Con la M maiuscola

Franco Mussida

Musicista, compositore e artista che non ha bisogno di presentazioni, ma anche fondatore e presidente di CPM, Franco Mussida da 35 anni è punto di riferimento di chi sceglie la musica come professione. Con le idee sempre chiare, specie se si parla (o si scrive) di musica.

di Enrico S. Benincasa

Il CPM si appresta a ricominciare la sua attività. Come avete passato questi mesi così particolari?

Come tutte le realtà ci siamo fermati alla fine di febbraio e abbiamo sopperito all’impossibilità di fare lezioni in aula con gli strumenti digitali. Abbiamo affrontato la sfida facendo oltre 10 mila ore di lezioni online e da metà luglio stiamo cercando di recuperare tutte le ore perse in aula. È stato particolarmente duro per chi era indietro nel programma ma, grazie al tutoraggio suppletivo, gli studenti del terzo anno hanno aiutato con programmi specifici chi ne aveva bisogno. Un’occasione per mettersi alla prova anche con l’insegnamento. Dopo il primo open day online alla fine di giugno ne abbiamo tenuto uno “fisico” a settembre, seguendo tutte le regole del caso, ed è andato oltre le nostre migliori previsioni.

Milano è la città dell’industria musicale in Italia. Pensa che potrebbe essere meno attrattiva in futuro per chi aspira a lavorare in questo ambiente?

Milano continua ad avere la sua capacità innata di creare rapporti. Gli studenti scelgono CPM per studiare, ma anche per incontrare il mondo di questa professione e ciò non può accadere solo da dietro uno schermo. Penso che continueremo a fare uscire tanti professionisti del settore della musica perché in questa città, nonostante l’empasse momentanea, sappiamo vivere la contemporaneità e pensare al futuro.

Negli ultimi due mesi è stato molto attivo su Facebook con una serie di riflessioni pubbliche sull’importanza della musica come elemento emotivo e su com’è considerata oggi. Da dove nasce questa iniziativa?

Lo spunto nasce dai miei due ultimi libri, Il pianeta della musica e Il mistero che trasforma la musica in emozioni. Il punto centrale di tutto è l’importanza del mondo emotivo, che per l’essere umano è fondamentale. E la musica, per meglio dire il suono, è uno straordinario mezzo per veicolare emozioni. È un fenomeno talmente interessante che ha senso rivolgersi a tutti, per questo ho scelto questo mezzo per esporre le mie sensazioni e idee.

Lei ha definito il suono “il più diretto, sofisticato ed efficace sistema di comunicazione delle emozioni”.

Ed è così. Ho scritto “diretto” e non “veloce” perché quello più rapido è l’elemento visivo, ma il suono è in grado di impattare sui sistemi emotivi senza passare da codici culturali.

Le sue riflessioni toccano tanti aspetti che è difficile sintetizzare in questa intervista. Emerge comunque come, al centro di tutto il suo discorso, ci sia l’ascoltatore.

È la figura più importante, ancora di più di quella del musicista. Il suo ruolo deve essere centrale, occorre approfondire per dare a tutti gli strumenti per capire. L’approccio musicale di oggi, rispetto a quello della mia generazione, è diverso anche per via della tecnologia. Oggi è tutto più mentale, la musica si vive più come elemento fisico, si elabora di meno. Le cose possono stare una accanto all’altra ma è bene spiegare le differenze, non giudicare. Non dobbiamo solo parlare di qualità delle forme musicali, ma anche di qualità della comunicazione musicale. Siamo abituati a dare la musica quasi per scontata, a considerarla ovvia, ma non c’è niente di ovvio nel modo in cui la musica si trasforma in emozioni.

In tutte queste riflessioni pubbliche lei usa sempre la “M” maiuscola per la parola “Musica”. Non è ovviamente un caso, giusto?

Certo, metto la maiuscola perché intendo la musica non come sinestesia delle sue forme, ma come linguaggio dei suoni. La metto per distinguerla anche dal discorso verbale. Perché il codice musicale non prevede che ci sia la parola per spiegare, così come in quello visivo.

Quando ci saremo lasciati questa pandemia alle spalle, lei pensa che riusciremo ancora a godere della musica dal vivo come prima?

Per forza. Quello che i musicisti su un palco sono in grado di farci vivere, la loro capacità di trasmettere emozioni, non può passare da dietro uno schermo. La memoria delle esperienze vissute ci aiuta in quel caso, ma non c’è arricchimento. Dobbiamo capire bene a cosa oggi stiamo purtroppo rinunciando, perché ci arricchiamo da un punto di vista emotivo se viviamo le esperienze insieme. Perché, con le emozioni della musica, vibriamo per simpatia.

Intervista pubblicata su Club Milano 58 settembre – ottobre 2020. Clicca qui per scaricare il magazine.

Commenti

commenti

Be first to comment