Voce del verbo esplorare

Un anno particolare per l’alpinista bergamasco che, dopo il ritorno a gennaio dalla sfortunata spedizione per la traversata del Gasherbrum, è stato bloccato a casa come tutti noi. Questo periodo lo ha utilizzato anche per scrivere un altro libro, “Ho visto l’abisso”, in cui racconta l’incidente dello scorso inverno e affronta pure temi come l’esplorazione e il fallimento, che abbiamo di seguito approfondito insieme. Iniziamo però la nostra chiacchierata post allenamento – il suo – parlando della recente traversata delle Orobie, le montagne di casa.

di Enrico S. Benincasa

Nei primi giorni dello scorso ottobre ha attraversato le Alpi Orobie con Alessandro Gherardi, ripercorrendo il percorso che aveva seguito vent’anni fa insieme a Mario Curnis, alpinista di un’altra generazione con cui è legato da un solido rapporto di amicizia. In queste due decadi ha scalato montagne in tutto il mondo e, ora, è tornato in un luogo a lei caro.

Non sono stati vent’anni di silenzio per le Orobie, perché negli ultimi anni ci sono stati tre ragazzi – Luca Bonacina e Zeno Lugoboni in cordata nel 2018, Daniele Assolari in solitaria un paio di mesi prima di me – che hanno ripetuto la mia traversata delle Orobie di vent’anni fa. Sono tutti ragazzi bergamaschi, il fascino delle nostre montagne è vivo in chi ci abita vicino. Quest’anno c’è stata l’occasione di tornare e per me l’evoluzione ottimale dell’esperienza passa dalla sua narrazione, per motivare e ispirare alpinisti ed escursionisti, italiani e stranieri, a venire a vedere questa porzione di alpi centrali che è molto selvaggia e meno antropizzata di altre montagne più conosciute.

C’è quindi la volontà di dare una mano a valorizzare questo patrimonio della Lombardia?

Il confinamento, che limita i nostri spostamenti, potrebbe essere per molti l’occasione di scoprire o riscoprire quello che si ha a due passi da casa. Chi abita a Milano, per esempio, vede parte di queste montagne dall’autostrada: le Orobie sono vicine, sono la catena che delimita il confine della Valtellina con le provincie di Lecco, Bergamo e Brescia. Ho voluto metterci la faccia e iniziare a raccontare queste splendide montagne che abbiamo vicino a casa, e te lo dice uno che ha visto tutte le montagne del pianeta (ride, NdR). Si può camminare e fare trekking, sono bellissime anche viste dall’elicottero. Le prossime Olimpiadi invernali di Milano-Cortina spero siano un volano anche per le Orobie, non solo per la vicina Valtellina che ospiterà alcune gare.

Orobie. Foto di Simone Moro
Le cime più importanti delle montagne Orobie, tra cui il Pizzo dell’Omo e il Pizzo del Diavolo. Foto di Simone Moro

“Ho visto l’abisso” è il titolo del suo ultimo libro uscito da poco per Rizzoli. Affronta tanti temi, tra cui quello dell’esplorazione. Cosa vuol dire esplorare per Simone Moro?

Tutte le attività che consideriamo generalmente esplorazioni hanno un punto in comune: lo spostamento. Bisogna spostarsi per andare a esplorare mari, montagne, deserti o lo spazio. Per me, però, esplorazione ha un significato più ampio, vuol dire essere talmente curiosi da uscire dalla propria area comfort. Sono esperienze che si possono fare anche a due passi da casa, ma che ci portano in situazioni piene di punti di domanda. Quelle in cui non sappiamo a priori come reagiremo o come quel mondo reagirà con noi “dentro”. La mia sensazione è che oggi manchi la voglia di esplorare: siamo attratti dal concetto di “all inclusive”, siamo troppo omologati e spesso non protagonisti della nostra vita. Una situazione come quella del confinamento può aiutare questa esplorazione, è un “abisso” da cui si può uscire scoprendo cose positive su di sé.

