problema dell’umanità è che abbiamo emozioni paleolitiche, istituzioni medievali e tecnologie futuristiche». E considerato che nel 2018 il 43% dei cittadini europei aveva un deficit digitale (dal dossier aprile 2020 della Camera dei deputati: La nuova strategia digitale per l’UE, NdR), è fuor di dubbio che serva un’educazione non solo informatica, ma anche, come suggerisce sempre Zamperini, “tecnologica sentimentale”.

Ovvero occorre diventare consapevoli dell’effetto che le azioni e le parole che lasciamo sul web hanno sulla nostra e altrui vita, per andare verso un’ecologia dello spazio digitale. Poi, se proprio volessimo sfuggire al tracciamento dovremmo mettere in campo doti insieme di abilità e artisticità, come ha fatto l’artista tedesco Simon Weckert con la performance Google Maps Hacks. Spostandosi a piedi con 99 smartphone trascinati a mano in un carrellino cingolante, Weckert ha, infatti, letteralmente “hackerato” Google Maps, simulando un ingorgo stradale lungo una strada in realtà deserta.

In apertura Woodland, 2016, della fotografa Francesca Todde, è un’immagine cartolina del progettoIl mondo non si è fermato mai un momentodi Other Size Gallery by Workness

Articolo pubblicato su Club Milano 56 maggio – giugno 2020. Clicca qui per scaricare il magazine.

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