Gabriele Ferraresi

Pazzi per il trash

“Il trash è una chiave mai usata per raccontare quarant’anni di storia del costume italiano”. Da Zelig a Umberto Bossi, da Lapo Elkann a Luigi Di Maio. Il giornalista e scrittore Gabriele Ferraresi racconta lo spirito del nostro Paese attraverso questa lente.

di Matilde Quarti – foto di Giorgia Polo

Con Mad in Italy (il Saggiatore 2020) Gabriele Ferraresi ha portato in libreria una sfilata di personaggi, fatti, eventi, che raccontano meglio di qualsiasi libro di storia gli ultimi quarant’anni del nostro Paese. E tra politica, spettacolo, musica e attualità nessuno sembra sfuggire alla trappola del trash.

Il trash come lente d’ingrandimento. Come mai questa scelta?

Perché è una chiave di lettura che non è mai stata usata per raccontare la storia del costume italiano. Secondo un grande maestro, Tommaso Labranca, il trash è lo scarto tra l’intenzione che porta all’emulazione di un determinato fenomeno e il risultato finale: l’emulazione fallita. Ma l’uso della parola si è trasformato, andando a inglobare anche tanti altri aspetti, come nel caso della televisione nazional-popolare di Barbara D’Urso o anche di Salvini e di Bersani del “giaguaro da smacchiare”.

Nel libro ci sono due filoni: lo spettacolo e la politica, che spesso non mancano di incontrarsi.

I politici andavano in televisione anche prima, ma dagli anni Novanta è cambiato qualcosa. La prima svolta è stata nel 1992, con Tangentopoli e l’evoluzione del personaggio di Antonio Di Pietro. In una copertina incredibile Tv Sorrisi e Canzoni titolava: Di Pietro facci sognare. Un altro punto di svolta è stato nel 2013, quando ha cominciato ad affermarsi il Movimento 5 Stelle. Invece negli ultimi anni ha iniziato a prevalere quello che chiamo “trolling di Stato”, che prima era rappresentato da Bossi che voleva riprendersi la Padania con i fucili e oggi da Salvini che fa cose sbagliatissime solo per scatenare una serie di reazioni a catena e vivere di feedback e indignazione social.

Con i social media i politici sono diventati meme.

Lo vediamo quando Pier Ferdinando Casini usa FaceApp su Instagram, o quando Antonio Razzi fa i balletti su TikTok.

In passato ha lavorato per Cronaca Vera. Com’è stata questa esperienza?

È stato un privilegio enorme: dal 2006 al 2009 ho girato l’Italia per incontrare quelli che davvero non hanno santi in paradiso. Sono entrato in casa loro, li ho fotografati, ci ho parlato… mi ha permesso di conoscere persone che, vivendo a Milano in una certa bolla, non avrei mai incrociato. È stato un lavoro cruciale per capire molti meccanismi.

Quindi per Mad in Italy hai ripreso anche storie di cui ti eri già occupato.

Anche, ma dandogli un’altra forma. La cosa più importante è stata collegare le epoche, soprattutto nel passaggio al secondo decennio del 2000: tra il 2009 e il 2010 internet e i social media diventano davvero un fenomeno di massa anche in Italia. Se per i decenni precedenti dovevo spulciare annuari dell’Ansa e annate dell’Espresso, improvvisamente c’era l’imbarazzo della scelta. Forse il momento in cui per la prima volta dai social media esce qualcosa in forma memetica è la vicenda delle gemelle Cappa, dopo il delitto di Garlasco. Le gemelle Cappa erano le cugine di Chiara Poggi e avevano attaccato fuori dal cancello di casa una foto che le ritraeva con la vittima. Il problema è che era il fotomontaggio di un’immagine di loro due, probabilmente in discoteca, e una Chiara Poggi in accappatoio. Questo è stato uno dei primi meme usciti dal sottobosco di internet e poi discusso in televisione addirittura in programmi di prima serata.

Gabriele Ferraresi. Foto di Giorgia Polo

C’è un aneddoto di Mad in Italy che racconta in modo privilegiato “lo spirito del popolo italiano”?

Nel 2006 l’Italia vince i mondiali di calcio e, sempre nel 2006, il business delle suonerie personalizzate per il cellulare è al suo apice: a pubblicizzarle in televisione c’è Wladimiro Tallini, detto Wlady. Nei giorni successivi alla vittoria dell’Italia inizia a essere mandato in onda a un ritmo martellante uno spot in cui Wlady gira in macchina per Torino cantando una canzoncina che, sulla melodia di Garibaldi fu ferito, intima ai francesi di restituirci la Gioconda.

In questo momento ci troviamo in Bicocca, cosa c’è di Mad in Italy in questo quartiere?

Per me la Bicocca è un principato, come Monaco, e la nostra Grace Kelly è Maurizia Paradiso. Io ho avuto la fortuna, nel 2007, di seguirla per alcuni mesi per lavoro, anche se in quel periodo era meno popolare di quanto fosse negli anni Ottanta e Novanta. Poi ci sono posti incredibili, come la trattoria Arlati, dove negli anni Settanta si è esibito Battisti e tutt’oggi passano i famosi di cinema e televisione.

E quali sono i “suoi” posti in Bicocca?

Je Suis Jambon, un piccolo pub nel cuore del quartiere, in piazza della Trivulziana. Poi c’è Fuorimano, un locale che ultimamente è diventato famoso perché ci hanno girato delle puntate di Deal With It, e il bar Tempi Moderni, nel borgo Pirelli, un quartiere liberty purtroppo tenuto molto male.

"Mad in Italy" di Gabriele Ferraresi
La cover di Mad in Italy. Manuale del trash italiano 1980-2020 di Gabriele Ferraresi, edito da Il Saggiatore nel 2020.

Intervista pubblicata su Club Milano 57 luglio – agosto 2020. Clicca qui per scaricare il magazine.

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