Il libro è stato scritto durante il lockdown. Per il resto, come ha vissuto questa situazione?

Bene, per me è stata anche un’occasione per fermarmi un attimo dopo tanto tempo. Avevo mio figlio vicino, scrivevo, mettevo in ordine le mie foto e i miei archivi e mi allenavo quattro ore al giorno. Non mi sono particolarmente sforzato, ecco. La tragedia vera è quella umanitaria, non dimentico che c’è chi ha perso la vita e chi è in difficoltà economiche. A gestire il confinamento mi ha aiutato l’esperienza professionale: l’alpinismo è un gioco d’attesa, nella mia vita sono stato anche due mesi ad aspettare una finestra di bel tempo per salire su una montagna, quindi affrontare una situazione come quella del lockdown, con tutti i comfort che si possono avere nella propria casa, non può essere un problema.

Simone Moro. Foto di Tamara Lunger

“Ho visto l’abisso” è il suo 11esimo libro. Come ha scoperto il suo talento per la scrittura e la divulgazione?

Tutto è cominciato con un “anatema” di una mia professoressa, che mi disse che non sarei mai stato in grado di scrivere una pagina di senso compiuto. Sembra una barzelletta, ma è una storia vera. Mi sono ispirato a ciò che hanno scritto gli alpinisti delle generazioni precedenti, ho sempre considerato quei racconti un gesto di generosità nei confronti del pubblico. Il public speaking, invece, è qualcosa che ho allenato e migliorato con il tempo, guardando quelli più bravi di me. Cerco di scrivere in maniera semplice e diretta, comunicando le mie emozioni alle persone per ispirarle, non tanto ad andare in montagna, non è il mio obiettivo primario, ma a credere nei propri sogni. Comunque di storie da raccontare ne ho ancora tante e penso che questo libro non sarà l’ultimo.

Uno dei temi che si affronta in questo libro è l’importanza della sconfitta. La sua visione mi sembra molto simile a quella contenuta in una celebre frase di Michael Jordan: «Ho sbagliato più di 9.000 tiri nella mia carriera. Ho perso quasi 300 partite. Ventisei volte mi è stato affidato il tiro vincente della partita e l’ho sbagliato. Ho fallito ancora, ancora e ancora nella mia vita. Ed è per questo che ce l’ho fatta». È d’accordo?

È una frase che conosco e una visione che sposo in pieno. Mi fa pensare al fatto che l’uomo è stato programmato geneticamente per sbagliare. Pensiamo per esempio a quando si impara a camminare, prima di rimanere eretti si cade tante volte. Ed è una matrice che si può applicare a tanti ambiti diversi della vita. L’essere umano è nato per sbagliare, è una grande conquista capire che l’errore è una tappa necessaria, biologica e fisiologica del cammino verso il proprio successo.

Sempre sull’errore, vorrei chiederle cosa ne pensa invece di una frase di Samuel Beckett che si è tatuato sul braccio Stan Wawrinka, tennista capace di vincere tre Slam nell’epoca di “mostri” come Federer, Djokovic e Nadal. In italiano fa più o meno così: «Ci ho sempre provato. Ho sempre fallito. Non importa. Riprovaci. Sbaglia Ancora. Sbaglia meglio».

Il concetto di”sbagliare meglio” introduce quello di perfezione, che è una cosa irrealizzabile. Mi piace però, perché, anche dietro un grande colpo o a un grande traguardo, si può sempre fare meglio. Non si raggiungerà la perfezione, ma ci si andrà sempre più vicini. L’importante è che rimanga la fame, perché c’è sempre qualcuno che non conosci che sta provando a fare meglio di te. Per questo non ti puoi sedere.

Come si trova Simone Moro quando è in un contesto urbano?

