Un grande voglia di fare

Renato Sarti

Dal 2001 dirige il Teatro della Cooperativa di Niguarda, ma lui, Renato Sarti, è prima di tutto attore, drammaturgo e regista, appassionato di teatro comico e di memoria storica, perché “camminare senza sapere cosa si ha alle spalle” non porta lontano.

di Marilena Roncarà

Triestino di nascita e milanese d’adozione, quando è arrivato a Milano?

Era il 1969 e avevo 17 anni. Sono venuto per studiare all’Accademia di Brera e in seguito ho frequentato anche l’Istituto Europeo di Design. Poi mio padre si è ammalato e sono tornato a Trieste. Lì mi sono iscritto a un’accademia di teatro e ho anche partecipato alla fondazione di un teatrino all’interno dell’ospedale psichiatrico della città, lo stesso in cui, dal 1971, lavorava Franco Basaglia. In quel contesto l’arte era intesa come terapia, elemento di solidarietà e di fratellanza. Ma presto ho capito che se cercavo un confronto vero, il posto in cui stare era Milano, dove nel frattempo ero stato ammesso alla Civica Scuola di Arte Drammatica. È avvenuto così, nel 1974, il mio ritorno.

Andando poi avanti nel tempo, nel corso della sua carriera è stato attore, drammaturgo, regista, direttore di teatro. Quale ruolo le appartiene di più?

Sono tre dimensioni molto diverse, la profondità della scrittura non te la dà a volte la macchina registica e la soddisfazione immediata dell’attore non te la dà la continuità della scrittura. È bello alternare.

Nel 2001 fonda il Teatro della Cooperativa. Ci racconta come è iniziato questo progetto?

È stato un confluire naturale di tutte le esperienze precedenti. A partire dalla passione per la nostra storia recente, nata all’università grazie a dei professori illuminati che mi hanno fatto scoprire, tra l’altro, che abitavo in linea d’aria a circa un chilometro di distanza dalla Risiera di San Sabba, l’unico lager italiano con forno crematorio. Una consapevolezza che mi ha cambiato la vita. Prima camminavo senza sapere che cosa avevo alle spalle. Da tempo faccio parte dell’Aned, Associazione Nazionale Ex Deportati: conoscere queste persone mi ha dato una grande voglia di fare e tanta sostanza per la vita.

E poi cosa è successo?

Poi c’è stato il Piccolo Teatro con Giorgio Strehler e la grande palestra dell’Elfo, dove ho fatto anche teatro comico. Tutte queste passioni sono confluite naturalmente in un unico progetto grazie alla Cooperativa Abitare.

A proposito, qual è il ruolo della Cooperativa Abitare?

La Cooperativa Abitare che quando è nata, nel 1894, si chiamava Edificatrice di Niguarda, ha sempre fatto opere di solidarietà al servizio di categorie professionali come artigiani, falegnami, operai e contadini che abitavano nella zona, offrendo loro un appartamento a condizioni non così gravose dal punto di vista economico. È la prima cooperativa indivisa in Italia, i cui alloggi vengono assegnati ai soci mediante contratto di godimento. Altra sua peculiarità è destinare, da sempre, una parte del proprio bilancio alla cultura, non solo al teatro, ma anche alla musica, come a soddisfare il naturale bisogno di nutrimento spirituale delle persone. E questo mi piace molto. E poi c’è l’aspetto politico legato all’antifascismo, alla storia della resistenza, che sono pure temi a me molto cari.

Se dovesse fare un bilancio?

Sono passati 20 anni dall’apertura e devo dire che non pensavo sarebbe stata un’esperienza così arricchente. Avere una casa, a livello di teatro, è una libertà enorme. All’inizio forse avevamo più energie, però ogni anno alla ripartenza mi chiedo se ha senso quello che faccio e il senso lo trovo perché poi le energie, non si sa da dove, vengono fuori. Evidentemente c’è una necessità, non solo mia, ma di tutto il teatro di confrontarsi con la vita. Quest’anno dal 9 al 20 dicembre siamo ospiti della stagione del Piccolo con Coppia aperta, quasi spalancata, uno spettacolo comico da un testo di Dario Fo e Franca Rame. Uno spettacolo importante, ancora attuale, ma leggero: quello di cui abbiamo tutti bisogno in un momento come questo.

I prossimi appuntamenti del Teatro della Cooperativa?

Per ora continua la rassegna Teatro nei Cortili, abbiamo già fatto tre serate con nomi del calibro di Debora Villa, Antonello Taurino e Paolo Rossi. Il 10 settembre siamo in scena io e Marino Zerbin con uno spettacolo di burattini, mentre il 15 sono confermati i Duperdu, un duo comico molto legato territorio che fa teatro canzone.

Un pensiero per Milano…

L’impatto causato dal Covid è stato tremendo. Ma a Milano non si viene perché c’è il mare bello, si viene perché si lavora con una certa intensità, al punto che ti fa dimenticare il mare, dove magari comunque poi ci si va. Sono fiducioso che ci riprenderemo perché il milanese è tenace. E la fiducia è ancora più forte perché Milano non è fatta solo da milanesi, ma anche da pugliesi, liguri, veneti, friulani, sardi, siciliani… insomma è una summa dell’italianità.

Intervista pubblicata su Club Milano 57 luglio – agosto 2020. Clicca qui per scaricare il magazine.

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