Design al telefono

Protagonista dell’Italian Design nella Milano della ricostruzione, Vico Magistretti ha portato avanti un’idea di sobrietà per molti aspetti dirompente. Nel centenario della nascita Milano si appresta a celebrare l’architetto e designer attraverso le sue opere senza tempo.

di Alessia Delisi

Al giornalista che gli domandava cosa fosse il design, Vico Magistretti rispondeva che da sempre questa parola era associata a un aggettivo: industrial. «Design non significa disegno e neppure grafica, ma vuol dire progetto», diceva. «La cosa importante è che si tratta del prodotto di due individui, come un figlio; così la fortuna dei designer italiani è stata quella di non aver dovuto andare in giro a mostrare il portfolio alle varie produzioni sentendosi dire “ah sì, questo possiamo farlo”, perché sono state le aziende ad andare da loro».

Nello studio di Magistretti: veduta della sala riunioni con modellini di architettura.
Foto di Matteo Carassale

Ludovico Magistretti – per tutti Vico – nasce a Milano nel 1920. Il padre, Pier Giulio, era architetto – si era affermato negli anni Trenta in Lombardia come raffinato interprete del gusto novecentista – e sin da bambino Vico ne frequenta lo studio in Santa Maria Fulcorina. «Mi ricordo che quando ero piccolo ci andavo in monopattino a rovinare i disegni», racconta. Studia al Parini, che è il più duro dei licei classici, ma di questo si accorgerà solo più tardi, quando al Politecnico, tra studenti diplomati allo scientifico e all’artistico, si troverà a dover fare il primo ex tempore, vale a dire un progetto in un giorno e mezzo: «Siamo rimasti in tre». La fama lui la raggiungerà tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, nel momento in cui il suo interesse per il progetto si amplia e oltre all’architettura, si fa strada la passione per la nascente produzione industriale. Ad andare da lui allora è proprio uno di quegli imprenditori che Magistretti, come altri suoi colleghi, non era costretto a corteggiare: Cesare Cassina che, entrato nel suo studio, gli chiede, in dialetto, se può produrre il suo primo pezzo, una sedia rossa che aveva visto nel 1960 alla XII Triennale. Si chiamerà Carimate.

Bozzetto della lampada Dalù, prodotta da Artemide nel 1966

Oggi, a cento anni dalla nascita di questo architetto-designer sobrio eppure visionario, morto nel 2006, Milano dà il via alle celebrazioni con un programma di attività già attive online. Punto di partenza è lo studio: tre piccole stanze affacciate sul Conservatorio, all’interno di un edificio ereditato dal padre, sono oggetto di inventario, digitalizzazione e schedatura. Perché qui, in questo spazio un tempo più simile a un salotto per le conversazioni che a un’officina brulicante di operai, sono nati i suoi progetti, tra uno schizzo e l’altro su volatili fogli di carta. «I progetti in genere, anche i progetti grandi, io li disegno sempre in scale molto piccole sul retro delle buste o delle lettere che ricevo, che magari poi perdo». È nata così anche la facoltà di Biologia, vicino al Politecnico, tra il 1978 e il 1981: il disegno era più piccolo di un foglietto. In alcuni appunti del 2004, alla voce “Cosa significa fare design?”, si legge: “parlare molto con chi lavoro, porre molte domande (tecniche), pensare alle soluzioni più semplici, all’abilità delle proprie mani (scarsa) e a tutto ciò che è più semplice e banale. Infine: detestare l’originalità”. Qualcosa, insomma, frutto più della testa che delle mani, una sorta di concept design, anche se Magistretti lo chiamava “design al telefono”. Nasceva dalla constatazione che progettare un oggetto non significa disegnare una forma, ma immaginarne un uso, rivelando la profonda complicità tra autore e produttore. In questo senso Magistretti è stato uno dei più grandi maestri di quella felice, irripetibile stagione dell’Italian Design, la cui fortuna, basata sulla stretta collaborazione con l’azienda, ha molto influenzato la reputazione dell’Italia all’estero. Tutti la guardano ancora come la capitale del design.

«Mi interessa non dimenticare la storia, ridisegnare eccellenti modelli tradizionali per non lasciarli morire come specie in via di estinzione. Modificati per le nostre esigenze, riportano nel presente un ricordo che altrimenti si perderebbe», diceva. Il design in altre parole è senza tempo, destinato a durare cento, forse centocinquant’anni. «Tutto il contrario della moda: non si può pensare che un capo di moda duri così tanti anni; andrà a finire in un museo, ma non si userà più». Sulle sue sedie invece ci si siede ancora oggi, aggiungiamo noi. Ecco perché, tra le diverse iniziative che Milano proporrà, c’è la reinterpretazione di dieci prodotti di Magistretti da parte di alcuni giovani fotografi formatisi alla prestigiosa scuola ECAL di Losanna. Ed ecco anche perché la Triennale, in collaborazione con la Fondazione Vico Magistretti, metterà in scena la prima grande mostra sulla sua opera: le sue creazioni hanno la semplicità dei classici, la solidità delle cose destinate a invecchiare senza perdere un briciolo della loro freschezza.

In apertura: dettaglio di uno dei pannelli di legno che coprivano le pareti dello studio, oggi Fondazione studio museo Vico Magistretti. Foto di Matteo Carassale

Articolo pubblicato su Club Milano 56 maggio – giugno 2020. Clicca qui per scaricare il magazine.

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