Può sembrare strano, ma non mi faccio grossi problemi se mi trovo in coda alla posta o se sono intrappolato nel traffico. Siccome mi privo per scelta e per lunghi periodi della quotidianità, mi è forse più facile dare a queste situazioni il giusto peso. In ogni caso, non sento la “normalità” come un vestito stretto. Ci sono alpinisti che hanno scelto l’avventura proprio perché non si trovano a loro agio nella vita di tutti i giorni. I veri Everest da scalare, però, spesso non sono a 8 mila metri, ma a bassa quota. Oggi ho imparato a vivere bene diverse situazioni, come diceva Madre Teresa la felicità non è la destinazione, ma il percorso. Bisogna sapere essere felici non solo quando si raggiunge l’obiettivo.

A proposito di Everest, non sono pochi gli articoli che sono usciti negli ultimi tempi sul “turismo degli 8 mila”, con un sempre più crescente numero di non professionisti che d’estate prova la scalata di questa montagna. Qual è il suo punto di vista in merito a questa situazione particolare?

Oggi la situazione è migliorata, ma solo perché si è fermato il turismo per via del Covid. C’è chi non ha paura di nulla e, se ha a disposizione il giusto budget, può comprarsi questa esperienza. Alcuni riescono ad arrivare in cima, ma non ci si rende conto del rischio che si prende. Una volta il buon senso limitava i sogni, oggi si sogna senza buon senso.

È un pericolo per questa montagna?

Per l’economia di quell’area questa forma di turismo è una benedizione, perché si vive di quello. Per l’ambiente è un problema, perché le spedizioni commerciali lasciano diversi rifiuti sulla montagna e non è il meglio. A mio parere bisognerebbe regolamentarle. Una soluzione potrebbe essere fornire i permessi solo a chi, prima dell’Everest, ha scalato anche altri monti meno impegnativi della valle, in modo tale anche da portare beneficio economico nei diversi centri nepalesi.

Se pensiamo a vent’anni fa, quando scalava le Orobie per la prima volta, la tecnologia è entrata molto più pervasivamente nella nostra vita. Immagino sia lo stesso per l’alpinismo ad alti livelli.

Ci sono stati tre grandi cambiamenti. Il materiale alpinistico è oggi molto più performante rispetto al passato e le previsioni metereologiche sono più precise. Poi sono cambiate le tecnologie per le telecomunicazioni, che consentono la narrazione quasi in diretta di un‘esperienza del genere e non solamente quella post evento. I miglioramenti su queste tecnologie sono incredibili, ma hanno anche creato delle distorsioni come quelle delle “tifoserie” da social. È un fenomeno che riguarda tantissimi ambiti, ma potendo scegliere, nel mio ne farei volentieri a meno.

Nel corso di questa intervista abbiamo citato Michael Jordan, di cui questa primavera si è parlato molto per via di “The Last Dance”, documentario che racconta l’ultimo anno dei suoi Chicago Bulls, consapevoli sin dall’inizio della stagione di avere un’ultima occasione per vincere il titolo prima dello smembramento della squadra. Sicuramente è presto per pensarci, ma ha mai riflettuto su quella che sarà la sua ultima spedizione? In sintesi, ci sarà una last dance per Simone Moro?

È un pensiero che dovrei cominciare a fare, sarebbe saggio. La saggezza si dimostra anche capendo quando uno è protagonista dei propri sogni senza scadere nel patetico. Oggi so di poter ancora inseguirli senza esserne io stesso il limite, perché fortunatamente fisicamente sono a posto. Arriverò senz’altro a pianificare la mia ultima spedizione e non sarà tanto in là nel tempo. Poi non so cosa farò a livello di esplorazione. Sarò protagonista di sogni diversi, per esempio con l’elicottero, con i soccorsi in alta quota. I miei futuri limiti da esplorare avranno probabilmente a che fare con il cielo e con il rotore.

In apertura foto di Tamara Lunger.

Intervista pubblicata su Club Milano 59 novembre – dicembre 2020. Clicca qui per scaricare il magazine.

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